L’archetipo inattuale del verbo: Pragmatica, Glottocronologia e Politologia dell’utopia europeista in Marco Antonio Canini di Ivan Pozzoni
L’inattualità profetica e l’anatomia pragmatica del nomadismo espressivo
Nelle piaghe storiografiche dell’Ottocento risorgimentale e post-unitario, la traiettoria biografica e intellettuale di Marco Antonio Canini (1822-1892) si offre alla riflessione contemporanea non come una sterile curiosità antiquaria, come una radicale e provocatoria decontestualizzazione gnoseologica. Linguista senza cattedra accademica, poeta rapsodico, traduttore polimorfo, ideologo dell’utopia repubblicana e patriota ramingo costretto all’esilio parigino, Canini appare, a prima vista, una figura irrimediabilmente remota, sommersa dalle nebbie d’un Romanticismo tardivo e persa nelle fumière metafisiche dell’idealismo ottocentesco. Pure, una disamina condotta attraverso le moderne categorie della critica analitica e della pragmatica linguistica rivela come proprio nella sua tangenzialità nomadica, nella sua irrisolta tensione escatologica e nella sua marginalità geoculturale risieda un’inattesa efficacia performativa e profetica. L’impostazione concettuale di Canini si configura, in termini strettamente pragmatici, come un articolato speech act di matrice illocutoria e ad orientamento utopico. Canini non si limita a descrivere l’Europa in chiave assertiva o storiografica; egli la costituisce e la evoca mediante la sua stessa prospezione testuale e glottogonica. Il suo europeismo viscerale precede e prefigura, per via ideologica e filologica, le complesse riconfigurazioni teoriche che avrebbero caratterizzato il primo Novecento, trovando un’ideale consonanza con le meditazioni di Giani Stuparich. Se Stuparich, imbevuto del cosmopolitismo mitteleuropeo e radicato nella specificità adriatica, fondeva l’irredentismo italiano con il sogno di un’identità continentale policentrica, incardinata sul nodo slavo e balcanico, un’Europa intesa come «famiglia delle nazioni», nella quale il complesso delle nazionalità danubiane avrebbe potuto trasformarsi in un organismo federativo, Canini associava strettamente l’indipendenza e la libertà dell’Occidente a quella della Romania, fino a concepire il Risorgimento romeno come parte integrante di un più ampio processo di emancipazione dei popoli europei. Stuparich, infatti, individuava nei cechi l’esempio di un ideale politico fondato sulla «comunanza dei popoli», mentre Canini, dopo la sua esperienza diretta nei Principati e nei Balcani, si proclamava «il primo Italiano» ad essersi recato in Romania «allo scopo di studiare quel popolo e di affrattelarlo coll’italiano». Tale legame non era per Canini un contingente calcolo geopolitico e si fondava sull’ipotesi di un profondo sostrato preindoeuropeo, pelasgico, balcanico e mediterraneo. In questo orizzonte, l’impegno libertario caniniano si salda al respiro universalistico della Weltliteratur goethiana e alla potente concezione mazziniana di una «letteratura europea». Tale letteratura è concepita come un dispositivo spirituale capace di cementare la polifonica identità del continente sulla base di archetipi formali e simbolici universali. Sotto la lente della critica analitica contemporanea, attenta ai meccanismi di decostruzione e ricodificazione del testo, vicina alle istanze materialiste e relazionali di autrici quali Donna Haraway, secondo cui «we become with each-other or not at all» (Staying with the Trouble, Duke University Press, 2016), e Karen Barad, per la quale «matter and meaning are iteratively reconfigured» (Meeting the Universe Halfway, Duke University Press, 2007, nonché alla concezione della materia come agente elaborata da Jane Bennett, secondo cui «thing-power» designa la vitalità e capacità d’azione propria delle cose (Influx and Efflux: Writing Up with Walt Whitman, Duke University Press, 2020), l’operazione letteraria di Canini produce un continuo cortocircuito tra il codice linguistico di partenza e quello di arrivo, trasformando la traduzione in uno spazio di