La costruzione giuridica dello Stato nazionalsindacalista franchista in Legaz y Lacambra, Conde, Beneyto Pérez ed Elías de Tejada di Ivan Pozzoni
La fabbricazione della necessità storica: il linguaggio dello Stato nazionalsindacalista
Il franchismo delle origini cercò di trasformare la vittoria militare nella Guerra civile spagnola in un ordinamento durevole, dotato di istituzioni, principi giuridici e una narrazione legittimante. La conquista del potere non bastava a produrre un consenso stabile: occorreva definire che cosa fosse la Spagna, chi dovesse rappresentarla e perché il comando del Caudillo dovesse essere considerato legittimo. La filosofia del diritto e la teoria dello Stato parteciparono a questa operazione, senza costituire un sistema uniforme. Luis Legaz y Lacambra, Francisco Javier Conde, Juan Beneyto Pérez e Francisco Elías de Tejada affrontarono problemi connessi, attraverso percorsi differenti: il nazionalsindacalismo, la dottrina del caudillaje, la costruzione istituzionale e il tradizionalismo cattolico. La storiografia di Enrique Moradiellos mostra come queste elaborazioni abbiano contribuito a fornire una veste dottrinale all’autorità personale di Franco, sostenuta dalla convergenza fra potere militare, sacralizzazione religiosa e direzione politica del partito. Il titolo di Luis Legaz y Lacambra, Introducción a la teoría del Estado nacionalsindicalista (Bosch, 1940), dichiara un obiettivo teorico: interpretare la nuova forma statale attraverso la categoria del nazionalsindacalismo. Nel volume, Legaz affronta quella che definisce «la crisis del español, como español y como hombre» («la crisi dello spagnolo, in quanto spagnolo e in quanto uomo») [198]. La crisi viene presentata come un problema nazionale e antropologico: la ricostruzione dello Stato è associata alla trasformazione dell’individuo e alla ridefinizione della sua collocazione nella collettività. L’operazione teorica si spinge oltre la progettazione amministrativa: mira a delineare un soggetto politico compatibile con l’ordine che si vuole costruire. Il passaggio è importante perché il lessico della crisi riesce a svolgere una funzione normativa. Se la condizione presente viene descritta come una crisi complessiva dell’uomo e della nazione, la ricostruzione autoritaria deve essere presentata come risposta necessaria. La pragmatica linguistica consente di distinguere il contenuto descrittivo dalla forza persuasiva dell’enunciato. In termini di J. L. Austin, l’espressione politica deve operare come speech act, ossia come atto linguistico: definisce una situazione, identifica un problema e prepara la legittimazione di un intervento. In How to Do Things with Words (Harvard University Press, 1962, 6), Austin scrive: «to utter the sentence (in, of course, the appropriate circumstances) is not to describe my doing of what I should be said in so uttering to be doing […] it is to do it». Traduzione: «pronunciare la frase, nelle circostanze appropriate, non significa descrivere l’azione che si sta compiendo pronunciandola […] significa compierla». La dichiarazione politica non cambia magicamente la realtà, contribuisce a modificarla quando viene pronunciata da un’autorità riconosciuta e sostenuta da istituzioni capaci di farla valere. Nel caso franchista, la trasformazione di un’esperienza storica controversa in una necessità nazionale passa attraverso una selezione del vocabolario. Juan Beneyto Pérez apre El nuevo Estado español: el régimen nacional-sindicalista ante la tradición y los sistemas totalitarios (Biblioteca Nueva, 1939) con l’intenzione di collocare il nuovo Stato «como reflejo de la Tradición Nacional y de la presencia vigente en el Derecho Público contemporáneo» («come riflesso della Tradizione nazionale e della presenza attuale nel diritto pubblico contemporaneo»). La formula accosta due fonti di legittimazione: la