Il lettore innocente di Francesco D’Angiò
Nell’articolo Mario Barenghi: puntellare il mondo con la lettura, pubblicato su Doppiozero, Silvia Acocella prende spunto da Il rito della lettura di Mario Barenghi per interrogarsi sul significato di questa pratica come forma di trasmissione culturale. Ogni libro entra in una relazione che attraversa il tempo: qualcuno affida alla scrittura una parte della propria esperienza, altri la raccolgono, la interpretano, le consentono di continuare a esistere. Leggere significa partecipare a questa trasmissione, entrando in rapporto con vite, pensieri e circostanze che altrimenti rimarrebbero estranei.
La dimensione rituale della lettura riguarda anche la particolare disponibilità richiesta a chi apre un libro. Per un certo tempo accettiamo di seguire avvenimenti ai quali non prendiamo parte, di interessarci a persone inventate, di lasciarci coinvolgere da vicende che sappiamo appartenere alla finzione. La distanza dalla nostra vita rende possibile un’attenzione che, nell’esperienza quotidiana, sarebbe più difficile sostenere. Possiamo osservare una scelta prima di giudicarla, seguire le ragioni di un comportamento riprovevole, comprendere un personaggio senza condividerne le azioni.
Acocella distingue, seguendo Barenghi, l’empatia dalla partecipazione, soffermandosi anche sull’attrazione letteraria esercitata dai personaggi moralmente problematici. La lettura consente allora di avvicinarsi a un’esperienza umana senza essere costretti a risolverla immediatamente in un giudizio. La comprensione può precedere la condanna, modificarne le ragioni, renderla più consapevole. A volte una storia ci permette di riconoscere la complessità di una persona che, incontrata nella vita ordinaria, avremmo liquidato attraverso un comportamento isolato.
A questa esperienza si lega la fiducia nel valore formativo della letteratura. I libri possono modificare convinzioni, ampliare la sensibilità, renderci più attenti alle circostanze nelle quali agiscono gli altri. Alcune letture lasciano conseguenze profonde. Ma il passaggio dalla conoscenza di una vita alla trasformazione di chi la osserva rimane meno evidente di quanto suggerisca l’idea che leggere ci renda migliori. Possiamo comprendere un personaggio con grande precisione e continuare a giudicare noi stessi secondo criteri differenti da quelli che abbiamo utilizzato per interpretarlo.
Un’interpretazione esatta, tuttavia, non ci mette al riparo da ogni equivoco. Possiamo aver riconosciuto le contraddizioni di un personaggio, compreso le circostanze che lo hanno condotto a una decisione, individuato il punto in cui una spiegazione si trasforma in una giustificazione. È un risultato autentico, del quale possiamo essere soddisfatti. La difficoltà comincia quando dalla precisione del nostro giudizio ricaviamo una certezza più generale sulla nostra lucidità.
Raskol’nikov, in Delitto e castigo, ha elaborato una teoria che distingue gli uomini ordinari da quelli straordinari. Ai secondi attribuisce, in determinate circostanze, la facoltà di oltrepassare i limiti imposti agli altri, quando ritengano necessario farlo per realizzare un’idea di portata superiore. Il riferimento a figure storiche che hanno instaurato nuovi ordinamenti attraverso la violenza gli consente di interrogarsi sulla differenza fra il crimine comune e l’azione di chi pretende di modificare il corso degli eventi.
Raskol’nikov applica quella distinzione anzitutto a sé stesso. Vuole sapere a quale categoria appartenga. L’uccisione dell’usuraia è legata anche alla volontà di mettersi alla prova. Attraverso un atto irreversibile cerca una certezza sulla propria identità, quasi che il coraggio di compiere il delitto potesse confermare la legittimità del principio che lo autorizzerebbe. L’esperimento produce però conseguenze che sfuggono al suo controllo. Il protagonista oscilla fra orgoglio e paura, isolamento e bisogno degli altri, tentativi di dominio e improvvise manifestazioni di vulnerabilità. La teoria continua a occupare il suo pensiero, mentre la vita che dovrebbe confermarla ne rivela l’insufficienza.
Il tormento di Raskol’nikov, considerato isolatamente, non costituisce una confutazione filosofica della sua idea. Dostoevskij costruisce un conflitto più complesso, nel quale il protagonista avverte ciò che fatica ad accettare. Riconosce alcune proprie contraddizioni e continua a difendere l’immagine di sé che le rende insopportabili. La sua capacità di analisi non si traduce in un modo di vivere coerente con ciò che ha compreso.
