Cookie Policy Francesco Menna: Cinque racconti sul freddo che conserva e uccide di Nicola Velotti -

Francesco Menna: Cinque racconti sul freddo che conserva e uccide di Nicola Velotti

Esiste un luogo domestico dove tutto si conserva e nulla resta vivo: il frigorifero. In questi cinque brevi testi l’autore lo trasforma in metafora potente di amori che si spengono, memorie congelate, solitudine e tentativi macabri di fermare il tempo. Dal lirismo al grottesco, ecco un piccolo ciclo inquieto e originalissimo sul confine tra conservazione e morte.

Dei nove brevi racconti scritti dall’autore ne ho scelti cinque. L’autore li ha scritti nel tentativo di ricomporre il canone della trinità aristotelica sulla narrazione. I frammenti gli hanno consentito il viaggio nell’universo di Kieslowski (in particolare di Film Rosso) attraverso una personale riscrittura dove il tema “frigorifero” rappresentasse un trait d’union.

1) IL FRIGORIFERO DI CHARLIE(*) – Ho tenuto in frigo tutte le donne della vita mia e ora le tirerò fuori per voi. A pezzi, a brandelli, a muorz’… Il mio frigorifero non è molto grande in verità e il contenuto è buttato lì a casaccio anche se mi sarebbe piaciuto assai avere a disposizione un’enorme, ordinata cella frigorifera. A volte è perfettamente inutile congelare le mie vittime talmente sono state fredde, spietate con me. Di alcune conservo un solo pezzo, il taglio meno pregiato oppure un semplice dettaglio (l’unghia di un alluce smaltata di verde o il lobo con un orecchino a goccia pendente, madreperlaceo). Di altre conservo le cosce spolpate o le scapole triangolari. Nel mio antro non troverete organi interni: cuore, cervello o milza. Occhi sì ché non me ne sono mai perso uno. Stanno sempre qui e ancora mi guardano insensibili, duri come ghiaccio……. ahahahah!!!

– Non mi sono presentato signori e giudici in gonnella: mi chiamo monsieur Verdoux.

(*) Charlie corrisponde a Charlot in uno dei suoi film sonori ed il racconto un po’ è dedicato alla decima arte.

3) IL RAFFREDDAMENTO(*) – Già da un po’ il loro rapporto s’era raffreddato, fin dagli ultimi mesi in cui mia madre aveva lavorato come cassiera in quel supermercato a Mondello. Questa almeno sarebbe stata la sua versione dei fatti: mi raccontava che ormai era più importante per lui starsene con il caffè in cucina ad ascoltare il telegiornale del mattino piuttosto che bere quello stesso caffè con lei che l’aveva prelevato, furtiva, dallo scaffale. Possedevamo solo una moka grande per cui gran parte del caffè finiva in frigo in cubetti di granita che -appesi a stuzzicadenti- lui triturava di pomeriggio a “fil e rient” in assenza di lei. Una mattina si svegliò e quell’uomo era sparito come grandine sciolta al sole. Aveva portato via da casa nostra la macchinetta del caffè definita come piacere unico, intenso degli ultimi tempi. I baci tra loro si erano ristretti man mano al semplice, liscio contatto tra le sue labbra e il bordo della tazzina di mamma che fu lasciata in vetrinetta.

Ora mia madre vive da sola; non riesce a trattenere un solo uomo con sé più di qualche mese. Si fosse soffermata una mattina a sorseggiare un diavolo di caffè caldo qualcosa magari sarebbe cambiato…

Non so più nulla di quell’uomo buono, geloso che masticava caffè dal congelatore.

(*) Il raffreddamento è un pezzo alquanto autobiografico.

