Forma giuridica, rivoluzione e totalitarismo in Evgenij B. Pašukanis di Ivan Pozzoni
La forma giuridica come anatomia dei rapporti capitalistici
La filosofia del diritto di Evgenij B. Pašukanis costituisce uno dei tentativi radicali di ricondurre le categorie giuridiche alle condizioni materiali della loro produzione. Pubblicata nel 1924, Общая теория права и марксизм (Teoria generale del diritto e marxismo) introduce una critica della pretesa universalità del diritto, individuando nella società capitalistica il terreno storico sul quale la forma giuridica raggiunge lo sviluppo compiuto. Il problema non riguarda la funzione delle norme nella riproduzione dei rapporti economici, è la struttura stessa del soggetto giuridico, della proprietà e dell’obbligazione. La tesi pašukaniana si fonda sulla relazione tra forma-merce e forma-giuridica. Il diritto non costituisce una sovrastruttura normativa indipendente dalla società, perché le sue categorie riflettono rapporti sociali storicamente determinati. La formula «Юридическое отношение – это первичная клеточка правовой ткани» («Il rapporto giuridico è la cellula primaria del tessuto giuridico») sintetizza questa impostazione: il rapporto precede la sua sistematizzazione normativa e rappresenta l’unità elementare attraverso cui il diritto acquisisce consistenza sociale. La metafora della клеточка (kletocka, cellula) svolge una funzione argomentativa: trasforma la teoria giuridica in un’indagine morfologica, nella quale occorre individuare gli elementi costitutivi dell’ordinamento. La critica investe il normativismo. L’astrazione della norma, separata dalle relazioni materiali, produce una rappresentazione incompleta del fenomeno giuridico. La formula «Право как совокупность норм […] есть не более как безжизненная абстракция» («Il diritto come insieme di norme […] non è altro che un’astrazione priva di vita») evidenzia il carattere polemico dell’operazione. La pragmatic permette di riconoscere in questo enunciato una strategia di ridefinizione disciplinare: l’espressione безжизненная абстракция (bezžiznennaja abstrakcija, astrazione priva di vita) non descrive una debolezza epistemologica, ma delegittima un’intera tradizione interpretativa. L’atto linguistico (speech act) produce uno spostamento del criterio di scientificità, dalla validità formale alla ricostruzione dei rapporti sociali. Il soggetto giuridico costituisce il secondo elemento della genealogia. Pašukanis afferma: «Всякое юридическое отношение есть отношение между субъектами. Субъект – это атом юридической теории» («Ogni rapporto giuridico è una relazione tra soggetti. Il soggetto è l’atomo della teoria giuridica»). L’immagine dell’atomo introduce una concezione elementare della soggettività: il soggetto è il nucleo minimo di articolazione del rapporto giuridico,
la sua apparente autonomia deve essere ricondotta alle condizioni storiche che ne consentono l’emersione. La formula «Субъект права – это товаровладелец, вознесенный на небеса юридического общения» («Il soggetto di diritto è il proprietario di merci elevato nei cieli della relazione giuridica») rende esplicita la critica. L’ironia dell’immagine celeste (вознесенный на небеса) denuncia la trasformazione di una figura economica particolare in un modello antropologico universale. Il proprietario di merci diventa soggetto astratto, titolare di volontà e capacità giuridica. La critica letteraria analitica permette di osservare la funzione della metafora: la verticalità dell’elevazione rappresenta il processo mediante il quale una condizione storica viene trasfigurata in principio apparentemente naturale. La connessione con Marx emerge attraverso la forma-merce. La circolazione mercantile richiede soggetti formalmente liberi, capaci di disporre dei propri beni e di riconoscere reciprocamente la titolarità delle rispettive volontà. La formula «Генезис правовой формы следует искать в отношениях обмена» («La genesi della forma giuridica deve essere ricercata nei rapporti di scambio») condensa il nucleo della teoria. L’equivalenza economica e l’uguaglianza giuridica si sostengono reciprocamente, producendo un universo nel quale le differenze materiali vengono ricondotte a una comune misura formale. Pašukanis individua