Cookie Policy “Il ragazzo con la pipa di metallo” di Oscar De Rosa - La malattia di esistere nella Terra dei fuochi - recensione di Patrizia De Luca -

“Il ragazzo con la pipa di metallo” di Oscar De Rosa – La malattia di esistere nella Terra dei fuochi – recensione di Patrizia De Luca

“ Il ragazzo con la pipa di metallo”, primo romanzo di Oscar De Rosa pubblicato da Edizioni Divinafollia nel marzo 2026, è ambientato in quella parte della provincia di Napoli conosciuta come Terra dei fuochi. In questi luoghi si svolgono molte delle vicende raccontate, immerse in un paesaggio umano e geografico segnato dal degrado ambientale e sociale. La voce narrante utilizza un italiano che conserva chiaramente la struttura del dialetto napoletano parlato nei paesi adagiati sotto il versante dei Monti del Partenio, da cui si vede il Vesuvio.

Il protagonista della storia, di cui non viene mai svelato il nome, è un giovane poco più che maggiorenne, bello e dotato di un’intelligenza vivissima, segnato dalla colpa di essere venuto al mondo “da due genitori di merda in un posto di merda”. Cresciuto tra case-famiglia, comunità religiose e strada, si procura con vari espedienti il denaro necessario ad acquistare le sostanze stupefacenti di cui fa regolarmente uso. La storia racconta il legame fra questo ragazzo e il prof, un uomo adulto che vive con la madre. Il loro rapporto si sviluppa nell’arco di poco più di due anni, quelli del Covid. Per il professore il ragazzo con la pipa è “una specie di figlio adottivo carceriere”, simile a quello mai nato fra lui e “la tipa bellissima che doveva sposare”.

Oscar De Rosa riesce con grande abilità — sorprendente per chi si dichiara narrativamente esordiente — a far raccontare la storia in prima persona al giovane protagonista, filtrando però continuamente il suo sguardo attraverso la prospettiva del professore. Utilizza formule ricorrenti come “il prof una volta mi ha raccontato”, “il prof preferisce”, “il prof dice che…”, fino ad arrivare a “il prof mi sta influenzando nel linguaggio”. In questo modo rende credibili sia le citazioni scolastiche dei classici — accanto a quelle di neomelodici, rapper e star trash di TikTok — sia “il minuzioso lavoro di limatura per raggiungere la perfezione artistica del linguaggio”, che difficilmente ci aspetteremmo da una voce narrante giovane cresciuta fra istituti, strada e dipendenze.

Insomma, il vero protagonista del romanzo sembra essere proprio il professore. Il suo ostinato prodigarsi per il ragazzo — sempre anaffettivo e profittatore — non deriva soltanto dalla “grandissima e tremenda solitudine” in cui vive, ma dal bisogno umano di osservare da vicino, attraverso l’esistenza del giovane sventurato, “il gioco al massacro della vita”, sperando così di trovare “la strada della guarigione da questa malattia di esistere” che affligge molti tra gli esseri umani più sensibili.

Particolarmente intense sono le pagine nelle quali Oscar De Rosa racconta la violenza di un abuso su minori fondendola con quella perpetrata contro la natura nella Terra dei fuochi. Sono pagine di poesia e terrore.

Il corpo è uno dei temi centrali dell’opera. Il professore ha paura di invecchiare e considera la vecchiaia molto più dura della morte: è quella la fase della vita in cui “…rimane integro il desiderio di vivere di quando si è giovani mentre ogni fiducia nel futuro svanisce, si dilegua nello strazio di un corpo deteriorato che più non ce la fa a vivere più non vuole morire…”

Nessun dettaglio fisiologico viene risparmiato nelle pagine in cui il giovane descrive come utilizza il proprio corpo nei rapporti sessuali per procurarsi denaro destinato alla droga e alle futilità. “Noi del sottoproletariato del mondo non diamo mai troppa importanza ai soldi, se li abbiamo li finiamo subito, li gettiamo con le bollette nei centri scommesse, mangiando a sbafo nei ristoranti … Anche se domani ci aspetta la fame noi il giorno prima ci abbuffiamo fino alla nausea.”