5) HOT(+) – Eravamo andate via dalla Sicilia a Roma pochi anni dopo la mia nascita. Avevo fatto tutte le scuole dell’obbligo e stavo preparando l’esame di maturità liceale insieme al mio miglior compagno di classe. Tra letteratura italiana e storia, la conoscenza andava crescendo e con essa l’intimità tra noi. Un pomeriggio in cui i suoi genitori ci lasciarono a casa da soli sentimmo bisogno d’aria. Faceva caldo e il balcone al primo piano era insufficiente per l’afa che veniva su dall’asfalto di via dei Georgofili. Tenendoci per mano, salimmo all’altana del sottotetto dove a fronte di un bagno di servizio c’era una coppia di pozzetti congelatore abbastanza capaci. “Vuoi un gelato?” disse aprendone uno di congegno. Il fresco si diffuse rapido nell’ambiente. Mi sedetti sull’altro a cosce appena divaricate: avevo voglia di essere toccata proprio da lui, il mio ragazzo. Senza imbarazzo (nemmeno della propria erezione) si avvicinò alzandomi le gambe dopo aver preso dal bagno un predellino. Poi non so perché si allontanò improvvisamente dal mio pube; mi disse di uscire fuori sul belvedere trascinandosi il predellino in bagno.

“Toh, che strano! La porta del gabinetto socchiusa” disse il dottor Caligari mettendo il pesce surgelato nell’apposito pozzetto.

(+) Hot letto al rovescio genera il Toh paterno finale. Al centro dello scritto, la parola “congegno” funziona da perno o chiave di volta (tale parola ha in sé una circolarità strabiliante).

6) LO SBRINATORE(*) – Dopo quell’incidente di percorso, cercò di inventarsi il mestiere più inutile del mondo: lo sbrinatore. Una cosa che tutti sono in grado di fare, lui la faceva aggiungendovi dovizia di particolari, disinteressatamente ma raggiungendo soglie di godimento inenarrabili. Quando entrava, dall’aspetto della casa che lo riceveva cercava di ricavare proprio quei particolari che, solo una volta scrostati dal vano congelatore, lo inducessero in tentazione di scrivere un racconto il meno liquido possibile, ovviamente. Riuscì a scrivere solo sei brevi racconti nella sua lunga esistenza: quella volta che trovò dei cubetti di caffè ghiacciato, infilzati; in un centro commerciale vicino Palermo; a casa di un vecchio medico affetto da Alzheimer o in un’altra casa fuori città in cui c’era una piccola macchinetta espresso per singola tazzina; infine in un istituto di medicina legale. Si rammaricò quando scoprì che il settimo sigillo era già stato apposto da un tale che aveva tenuto nel frigobar d’una camera d’albergo pesci a spicchio di luna, gialli.

Trovò ideale, alternativamente, dedicarsi alla lettura dell’ultimo capitolo di un libro sulla semiotica del caso fortuito:

“… il grado di rigidità si misura dalla durezza dell’acqua”

(*) Lo sbrinatore corrisponde a qualsivoglia autore che muore assieme ai suoi personaggi (non è la vecchia madre a finire ma il suo personaggio contenuto nel cervello dello scrittore).

8) LO SCOMPARTO – Nella portiera del frigorifero ci sono tutte le cose che mi servono in caso di sconforto montante. Sapete! lì dove ci sono quelle tre mensoline di plastica trasparente che formano una scaffalatura con altezze variabili secondo necessità. In basso c’è il ripiano più capiente, atto a detenere liquidi imbottigliati da conservare freschi: due birre di cui una aperta, l’altra no; una bottiglia di vino rosso per me e una rigidamente tappata di vino bianco da pesce; lo spumante ancora nel suo sacchetto di cartone ondulato (ché non si sa mai qualcuno dovesse venire a trovarmi di fine gennaio).

Vivo da sola e consumo poco caffè: tengo una latta gialla da mezzo kg di Passalacqua (in frigo ormai da mesi). Nei due scomparti sovrastanti, meno capienti, conservo: cioccolata fondente ad elevato turnover; altri farmaci antidepressivi che mi stanno, assieme al sottostante alcool, rovinando gli organi ipocondriaci senza manco salvaguardare cervello e cuore. Abito fuori Roma da anni in attesa che qualcuno (o la figlia mia) passi a trovarmi. Ma qui non viene più Nessuno…

Suonano alla porta: chi sarà mai?

“Sono Caligari, lo sbrinatore”

Questi cinque frammenti formano un unico freddo respiro. Leggeteli lentamente perché il gelo sale dai piedi e non se ne va più.

NICOLA VELOTTI 

 

 

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