continuità storica e l’adeguamento alle forme politiche contemporanee. Il nuovo regime si presenta come erede di una tradizione e, contemporaneamente, come protagonista di una trasformazione moderna. Beneyto esplicita la funzione di questo dispositivo quando scrive: «El Régimen Nacionalsindicalista no es artificial ni caprichoso. Es el resultado de una misión histórica». Traduzione: «Il regime nazionalsindacalista non è artificiale né capriccioso. È il risultato di una missione storica». La sequenza no es / es contrappone la contingenza alla necessità: prima respinge l’ipotesi di una costruzione politica contingente, poi propone la missione storica come spiegazione del regime. Il concetto di presupposition (presupposizione), nella critica linguistica, aiuta a riconoscere il presupposto implicito dell’enunciato: esisterebbe una missione storica nazionale sufficientemente unitaria da giustificare un determinato ordinamento. Il concetto di framing (inquadramento) mostra come il discorso restringa il campo delle interpretazioni: il regime viene rappresentato come compimento della storia, mentre le alternative rischiano di apparire come deviazioni dalla traiettoria nazionale. La narrazione di Beneyto si completa con il riferimento alle forme «nuevas, vigorosas y heroicas» («nuove, vigorose ed eroiche») che dovrebbero incarnare il passato ideale nella nuova epoca. L’accostamento fra tradizione e novità non è una contraddizione casuale: consente di presentare la trasformazione politica come restaurazione di una sostanza originaria. La nazione viene costruita come soggetto collettivo continuo, sebbene la guerra civile abbia mostrato l’esistenza di progetti politici conflittuali. La retorica della continuità riduce la visibilità di quella frattura e conferisce al nuovo Stato il compito di rappresentare una comunità che viene descritta come unitaria. La dimensione giuridica di questa costruzione appare nel Fuero del Trabajo, promulgato il 9 marzo 1938 e integrato nel sistema delle Leggi fondamentali. Il testo definisce lo Stato «Nacional en cuanto es instrumento totalitario al servicio de la integridad Patria, y Sindicalista en cuanto representa una reacción contra el capitalismo liberal y el materialismo marxista». Traduzione: «Nazionale in quanto strumento totalitario al servizio dell’integrità della Patria e sindacalista in quanto rappresenta una reazione contro il capitalismo liberale e il materialismo marxista». La disposizione rende esplicito il carattere ideologico dell’ordinamento: lo Stato viene definito attraverso la sua funzione totalizzante e mediante il rifiuto di due avversari, il liberalismo capitalistico e il marxismo. L’identità istituzionale nasce da una delimitazione del nemico. La critica letteraria analitica permette di osservare come questa delimitazione si organizzi in opposizioni semantiche. Nazione e disgregazione, tradizione e decadenza, unità e fazione diventano coppie che distribuiscono legittimità e illegittimità. Il meccanismo non dipende soltanto dal significato dei singoli termini, ma dalle loro relazioni nel testo. L’opposizione fra ordine e disordine riesce a trasformare il dissenso in indizio di disgregazione, mentre la rappresentazione del regime come restauratore della continuità nazionale colloca l’autorità al di sopra del conflitto politico ordinario. La prima conseguenza è metodologica: l’autoritarismo giuridico non si studia soltanto attraverso le norme che conferiscono competenze agli organi dello Stato. Va studiato anche attraverso i discorsi che definiscono chi debba rappresentare la comunità, che conflitti siano riconosciuti come legittimi e quali vengano espulsi dalla sfera della politica ammessa. La teoria di Legaz e il programma di Beneyto assumono rilievo nel momento in cui la ricostruzione dello Stato si intreccia con la costruzione di un nuovo soggetto collettivo.