Nel confronto con Porfirij Petrovič questo rapporto fra intelligenza e conoscenza di sé assume una forma concreta. L’investigatore conosce l’articolo nel quale Raskol’nikov ha esposto la teoria degli uomini straordinari. Durante il loro incontro ne discute le conseguenze, lascia che il giovane ne chiarisca il significato, introduce obiezioni e domande. Poi gli chiede se, mentre scriveva, non abbia immaginato anche sé stesso fra quegli uomini eccezionali.
Porfirij vuole comprendere quale funzione abbia assunto quella concezione nella vita di Raskol’nikov. Una convinzione può nascere da un ragionamento e diventare, nello stesso tempo, il luogo nel quale una persona cerca una definizione di sé. La sua coerenza interna non chiarisce necessariamente il bisogno che l’ha resa così importante per chi la sostiene.
L’investigatore si muove su un terreno incerto. Un articolo non dimostra un omicidio, e l’adesione a una teoria non autorizza a dedurne automaticamente una condotta. Porfirij deve osservare le reazioni di Raskol’nikov, valutare le sue risposte, provocare nuove occasioni di confronto. Può sospettare molto più di quanto riesca a provare. La sua intelligenza consiste anche nel comprendere che un uomo può nascondersi dietro parole sincere e che una spiegazione accurata non rivela necessariamente tutto di chi la fornisce.
Il lettore assiste alla scena sapendo già chi è l’assassino. Ha seguito gli avvenimenti precedenti, conosce le paure e le esitazioni del protagonista, può riconoscere ciò che Porfirij cerca attraverso indizi e supposizioni. Dostoevskij gli ha offerto una posizione dalla quale osservare contemporaneamente il comportamento di Raskol’nikov e il tentativo dell’investigatore di interpretarlo. Comprende perché una domanda apparentemente astratta diventi pericolosa, perché una precisazione possa essere pronunciata con eccessiva insistenza, perché il giovane tenti di controllare una conversazione che sembra riguardare soltanto le sue idee.
È il romanzo a metterci in questa condizione. Possiamo tornare a un episodio, confrontare parole pronunciate in momenti diversi, riconoscere un legame che il personaggio, attraversando gli avvenimenti, fatica a tenere insieme. La forma narrativa organizza un’esperienza e ci permette di osservarne i rapporti. Il nostro giudizio richiede attenzione e intelligenza, ma si esercita su condizioni che la vita ordinaria raramente concede. Una parte della lucidità del lettore è resa possibile dall’opera stessa.
Dostoevskij lascia aperte tensioni che resistono a una spiegazione definitiva. La confessione non conclude il percorso interiore di Raskol’nikov, e il rapporto con Sonja introduce una dimensione che la teoria degli uomini straordinari non è attrezzata a comprendere. La possibilità di una trasformazione coinvolge qualcosa di più della scoperta di un errore logico. Anche il lettore più attento può uscire dal romanzo con domande alle quali la propria interpretazione non ha dato risposta.
In La caduta di Albert Camus il problema assume un’altra forma. Jean-Baptiste Clamence, già avvocato stimato e compiaciuto della propria rispettabilità, racconta ad Amsterdam la vicenda che lo ha condotto a definirsi un giudice-penitente. Il suo discorso è rivolto a un interlocutore di cui conosciamo quasi soltanto ciò che Clamence lascia emergere. La conversazione si svolge in luoghi reali, fra locali e strade della città, ma la voce dell’altro rimane fuori dal racconto. Questa assenza permette al protagonista di occupare quasi interamente lo spazio della parola.
Clamence ricorda la generosità che gli procurava ammirazione, il piacere di sentirsi superiore, la facilità con cui trasformava le proprie azioni in prove di virtù. Una sera, sul Pont des Arts, mentre assapora la soddisfazione della propria esistenza, sente una risata alle spalle. Si volta, cerca qualcuno, ma quel suono sembra provenire da un luogo che non riesce a individuare. Quell’episodio incrina la sicurezza con cui si era abituato a guardare sé stesso.
Soltanto più avanti nel racconto apprendiamo che, due o tre anni prima, Clamence aveva attraversato il Pont Royal incontrando una giovane donna affacciata sulla Senna. Dopo averla superata, aveva udito il rumore di un corpo caduto nell’acqua, seguito da alcune grida. Si era fermato, senza voltarsi, e aveva proseguito. Il ritardo con cui rivela l’episodio è parte della costruzione del romanzo: Clamence ripercorre la propria vita scegliendo quando concedere all’interlocutore gli elementi necessari a comprenderla. La sua confessione conserva così qualcosa del mestiere che aveva esercitato. L’ex avvocato dispone i fatti, prepara il giudizio e controlla il momento in cui una circostanza può assumere il suo significato più compromettente.