il rapporto tra feticismo della merce e feticismo giuridico. La proposizione «Товарный фетишизм восполняется правовым фетишизмом» («Il feticismo della merce viene completato dal feticismo giuridico») consente di interpretare la soggettività come risultato di una duplice oggettivazione. La merce appare dotata di valore autonomo; il soggetto giuridico appare dotato di una volontà autonoma. In entrambi i casi, i rapporti sociali che producono tali rappresentazioni vengono occultati. La neuroscienza cognitiva deve contribuire a descrivere questo processo sul piano della categorizzazione. Le rappresentazioni astratte consentono di trattare individui differenti attraverso proprietà formalmente condivise. La categoria di soggetto giuridico comprime la complessità delle condizioni individuali in un’identità riconoscibile e comparabile. Questa operazione è indispensabile alla generalizzazione normativa, mentre rischia di rendere meno visibili le disuguaglianze materiali. Non si tratta di attribuire a Pašukanis una teoria neuroscientifica ante litteram, ma di utilizzare le conoscenze contemporanee sulla categorizzazione per approfondire la funzione cognitiva dell’astrazione giuridica. La sociologia dell’arte permette di estendere il discorso alla produzione e alla circolazione dei beni culturali. Anche l’opera artistica deve essere coinvolta in processi di mercificazione, attribuzione di valore e riconoscimento proprietario. L’antropologia dell’arte evidenzia come il valore degli oggetti dipenda da pratiche collettive, rituali e simboliche; la politologia dell’arte permette di interrogare il potere delle istituzioni nella selezione, nella conservazione e nella legittimazione delle produzioni culturali. La forma giuridica non regola soltanto il possesso materiale: organizza le condizioni di accesso alla produzione simbolica.
Il totalitarismo giuridico leninista di Evgenij B. Pašukanis
L’espressione «totalitarismo giuridico leninista» richiede una distinzione storico-filosofica. Pašukanis non coincide con Vysinskij e non deve essere considerato il teorico della successiva legalità staliniana. La sua posizione è attraversata da una contraddizione interna: il progetto rivoluzionario utilizza lo Stato e la coercizione per trasformare i rapporti sociali, mentre la teoria marxista dell’estinzione prevede il superamento delle condizioni che rendono necessario il diritto. Il problema consiste nel comprendere se una transizione governata da istituzioni coercitive sia in grado di produrre la sua scomparsa. La questione dello Stato costituisce il punto nel quale la teoria della forma giuridica incontra le contraddizioni della rivoluzione. Pašukanis osserva che «State power injects clarity and stability into the legal structure but it does not create its preconditions which are rooted in the material relationships of production» («Il potere statale introduce chiarezza e stabilità nella struttura giuridica, ma non ne crea i presupposti, che affondano nei rapporti materiali di produzione»). Il passaggio, tratto dal capitolo III di The General Theory of Law and Marxism (Academic Press, 1980, 32-131), distingue la funzione organizzativa dello Stato dalla genesi materiale del diritto. Lo Stato deve consolidare un rapporto giuridico, garantirne l’esecuzione e renderlo stabile; non può essere assunto come origine assoluta della forma giuridica. Questa distinzione introduce una difficoltà politica. La rivoluzione bolscevica deve costruire un’organizzazione capace di trasformare i rapporti sociali, amministrare la produzione e reprimere le forze considerate controrivoluzionarie. La necessità della coercizione diventa un problema teorico: il potere rivoluzionario utilizza strumenti appartenenti a un ordinamento che, secondo la prospettiva comunista, dovrebbe progressivamente perdere la propria ragion d’essere. Pašukanis non elimina questa contraddizione; la colloca all’interno della transizione storica. Il rapporto tra diritto e violenza rende il problema ancora più evidente. Nel capitolo V, dedicato a Law and the State, Pašukanis scrive: «Law and violence – apparently opposed concepts – in fact are connected with one another in the closest manner» («Diritto e violenza, concetti apparentemente