Il Caudillo come fonte di sovranità: comando personale, diritto e rappresentazione
Il progetto di Legaz y Lacambra va letto accanto alla riflessione di Francisco Javier Conde, che affronta il problema della legittimazione del capo. In Contribución a la doctrina del caudillaje (Vicesecretaría de Educación Popular, 1942), la questione teorica consiste nel distinguere il comando legittimo dal semplice esercizio della forza. La formula «Acaudillar es, ante todo, mandar legítimamente» («Essere caudillo significa, prima di tutto, comandare legittimamente») sintetizza il tentativo di attribuire al potere personale uno statuto normativo. Conde precisa che «caudillaje no es dictar […] no es sinónimo, sino contrapunto de dictadura» («il caudillaggio non è comandare arbitrariamente […] non è sinonimo, bensì il contrappunto della dittatura»). Queste formulazioni sono analizzate da Alberto Reig Tapia nel suo studio sulla teoria del caudillaggio. La distinzione è definitoria. Conde tenta di separare la figura del Caudillo dalla categoria della dittatura, attribuendole un principio positivo di legittimità. La definizione di un potere come legittimo non costituisce una dimostrazione della sua legittimità: occorre verificare che procedure ne limitino l’esercizio, che diritti proteggano i cittadini e che strumenti consentano di contestarne le decisioni. La critica analitica distingue il significato di un concetto dalle condizioni che renderebbero vera la proposizione che lo contiene. Caudillaje può essere definito come comando legittimo, ma resta da stabilire quali fatti istituzionali e quali garanzie giustifichino l’applicazione della definizione a un regime politico concreto. Conde ricorre anche al lessico del carisma. Nella ricostruzione di Reig Tapia, il comando viene collegato all’«extraordinaria devoción a la ejemplaridad o temple heroico de una persona» («devozione straordinaria per l’esemplarità o la tempra eroica di una persona»). Il rapporto politico viene descritto attraverso qualità attribuite al capo e attraverso la disposizione dei seguaci a riconoscerle. Il vocabolario della devozione sposta l’attenzione dalla procedura impersonale alla relazione personale: l’autorità viene rappresentata come qualità eccezionale di un individuo, riconosciuta dalla collettività. La distinzione fra de facto e de iure aiuta a chiarire la posta in gioco. La vittoria militare produce una situazione di fatto; la teoria politica cerca di convertirla in un titolo giuridico e morale per governare. La trasformazione non avviene automaticamente. Se la riuscita del comando diventa la prova della sua legittimità, la forza rischia di giustificare retrospettivamente sé stessa. La dottrina del caudillaggio interviene in questo spazio, attribuendo alla figura del capo un significato che eccede l’origine militare del suo potere. Francisco Elías de Tejada rafforza tale costruzione attraverso il tradizionalismo cattolico e la rappresentazione provvidenziale del capo. In La figura del Caudillo (Tipografía La Andaluza, 1939), come riportato da Enrique Moradiellos, il Caudillo è definito «esencialmente un jefe militar» («essenzialmente un capo militare») e «fuente de soberanía» («fonte di sovranità»); la sua autorità viene collegata all’immagine del «predestinado de Dios para regir una sociedad política» («predestinato da Dio a governare una società politica»). La figura del capo diviene un dispositivo di sintesi simbolica. L’eroe vittorioso rende visibile il comando; il linguaggio della sovranità attribuisce lui una posizione giuridica; il riferimento alla provvidenza lo colloca in un ordine superiore. Sul piano retorico, questa convergenza rende difficile distinguere fra la persona di Franco, lo Stato e la nazione. Se il capo viene rappresentato come fonte dell’unità politica, contestarne l’autorità rischia di essere presentato come un attacco all’unità stessa. L’implicatura non richiede che ogni dissenso venga dichiarato formalmente tradimento: può essere prodotta dall’identificazione fra capo, patria e destino storico. La legislazione franchista offre esempi espliciti di questa identificazione. I Principios del Movimiento Nacional, promulgati il 17 maggio 1958, si aprono con la formula ufficiale: «España es una unidad de destino en lo universal. El servicio a la unidad, grandeza y libertad de la Patria es deber sagrado y tarea colectiva de todos los españoles». Traduzione: «La Spagna è un’unità di destino nell’universale. Il servizio all’unità, alla grandezza e alla libertà della Patria è dovere sacro e compito collettivo