Clamence conosce il linguaggio della difesa e dell’accusa, sa prevenire le obiezioni, introdurre una concessione al momento opportuno, trasformare un’ammissione in una nuova occasione di controllo. Espone la propria vanità con una precisione che sembra renderlo inattaccabile. Chi potrebbe rimproverargli una colpa che ha già descritto meglio di qualsiasi accusatore? La confessione finisce per occupare anche lo spazio nel quale dovrebbe prendere forma il giudizio altrui.
Clamence si accusa per poter accusare. Raccontando la propria miseria, cerca di estenderla alla condizione di tutti, così che l’interlocutore perda la possibilità di giudicarlo da una posizione diversa. La colpa confessata diventa il fondamento di un’autorità nuova: quella di chi sostiene di conoscere tanto bene le debolezze umane da poterle riconoscere anche negli altri. L’abilità con cui smaschera sé stesso alimenta la sua pretesa di smascherare chiunque.
Camus costruisce questa pressione attraverso la forma stessa del romanzo. L’interlocutore tace, almeno per noi, e le sue eventuali risposte arrivano filtrate dalla voce di Clamence. Il lettore si trova in una posizione instabile: ascolta una confessione, ne riconosce la lucidità, ma deve anche misurare la distanza fra ciò che il narratore ammette e ciò che pretende di dimostrare. L’esperienza di un uomo può illuminare una possibilità della condizione umana; Clamence tenta di trasformarla in una sentenza generale.
La precisione con cui Clamence descrive le proprie motivazioni rende credibile la sua confessione, mentre la generalizzazione della colpa rimane una conclusione da discutere. Possiamo ammettere che abbia compreso qualcosa di importante su sé stesso e respingere l’idea che abbia compreso tutti. La sua voce cerca un consenso che la qualità della narrazione, da sola, non può garantirle.
Raskol’nikov cerca in una teoria la prova della propria eccezionalità; Clamence trova nella confessione un modo per recuperare autorità dopo la perdita della propria innocenza. Nel primo romanzo il lettore osserva un uomo che fatica a misurare la distanza fra il proprio pensiero e la propria vita. Nel secondo ascolta un uomo che sa dare un nome a quello scarto e usarlo per governare il giudizio degli altri. Clamence ha fatto della conoscenza delle proprie colpe un altro modo di esercitare il potere.
Le giustificazioni di Raskol’nikov sono fragili; Clamence, invece, sa utilizzare persino la propria confessione. Il nostro giudizio può essere fondato. Sarebbe però un passaggio ulteriore, e tutto da dimostrare, ricavarne la convinzione di possedere una lucidità capace di proteggerci da analoghi errori. L’opera ci ha offerto un’esperienza interpretativa; il significato che le attribuiamo nella nostra vita rimane una questione aperta.
Si potrebbe obiettare che una simile riflessione rischia di rendere sospetta qualsiasi soddisfazione intellettuale. Ogni volta che un lettore si considera perspicace, potremmo accusarlo di cercare una conferma della propria superiorità. Se respingesse l’accusa, potremmo interpretare la sua risposta come una difesa; se la accettasse, sospetteremmo che trovi piacere nella propria autoconsapevolezza. Un ragionamento capace di assorbire qualsiasi reazione finirebbe per non distinguere più nulla. La possibilità di utilizzare una conoscenza per rassicurarsi su sé stessi esiste, ma attribuirla indiscriminatamente a chiunque sappia leggere un’opera significherebbe sostituire all’interpretazione un pregiudizio.
Un libro, del resto, può essere letto senza chiedergli di renderci migliori. Possiamo leggere per il piacere della lingua, per la curiosità di una storia, per il desiderio di comprendere un’esperienza lontana dalla nostra. Alcuni libri modificano il modo in cui guardiamo le persone; altri rimangono nella memoria per una scena, una voce, una particolare costruzione del tempo. La lettura non ha bisogno di certificare una virtù per acquistare valore. Può perfino insegnarci qualcosa che non sapremo utilizzare quando sarebbe necessario, senza che per questo la conoscenza ottenuta diventi falsa.
Chi legge queste pagine potrebbe aver riconosciuto un comportamento realmente osservato, senza ricavarne alcuna particolare soddisfazione. Chi le ha scritte potrebbe aver formulato un ragionamento corretto, senza per questo conoscersi meglio.
FRANCESCO D’ANGIÒ