interferenza, riarticolazione e produzione di nuove possibilità semantiche. Nelle traduzioni svariate e monumentali collocate all’interno del Libro dell’amore, opera la cui gestazione attraversò l’intero arco della sua vita, Canini applica una sovrapposizione analogico-simbolica che prefigura direttamente la critique d’analogie della poesia simbolista e il metodo compositivo del Pascoli traduttore e archeologo della parola in Lyra ed Epos. Sebbene le sue rese traduttive pecchino di enfasi retorica o di infedeltà letterale, esse mostrano una straordinaria intuizione per le risonanze e le corrispondenze profonde. Si consideri la celebre versione dell’epigramma funerario di Meleagro per Eliodora: «Lacrime, avanzo dell’antico amore, / Attraverso alla terra, o Eliodora, / Ti mando, all’Orco, lacrime infelici». Pragmaticamente, l’enunciato attiva un’implicatura conversazionale e simbolica in cui l’asprezza plosiva e gutturale esprime la percussione dolorosa del lutto, mentre il flusso continuo delle consonanti liquide veicola il trapasso affettivo. Analogamente, nella traduzione del Lamartine – «L’anime nostre un’alma sola, / Qual due sospiri che insiem si fondano, / Quali due misti rai dell’aurora»- l’istanza performativa trasforma l’atto del tradurre in una duplicazione energetica del soffio neoplatonico, dove i respiri e le anime degli amanti si compenetrano in una perfetta simbiosi acustica.
Glottogonia archetipica, critica analitica e politologia dell’arte
La storiografia linguistica, la filosofia del linguaggio e l’estetica comparata hanno radicalmente riconsiderato l’apparente dilettantismo delle Études étymologiques pubblicate da Canini a Parigi nel 1882. La severa condanna pronunciata all’epoca dal positivismo rigoroso di Graziadio Isaia Ascoli – teso alla ricerca di leggi fonetiche ineccepibili, di tassonomie scientifiche e di riscontri documentali oggettivi- aveva relegato le intuizioni di Canini nell’alveo delle paretimologie arbitrarie. Tuttavia, la moderna glottocronologia, unitamente alla critica culturale contemporanea, riabilita la portata anticipatrice dell’opera caniniana, rileggendola alla luce delle successive ipotesi monogenetiche e macro-familiari elaborate da studiosi quali Alfredo Trombetti, Albert Cuny, Joseph Greenberg, Colin Renfrew, Théophile Obenga e Merritt Ruhlen. Canini postula l’esistenza di un’infrastruttura linguistica unitaria, un sostrato primigenio nostratico, indo-semitico o pelasgico che funge da vero e proprio deictic center universale. Tale sostrato rappresenta un noùmeno linguistico e iperuranio, rispetto al quale le singole famiglie linguistiche e le parlate nazionali storicamente determinate non sono che epifenomeni contingenti, superfici frammentate che velano e insieme presuppongono l’originario Intelletto Possibile della parola. La lingua rumena, nell’analisi di Canini, che si ricollega idealmente alle riflessioni contenute nello Zibaldone di Giacomo Leopardi e al saggio di Carlo Cattaneo sul nesso della lingua valacca con l’italiana, nasce da questo medesimo nucleo arcaico che ha alimentato, per vie dirette e indirette, sia il ceppo latino e italico sia le fioriture della classicità e dell’uso moderno. La spinta ricevuta da Niccolò Tommaseo – che nelle Scintille offriva un ribollente concerto poliglotta tra italiano, latino, francese, greco ed illirico, celebrando il fiume fulgido del verbo dantesco che si irradia nelle singole parlate- trova in Études étymologiques una sistematizzazione strutturale e fonosimbolica. L’opera prefigura, infatti, la disposizione metodologica che sarà alla base de L’unità d’origine del linguaggio di Trombetti: l’individuazione di una proto-radice etimologica fondamentale è immediatamente seguita da un’ampia campionatura di riscontri tratti da disparate famiglie linguistiche, compresi gli azzardati e affascinanti accostamenti tra le lingue indoeuropee e quelle amerindie (come il raffronto tra la divinità mesoamericana Inti e quella vedica Indra, o le radici qatoh e Kam legate all’idea del sacrificio e della morte). Incrociando