di tutti gli spagnoli». Il testo associa la nazione a un destino unitario e definisce il servizio alla patria come dovere sacro. Il riferimento religioso non resta confinato alla sfera privata: entra nella formulazione dei principi fondamentali e contribuisce a presentare l’ordine politico come portatore di un valore morale superiore. L’atto legislativo si apre inoltre con la dichiarazione di Franco di agire «consciente de mi responsabilidad ante Dios y ante la Historia» («consapevole della mia responsabilità davanti a Dio e davanti alla Storia»). La prima persona del capo è collocata davanti a due istanze che trascendono il controllo politico ordinario: Dio e la Storia. Questa costruzione conferisce all’autorità una dimensione morale e teleologica, mentre lascia sullo sfondo le questioni del controllo democratico, della responsabilità parlamentare e dell’alternanza. La retorica della responsabilità non equivale alla presenza di strumenti istituzionali capaci di farla valere. La Ley Orgánica del Estado del 1967 mostra come l’ideologia dell’unità si traduca in architettura istituzionale. Il testo stabilisce che «El ejercicio de los derechos que se reconocen en este Fuero no podrá atentar a la unidad espiritual, nacional y social de España». Traduzione: «L’esercizio dei diritti riconosciuti in questo Fuero non potrà attentare all’unità spirituale, nazionale e sociale della Spagna». La norma riconosce diritti, ne subordina l’esercizio a un criterio di unità definito dall’ordinamento. Il nucleo critico è la relazione fra garanzia e limitazione: se la stessa autorità che riconosce i diritti stabilisce che cosa costituisca una minaccia all’unità, il diritto individuale riesce ad essere ristretto mediante una clausola ideologica. La politologia dell’arte consente di estendere l’analisi dal testo normativo alla produzione dell’immagine pubblica. Il potere non si presenta soltanto attraverso articoli di legge: si rende visibile mediante cerimonie, monete, ritratti, simboli e rituali collettivi. Moradiellos ricorda l’iscrizione «Francisco Franco, Caudillo de España por la gracia de Dios» («Francisco Franco, Caudillo di Spagna per grazia di Dio») presente sulle monete coniate dal dicembre 1946. La moneta circola quotidianamente e porta l’immagine del capo nello spazio ordinario degli scambi. La sovranità diviene una presenza ripetuta, materiale e riconoscibile, mentre il linguaggio della grazia divina rafforza la rappresentazione dell’autorità come istituzione eccezionale. L’antropologia politica aiuta a comprendere perché i rituali di questo tipo siano importanti. Le comunità sono organizzate da pratiche di riconoscimento: cerimonie, emblemi e narrazioni pubbliche servono a rafforzare i confini fra appartenenza e dissenso. Non è necessario supporre che tutti i cittadini condividano interiormente il significato dei simboli; è sufficiente osservare che essi rendono pubblica e ripetibile una particolare rappresentazione dell’ordine. La neuroscienza suggerisce ipotesi prudenti sul ruolo della ripetizione, dell’attenzione e delle emozioni collettive nella salienza dei simboli, senza consentire deduzioni automatiche sulle convinzioni individuali o sul consenso effettivo. La teoria di John R. Searle chiarisce come il linguaggio possa contribuire alla costituzione della realtà istituzionale. In The Construction of Social Reality (Free Press, 1995), Searle descrive la forma tipica delle regole costitutive: «The form is “X counts as Y” or “X counts as Y in context C”» («La forma è “X conta come Y” oppure “X conta come Y nel contesto C”». Una persona viene riconosciuta come titolare di una funzione perché esistono regole e pratiche collettive che attribuiscono valore istituzionale al suo ruolo. Applicata al franchismo, questa prospettiva permette di analizzare come leggi, titoli ufficiali e rituali contribuiscano a stabilire lo status del Caudillo. La teoria non dimostra che ogni riconoscimento sia libero o democratico: mostra piuttosto che la realtà istituzionale dipende anche da regole condivise, dalla loro applicazione e dal potere di imporle. Il confronto evidenzia il limite dell’autorità personale: il fatto che un ordinamento attribuisca a un capo una funzione sovrana non dimostra che costui sia sottoposto a controlli effettivi. La costituzione giuridica di uno status e la sua legittimazione democratica sono questioni distinte. La prima riguarda le regole che definiscono chi detiene il potere; la seconda riguarda le condizioni che rendono quel potere giustificabile davanti a cittadini liberi ed eguali.
