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Filosofia e vita: la consulenza filosofica tra tradizione e presente di Nicola Velotti

La consulenza filosofica rappresenta una delle più significative rielaborazioni contemporanee del rapporto tra pensiero e vita. Quando nel maggio del 1981 Gerd Achenbach inaugura a Bergisch Gladbach il primo studio professionale di Philosophische Praxis non introduce semplicemente una nuova figura professionale, restituisce alla filosofia la possibilità di confrontarsi con le domande concrete dell’esistenza senza ridurle a sintomi da trattare o a problemi da risolvere secondo modelli prestabiliti.

Achenbach muove da una triplice critica. La filosofia accademica gli appare estranea alle problematiche reali della vita umana. Le professioni d’aiuto psicologico restano spesso vincolate a un paradigma strumentale e terapeutico nel quale la persona è confrontata con uno schema generale di normalità e salute. Rifiuta infine l’idea stessa che la filosofia possa essere applicata alla stregua di un trattamento. Le letture non sono medicine e il consulente non è un esperto che somministra teorie. Il filosofo è piuttosto colui che mette in questione ciò che gli altri danno per ovvio aprendo uno spazio dialogico in cui le domande della vita concreta possono elevarsi verso l’universalità senza mai perdere il legame con l’esperienza di chi le formula.

Questa prospettiva non è priva di antecedenti. Nelle scuole ellenistiche epicurea, stoica e scettica si sviluppa un’etica esplicitamente terapeutica volta a curare i malesseri del pensiero. Epicuro afferma con chiarezza che un discorso filosofico incapace di liberare l’anima dalle sofferenze è inutile, analogamente a una medicina che non scacci le malattie del corpo. Già Democrito distingue la medicina, arte che cura il corpo, dalla filosofia che sottrae l’animo al dominio delle passioni. Martha Nussbaum ha mostrato come queste tradizioni non si limitassero all’elaborazione teorica, ma costruissero pratiche e comunità orientate alla trasformazione del modo di vivere.

Lo stoicismo rappresenta l’espressione più rigorosa di questa vocazione pratica. Nato con Zenone di Cizio e sviluppato attraverso l’antica Stoa, lo stoicismo medio e quello romano di Seneca, Epitteto e Marco Aurelio non si configura come sistema chiuso destinato alla sola trasmissione dottrinale. Si propone come arte del vivere capace di illuminare l’uomo intorno al proprio destino e di metterlo in grado di realizzarlo in ogni contingenza. Al centro della dottrina sta il logos. L’essenza specifica dell’uomo non è l’istinto né il piacere, bensì la ragione. Vivere secondo natura significa vivere secondo il logos attuando pienamente la propria natura razionale. Il bene morale è l’unico vero bene da cui dipende la felicità. La virtù è autosufficiente e coincide con la perfezione della ragione. Le passioni sono giudicate giudizi erronei. La felicità consiste nell’apatia intesa non come indifferenza arida, bensì come libertà interiore rispetto a ciò che non dipende da noi. Epitteto formula con precisione questo principio. Non sono i fatti a sconcertare gli esseri umani, bensì i giudizi che essi formulano intorno ai fatti.

La visione stoica presenta un carattere radicalmente universale. La virtù non è riservata a pochi, è aperta a tutti, liberi e schiavi, uomini e donne. Il logos umano è concepito come frammento del logos divino fondando così un pensiero cosmopolita. In un’epoca segnata da un distanziamento dal logos e da forme diffuse di nichilismo etico e spirituale il messaggio stoico conserva una forza significativa. Invita a ritrovare una legge universale e a integrare ciò che si è piuttosto che rimuovere parti di sé.

La consulenza filosofica contemporanea si colloca in continuità con questa tradizione rielaborandola alla luce delle condizioni moderne. Dopo Achenbach la pratica si diffonde secondo direzioni differenziate. In Francia Marc Sautet promuove i Café Philo, spazi pubblici di discussione filosofica aperti a un pubblico non specialistico. In ambito anglosassone Tim Le Bon e altri autori la collocano all’interno del più ampio filone del counseling. In Israele Shlomit Schuster e Ran Lahav elaborano prospettive teoriche originali. Schuster insiste sulla differenza radicale dalla psicoterapia, mentre Lahav interpreta la consulenza come lavoro sulle visioni del mondo implicite nelle esistenze concrete.

In questo panorama un ruolo significativo è svolto da Lou Marinoff che con Platone è meglio del Prozac ha contribuito a far conoscere al grande pubblico la consulenza filosofica come pratica capace di affrontare le incertezze dell’esistenza attraverso il pensiero, senza ridurle a questioni cliniche.