l’antropologia dell’arte con i recenti apporti della neuroscienza cognitiva applicata alla percezione fonosintattica e al sound symbolism, l’analisi degli etimi caniniani svela meccanismi di cross-modal association tra stimolo acustico, evocazione visiva e carica mnestica. Le radici kal, gal, gla, kar, harr, hor (invariabilmente associate all’idea di ardere e brillare) e quelle quali ard, art, ryt, lat, loth (connesse alla radice indoeuropea *rt indicante l’ordine cosmico, il ritmo, l’armonia e l’arte) delineano una mappa neuro-cognitiva in cui l’articolazione fonetica simula e riproduce l’esperienza percettiva primigenia di luce e calore. All’opposto, la combinazione delle consonanti occlusive e sorde kad, kat, kt risponde con il suo suono duro e spezzato all’iconicità del tagliare, del lacerare e del morire. Analogamente, la catena consonantica man, amn, men, mn annoda psicodinamicamente la sfera della follia (mania), della divinazione (mantia) e dell’ispirazione poetica (Mousai), intese come manifestazioni dell’excessus mentis e garanti della memoria. In prospettiva politologica, la valorizzazione filologica ed estetica del rumeno e del greco arcaico (si veda la traduzione del Partenio di Alcmane, in cui la consonante vibrazionale /R/ e le vocali chiaroscurali mimano l’alternanza cosmica tra la luce stellare e l’oscurità notturna) rifiuta la logica rigida dello Stato-nazione autarchico. La lingua diventa al contempo physis e techne, venuta alla luce e ricostruzione storica. L’utopia di Canini prefigura un’unione politica e spirituale fondata sulla condivisione di un patrimonio archetipico e formale profondo e non sulle contingenti opportunità mercantili o burocratiche.
Conclusione
Per tirare le somme di questo percorso analitico e restituire il nucleo della riflessione con la massima chiarezza: Marco Antonio Canini non è stato un bizzarro sognatore fuori dal tempo, né semplicemente un linguista superato dai metodi della scienza moderna. La sua grande intuizione è stata di capire che tutte le lingue, le poesie e le culture dell’Europa si abbeverano a una stessa sorgente invisibile, a una radice umana e simbolica comune che supera qualsiasi confine politico o barriera grammaticale. Traducendo i poeti di ogni epoca e paese e cercando la voce primordiale nascosta nelle parole, Canini ha voluto dimostrare che gli esseri umani, al di là delle loro differenze superficiali, condividono gli stessi codici emotivi, la stessa sensibilità per la luce, per il dolore, per la bellezza e per l’amore. In questa prospettiva, Patrizio Rigobon ha definito Canini un «autentico utopista del Risorgimento» (Le lingue occidentali nei 150 anni di storia di Ca’ Foscari, Edizioni Ca’ Foscari, 2018, 151), sottolineando implicitamente come nella sua figura l’impegno politico, la vocazione cosmopolita e la ricerca linguistico-letteraria risultassero intimamente congiunti. La sua idea di Europa non era, dunque, un costrutto freddo fatto di trattati economici o di burocrazie istituzionali, ma una comunità viva fondata sul dialogo delle culture e sul riconoscimento di una memoria spirituale condivisa. Come ha osservato Matteo Veronesi, la ricerca di Canini si colloca infatti nella tensione fra «la totalità e le identità particolari, l’universalità e le comunità nazionali» (Tra Europa e Romania. Gli studi linguistici di Marco Antonio Canini, in «Orizzonti culturali italo-romeni», III, 2013): una tensione che trasforma il confronto fra le lingue in uno strumento adeguato a pensare insieme unità e differenza. Se oggi la sua figura ci appare inattuale o dimenticata, è solo perché la storia ha spesso preferito la strada del calcolo e dell’interesse materiale. Riscoprire il suo pensiero significa ritrovare un’idea di unione tra i popoli ancora oggi straordinariamente feconda, capace di parlare con forza al nostro presente: non un’Europa dell’omologazione, ma un’Europa della traduzione, nella quale la molteplicità delle lingue e delle culture diventa precisamente il luogo possibile di una comune esperienza umana.