Legalità, pluralismo e limiti dell’autorità: il problema della legittimità
La distinzione fra legalità e legittimità permette di ricondurre le elaborazioni dei quattro giuristi alla questione fondamentale del pluralismo liberale. Un regime è in grado di produrre norme, definire competenze e organizzare procedure amministrative; resta da stabilire se i cittadini possano partecipare alla formazione delle decisioni, contestare il governo e tutelare i propri diritti contro l’autorità. Nel franchismo, la legislazione fondamentale dichiarava diritti e principi di rappresentanza, subordinandoli al quadro ideologico dell’unità nazionale. L’ordinamento assumeva una funzione duplice: regolava l’esercizio del potere e delimitava le forme di dissenso riconosciute come ammissibili. La Ley Orgánica del Estado del 1967 mostra questa tensione attraverso una formula che condiziona l’esercizio dei diritti alla salvaguardia dell’unità spirituale, nazionale e sociale. La disposizione recita: «El ejercicio de los derechos que se reconocen en este Fuero no podrá atentar a la unidad espiritual, nacional y social de España». Traduzione: «L’esercizio dei diritti riconosciuti in questo Fuero non potrà attentare all’unità spirituale, nazionale e sociale della Spagna». La questione decisiva riguarda chi definisca l’eventuale attentato all’unità e che garanzie proteggano il cittadino dall’applicazione discrezionale di questa clausola. Quando il potere stabilisce sia i diritti sia i limiti ideologici del loro esercizio, il controllo sull’autorità resta insufficiente. La riflessione di Jürgen Habermas offre un criterio di confronto. In Between Facts and Norms: Contributions to a Discourse Theory of Law and Democracy (MIT Press, 1996, 110), Habermas formula il principio democratico della legittimità in questi termini: «only those statutes may claim legitimacy that can meet with the assent of all citizens in a discursive process of legislation that in turn has been legally constituted» («Soltanto quelle leggi possono rivendicare legittimità che possano ottenere l’assenso di tutti i cittadini in un processo discorsivo di legislazione a sua volta costituito giuridicamente»). Il criterio sposta l’attenzione dalla semplice esistenza della norma alle condizioni in cui viene prodotta: la legittimità richiede una procedura inclusiva, la possibilità di discutere le decisioni e il riconoscimento dei cittadini come partecipanti liberi ed eguali. Applicato al franchismo, questo criterio mette in luce il problema della rappresentanza. Il regime dichiarava di esprimere la nazione nella sua unità, mentre restringeva lo spazio in cui i cittadini potevano organizzare un’opposizione autonoma. La dottrina dell’unità nazionale tendeva a identificare il pluralismo con il rischio di disgregazione e a collocare l’autorità al di sopra del conflitto democratico. La differenza fra una comunità politica pluralista e un ordinamento autoritario emerge: nel primo caso il conflitto è una componente legittima della vita pubblica; nel secondo può essere trattato come una minaccia all’identità collettiva. La storiografia spagnola ha chiarito che il franchismo non deve essere descritto come un sistema ideologico omogeneo per tutti i suoi quarant’anni. Ismael Saz Campos invita a considerare il regime «una síntesis peculiar de las dos grandes corrientes del nacionalismo anti-liberal europeo del siglo XX: la nacionalista reaccionaria, ideológicamente preeminente, y la fascista» («una sintesi peculiare delle due grandi correnti del nazionalismo antiliberale europeo del XX secolo: quella nazionalista reazionaria, ideologicamente preminente, e quella fascista»). [«Paradojas de la historia, paradojas de la historiografía. Las peripecias del fascismo español», in Hispania, 61, 207, 2001, 143-176] La distinzione è importante per interpretare i quattro autori: le loro elaborazioni condividono un orizzonte antiliberale, pur differendo per fondamenti filosofici, rapporto con il cattolicesimo e concezione del capo. Enrique Moradiellos sottolinea che le dottrine del caudillaggio contribuirono a dare «cobertura formal a una realidad autocrática y dictatorial» («una copertura formale a una realtà autocratica e dittatoriale»). [«Franco, el caudillo: origen y perfil de una magistratura política carismática», in Historia y Política, 35, 2016, 261-287]. Alberto Reig Tapia, nel suo studio «Aproximación a la teoría del caudillaje en Francisco Javier Conde» [in Revista de Estudios Políticos, 69, 1990, 61-82] ricostruisce le operazioni concettuali con cui Conde cercò di distinguere il caudillaggio dalla dittatura. I due contributi svolgono funzioni complementari: il primo colloca la dottrina nella