contrapposti, sono in realtà collegati nel modo più stretto»). La proposizione impedisce di considerare la legalità come uno spazio separato dalla coercizione. L’ordinamento giuridico non elimina la violenza dalla società: ne organizza le condizioni di esercizio, le forme di riconoscimento e le modalità di applicazione. La pragmatic permette di osservare la funzione dell’inciso apparently opposed concepts. L’avverbio apparently introduce una correzione dell’aspettativa interpretativa: il lettore viene invitato a sospendere l’opposizione convenzionale tra legalità e violenza. L’enunciato realizza una strategia di disvelamento (unmasking), attraverso la quale la presunta neutralità del diritto viene ricondotta alla materialità dei rapporti di forza. La questione assume un significato particolare nel contesto leninista. La dittatura del proletariato viene concepita come fase di trasformazione dei rapporti sociali, nella quale lo Stato conserva una funzione coercitiva. La teoria marxista dell’estinzione entra in tensione con la necessità di consolidare il potere rivoluzionario. Il rischio consiste nella trasformazione della provvisorietà istituzionale in una condizione permanente. La differenza tra Pašukanis e Vysinskij deve essere mantenuta. Il primo considera la forma giuridica una categoria storicamente destinata al superamento; il secondo contribuisce alla sistematizzazione della legalità socialista come ordinamento statale coercitivo. La contrapposizione non è soltanto terminologica: riguarda il destino stesso del diritto nella società comunista. Pašukanis affronta la questione attraverso la critica della rappresentazione giuridica dello Stato. Nel capitolo III scrive: «The juridic concept of the state may never become a theory but will always appear as an ideological distortion of the facts» («Il concetto giuridico dello Stato non potrà mai diventare una teoria, ma apparirà sempre come una distorsione ideologica dei fatti»). La proposizione denuncia la possibilità che la rappresentazione normativa del potere nasconda la sua effettiva struttura materiale. La distortion non è un semplice errore descrittivo: è il risultato di un linguaggio che presenta come ordine giuridico autonomo una configurazione di rapporti sociali e politici. La critica contemporanea di Carl Wilén permette di evitare una lettura semplicistica di questa posizione. Nel suo «Why Pashukanis Was Right: Abstraction and Form in The General Theory of Law and Marxism» (Capital & Class, SAGE, 2024), Wilén scrive: «Pashukanis’s polemic is best understood as a critique of a spectrum between formalism and instrumentalism» («La polemica di Pašukanis va compresa come una critica dello spettro che si estende tra formalismo e strumentalismo»). La distinzione è importante: il diritto non deve essere considerato né una forma normativa completamente indipendente dai rapporti sociali, né un semplice strumento utilizzato meccanicamente dalla classe dominante. Matthew Dimick, in «Pashukanis’ Commodity-Form Theory of Law», pubblicato nel Research Handbook on Law and Marxism (Edward Elgar, 2021, 115-138), definisce la forma giuridica come una modalità storicamente determinata di regolazione dei rapporti sociali. La sua ricostruzione distingue la forma dal contenuto delle singole norme e dalla funzione di riproduzione del capitalismo. Questa distinzione consente di non confondere la critica della forma giuridica con la semplice denuncia della legislazione borghese. Il contributo di Aleksandr N. Savenkov e Viktor S. Gorban, «Evgeny Bronislavovich Pashukanis as a Legal Theorist» (in Gosudarstvo i pravo, 2024, 9, 13-27), introduce un’ulteriore precisazione. Gli autori osservano che la teoria pašukaniana deve essere interpretata anche attraverso le tradizioni giuridiche precedenti, in particolare quelle tedesche. Nel loro studio si legge: «Правовая форма исторически обусловлена и […] развертывается не как система мыслей, но как система отношений» («La forma giuridica è storicamente condizionata e si sviluppa non come sistema di pensieri, bensì come sistema di relazioni»). Il passo, che gli studiosi utilizzano nella ricostruzione del pensiero di Pašukanis, restituisce la centralità della dimensione relazionale. La medesima ricerca mette in