La sessualità agita, per la quale il giovane dichiara di non nutrire alcun interesse, resta tuttavia il principale filtro attraverso cui si avventura nell’esistenza. La seduzione è il mezzo privilegiato di relazione con tutti gli adulti che incontra e che cerca in qualche modo di utilizzare per raggiungere il suo obiettivo dichiarato: “io devo stare tranquillo e fare ciò che mi fa stare bene e anche gli altri si devono adeguare”. Un obiettivo che coincide soprattutto con l’uso di sostanze stupefacenti, non avendo di fatto mai sperimentato, nella sua giovane vita, altre possibilità di stare al mondo.

 

Il libro mette chi legge in una posizione profondamente scomoda, costringendo a riflettere sul proprio modo di esistere nel mondo e sullo sforzo quotidiano necessario a trovare un equilibrio in una realtà continuamente perturbata dalle oscillazioni fra la pochezza e la grandezza del genere umano.Le pagine finali del romanzo di De Rosa mi hanno evocato emozioni che avevo sperimentato leggendo “La Storia” di Elsa Morante, quando il piccolo Useppe, ormai debilitato, si avventura sull’Ostiense in una dimensione sospesa. Finito il romanzo, ho letto la pagina dei ringraziamenti. Nell’elenco dei circa cinquanta scrittori, registi, drammaturghi, musicisti e artisti citati dall’autore non ho trovato Elsa Morante, ma soprattutto non ho trovato nessuna donna.

Mi sono allora chiesta dove siano le donne di questo romanzo. L’incipit del libro avverte infatti: “Non mi piace il sesso femminile”. Non si tratta però soltanto di una preferenza sessuale. È proprio il genere femminile a essere guardato con sospetto da entrambi i protagonisti. “Il prof dice che sono fortunato a detestare l’altro sesso, quello che a lui lo fa soccombere al lavoro con la preside e le colleghe, in casa con sua madre e in amore con la tipa bella che lo ha stregato, sedotto e abbandonato. È convintissimo che il vero sesso forte sia quello con l’utero, a cui i maschi interessano soltanto come possono interessare alle api i fuchi, quelli più sensibili come lui sono da scartare, da eliminare come fanno le mantidi religiose coi maschi della loro specie”.

Eppure il ruolo delle donne nel romanzo non è così scontato. Non troviamo lo stereotipo della madre accudente, né l’aspettativa che questa funzione venga necessariamente esercitata: la madre del ragazzo, ad esempio, è totalmente assente, ma il giovane non reclama mai davvero quella cura. Le figure femminili sembrano piuttosto assumere il ruolo di guide mancate, l’opposto di Arianna che “salvò Teseo dal labirinto regalandogli un gomitolo per poter segnare la strada percorsa”, oppure di Cassandra capaci di vedere la verità prima degli altri: “Ho dormito anche a casa del prof qualche volta, ma sua mamma ha fatto la pazza. Mi ha detto il prof che lei si lamenta sempre di essere come Cassandra, la profetessa inascoltata della mitologia greca, e che intuiva in me qualcosa che non andava proprio”.

Ho riflettuto per alcuni giorni su questa questione delle donne nel romanzo. Sono giunta alla conclusione che Oscar De Rosa sia un autore coraggioso. Ha infatti il coraggio di rappresentare con assoluta sincerità il modo in cui molti uomini nati ancora oggi guardano al femminile, senza fingere alcuna adesione ai linguaggi contemporanei della parità di genere. Una scelta che può risultare scomoda, ma che conferisce autenticità ai personaggi e alla loro visione del mondo e mostra quanto sia ancora lunga, per le donne, la strada per una parità reale.

PATRIZIA DE LUCA

 

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