Emergono così due modalità principali. Da un lato c’è una forma più pragmatica vicina al Philosophical Counseling di matrice anglosassone e orientata all’analisi del pensiero per affrontare disagi concreti. Dall’altro una consulenza intesa come cammino di vita nella quale la filosofia diviene atteggiamento e stile di esistenza volta a una maggiore consapevolezza e a un incremento dell’armonia interiore. La maggior parte di coloro che si rivolgono a un consulente filosofico lo fa per problemi relazionali, sentimentali o professionali. Non sempre cerca di filosofare, cerca un aiuto. Per questo risulta essenziale chiarire fin dall’inizio i presupposti della pratica.

La consulenza filosofica non si colloca in concorrenza con la psicoterapia, bensì in un orizzonte distinto. Mentre molte psicoterapie partono da una visione specifica dell’essere umano e mirano a un cambiamento secondo modelli di salute, la consulenza filosofica lavora sulle concezioni del mondo senza legarsi a una teoria particolare. Non ignora le emozioni e le dinamiche relazionali, ma non le utilizza in modo strumentale. Il suo obiettivo non è la recessione dei sintomi, bensì l’incremento della vita spirituale e la capacità di prestare attenzione a ciò che accade tra sé e gli altri, tra sé e sé e tra sé e le cose.

Questa prospettiva trova ulteriori sviluppi in ambiti applicativi. Le transizioni dell’età adulta possono configurarsi come meri attraversamenti oppure come autentiche mutazioni. Solo queste ultime aprono a una dimensione di profondità e potenzialmente di trascendenza. L’attenzione filosofica a tali eventi è capace di cogliere ciò che di mirabile e rifondativo vibra in un’esperienza di cambiamento. Il cammino filosofico non sa sempre dove porterà. Sa che distoglie dall’assopimento, dalla rassegnazione e dal ripiegamento eccessivo su di sé.

Una riflessione più radicale colloca la consulenza filosofica all’interno dell’esperienza fondamentale dell’aporia. Ogni tesi esaminata a fondo rivela implicazioni che la contraddicono. Ciò vale non solo per i giudizi espliciti, bensì anche per le assunzioni di valore implicite nelle emozioni, nei desideri e negli atti. Di fronte a questa condizione ciascuno costruisce una visione del mondo il più possibile coerente. Tale coerenza è tuttavia continuamente minacciata. Il riconoscimento della condizione antinomica quando non resta teorico ma incide sulla pratica, caratterizza uno stile di vita filosofico. Una vita che senza ricerca della saggezza non appare degna di essere vissuta.

Tollerare la contraddizione non equivale a un nichilismo in cui tutto e il contrario di tutto risultano indifferenti, significa elevare l’esercizio filosofico a una nuova condizione esistenziale nella quale la ricerca della saggezza diviene essa stessa forma di saggezza. Il consulente non è un maestro che trasmette verità, bensì un compagno di ricerca. La filosofia può apparire come il male di cui crede di essere la cura, eppure proprio in questa capacità di mettere in discussione le certezze può rivelarsi curativa.

In un’epoca segnata da una cultura terapeutica che rischia di produrre soggetti passivi la consulenza filosofica propone un soggetto che si prende cura di sé attraverso una pratica di libertà. Non rifiuta il confronto con la psicologia, può anzi offrirle un’occasione di autocritica rispetto all’eccessivo tecnicismo e al modello medico-scientifico. Il miglioramento della qualità della vita non consiste soltanto nella riduzione dei sintomi, bensì nell’incremento della capacità di prestare attenzione alle relazioni che costituiscono l’esistenza.

La consulenza filosofica rimane un fenomeno relativamente marginale e di difficile regolamentazione. Proprio questa fragilità ne costituisce la forza. Essa non promette soluzioni definitive, non si presenta come tecnica garantita, non riduce la persona a un caso, si colloca nel solco di una tradizione millenaria che ha sempre visto nella filosofia non soltanto un sapere, bensì un modo di vivere. Ritrovare oggi questa dimensione significa accettare che la saggezza non è un possesso, ma un cammino e che le visioni del mondo sono incommensurabili e forse segretamente coincidenti. Il dialogo filosofico ancorato alle questioni concrete della vita può elevare l’esperienza individuale verso l’universalità senza mai tradirla.

In questo senso la consulenza filosofica non è semplicemente una professione emergente, è un invito a riconciliare pensiero e vita, individuo e universale, desideri e destino. È un richiamo a non abbandonare la ricerca e a non chiudere prematuramente le domande di senso che le transizioni dell’esistenza continuamente aprono. È infine un modo di praticare la libertà di chi riconoscendo i limiti di ogni visione continua a interrogare se stesso e il mondo sapendo che solo in questo esercizio la vita diviene degna di essere vissuta.

NICOLA VELOTTI 

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