struttura storica del regime, il secondo analizza la sua grammatica teorica. Un ulteriore confronto viene dalla storia sociale di Julián Casanova. Nel suo studio «La historia social de los vencidos», Casanova ricorda che i vinti furono «excluidos durante mucho tiempo de la historia que se enseñaba e investigaba en las universidades» («esclusi per molto tempo dalla storia che veniva insegnata e studiata nelle università»). La frase riguarda la storia della memoria e della ricerca, illumina anche un problema politico ampio: chi controlla le istituzioni influisce sulla selezione delle voci riconosciute, delle esperienze trasmesse e delle interpretazioni rese pubbliche. Nel caso franchista, l’epurazione universitaria e la repressione del dissenso contribuirono a ridurre gli spazi autonomi di produzione intellettuale. La critica letteraria analitica consente di riconoscere in questi processi una politica della rappresentazione. Il regime definiva la Spagna mediante un insieme selezionato di simboli, riferimenti storici e valori religiosi. La categoria di implicature permette di studiare ciò che il discorso suggerisce senza dichiararlo apertamente; quella di presupposition individua le convinzioni che il testo assume come condivise. L’espressione «unità di destino» presuppone una comunità dotata di un orientamento comune; la definizione del Caudillo come fonte di sovranità suggerisce che la sua autorità incarni quell’unità. L’analisi non dimostra che ogni cittadino accettasse tali presupposti: mostra come le formule ufficiali fossero costruite per renderli disponibili e ripetibili. La sociologia dell’arte e l’antropologia politica aggiungono una dimensione materiale. La legittimità non viene elaborata soltanto nelle opere dei giuristi o nei testi legislativi. È riprodotta attraverso monumenti, cerimonie, immagini del capo, simboli religiosi e pratiche pubbliche. La ripetizione rende riconoscibile una rappresentazione del potere; l’organizzazione dello spazio pubblico assegna visibilità ad alcuni soggetti e la sottrae ad altri. La politologia dell’arte deve interrogare come il regime trasformi l’autorità in immagine, l’unità in rituale e la fedeltà in comportamento pubblico. La neuroscienza è in grado di contribuire a questa analisi in termini circoscritti. La ripetizione degli stimoli, la familiarità dei simboli e la partecipazione ai rituali influiscono sull’attenzione e sulla percezione dell’appartenenza. Queste osservazioni non autorizzano a dedurre il consenso politico dalle reazioni cognitive: l’adesione, la paura, l’opportunismo e la resistenza sono fenomeni distinti, che richiedono prove storiche e sociali. Il contributo della neuroscienza consiste nel ricordare che il discorso politico viene ricevuto da esseri umani inseriti in ambienti simbolici e istituzionali, non da soggetti astratti separati dalle loro esperienze. La conclusione deve essere espressa con semplicità. Legaz y Lacambra cercò di dare una struttura teorica allo Stato nazionalsindacalista; Conde elaborò una dottrina atta a legittimare il comando personale del Caudillo; Beneyto Pérez organizzò il racconto del nuovo Stato attraverso tradizione e modernità; Elías de Tejada legò la figura del capo al tradizionalismo cattolico e a una concezione provvidenziale dell’autorità. Queste posizioni non erano identiche, contribuirono a un linguaggio politico che presentava il potere come espressione della storia, dell’unità nazionale e di un ordine superiore. Il problema resta il rapporto fra diritto e controllo del potere. Un ordinamento può possedere leggi e istituzioni senza offrire ai cittadini strumenti sufficienti per contestare chi governa. La presenza di una teoria giuridica non garantisce la legittimità democratica. Occorre chiedere chi scriva le norme, chi possa discuterle, quali diritti siano effettivamente protetti e quali possibilità esistano di sostituire pacificamente chi detiene il potere. Nel franchismo, il richiamo all’unità nazionale e alla missione storica contribuì a giustificare un’autorità personale che non era sottoposta a un’effettiva alternanza democratica. Il linguaggio fu parte di questo processo. Definire il Caudillo come fonte della sovranità, la Spagna come unità di destino e il dissenso come minaccia all’unità significava organizzare il campo entro cui il potere veniva interpretato. L’analisi pragmatica mostra come tali formule cercassero di stabilire non soltanto che cosa fosse lo Stato, ma anche chi avesse il diritto di parlare in suo nome. È questo il nucleo della costruzione giuridica dell’autoritarismo franchista: la pretesa di trasformare una specifica concezione politica della nazione in criterio generale di legittimità.