evidenza una difficoltà spesso trascurata: Pašukanis non si limita a contrapporre diritto borghese e diritto proletario. Il suo obiettivo consiste nel comprendere la forma giuridica come struttura storica. Gli autori riportano infatti la formulazione pašukaniana: «Отмирание категорий буржуазного права в этих условиях будет означать отмирание права вообще» («L’estinzione delle categorie del diritto borghese, in queste condizioni, significherà l’estinzione del diritto in generale»). Il riferimento alle categorie è essenziale: il superamento riguarda la struttura concettuale e sociale del diritto, non soltanto la sostituzione di una legislazione con un’altra. La neuroscienza cognitiva permette di approfondire il problema della stabilizzazione dell’autorità. Il riconoscimento delle gerarchie, la categorizzazione degli individui e l’apprendimento delle regole contribuiscono alla formazione di aspettative sociali. Un ordinamento totalitario riesce ad utilizzare tali processi attraverso la ripetizione di rituali, simboli, formule istituzionali e rappresentazioni del nemico. La legalità diventa un dispositivo di organizzazione cognitiva: definisce ciò che viene percepito come normale, deviante, legittimo o pericoloso. Si tratta di un’ipotesi interpretativa contemporanea, non di una tesi neuroscientifica attribuibile a Pašukanis. La politologia dell’arte permette di osservare il medesimo fenomeno nella costruzione dell’immaginario rivoluzionario. L’arte sovietica, attraverso la rappresentazione dell’operaio, del contadino, del dirigente e del nemico di classe, partecipa alla produzione di un’identità collettiva. L’immagine artistica non si limita a rappresentare il potere: può contribuire alla sua legittimazione, rendendo visibile una determinata concezione della storia. L’antropologia dell’arte, attraverso le categorie di rituale, simbolizzazione e appartenenza, consente di comprendere come la ripetizione delle immagini politiche possa trasformare un progetto ideologico in una rappresentazione condivisa della realtà. Il problema pašukaniano si estende oltre la tecnica legislativa. La trasformazione della società richiede una trasformazione delle relazioni materiali, delle forme di riconoscimento e delle modalità di organizzazione collettiva. La permanenza delle istituzioni coercitive riesce a produrre una nuova gerarchia, nella quale la rivoluzione diventa il principio di legittimazione di un potere autonomo.
L’estinzione del diritto e il fallimento della transizione: conclusione
Il punto interessante della filosofia del diritto di Pašukanis è la sua idea che il diritto abbia una storia e possa anche avere una fine. Le categorie giuridiche non sono eterne: nascono in determinate condizioni sociali e possono perdere significato quando quelle condizioni vengono trasformate. La sua critica della forma-merce spiega perché il soggetto giuridico moderno sia legato alla proprietà, allo scambio e alla libertà contrattuale. La sua critica del normativismo mostra perché le norme non siano sufficienti a spiegare il diritto. La sua teoria dell’estinzione, infine, pone una domanda decisiva: che cosa succede quando una rivoluzione continua a utilizzare quelle strutture coercitive che dichiara destinate a scomparire? Qui si trova la contraddizione del progetto leninista. Lo Stato rivoluzionario deve disciplinare, amministrare e reprimere; il comunismo sviluppato dovrebbe rendere progressivamente superflue queste funzioni. Quando la transizione non produce il proprio superamento, il rischio è che la provvisorietà diventi permanente. Pašukanis rappresenta una figura significativa perché la sua teoria entra in conflitto con la successiva istituzionalizzazione staliniana del diritto. La sua vicenda dimostra quanto possa essere pericoloso, per un potere politico, un pensiero che sottopone a critica anche le categorie giuridiche attraverso cui quel potere si legittima. La lezione fondamentale è che una rivoluzione non diventa emancipatrice perché cambia il titolare del potere o la proprietà dei mezzi di produzione. Deve interrogarsi sulle istituzioni, sulle gerarchie e sugli strumenti coercitivi che conserva. Il diritto destinato a estinguersi rischia di trasformarsi nel diritto di un nuovo dominio.
