Cookie Policy Il "fumo caleidoscopico" di un collettivo senza volto: Il ragazzo con la pipa di metallo, la discesa negli inferi partenopei di Oscar De Rosa - di Narciso Mirto -

Il “fumo caleidoscopico” di un collettivo senza volto: Il ragazzo con la pipa di metallo, la discesa negli inferi partenopei di Oscar De Rosa – di Narciso Mirto

Ambientato nella cosiddetta Terra dei Fuochi, nell’entroterra di una Napoli molto distante dallo stereotipo della cartolina durante la pandemia da Covid 19, questo romanzo di cento pagine, come suggerisce Silvia Denti nella prefazione, è un manifesto del cinismo anaffettivo delle nuove generazioni, frutto dell’orgia consumistica che ha investito anche le relazioni umane. Scuote le fondamenta del perbenismo ragionato della letteratura contemporanea, del Bel Paese soprattutto, quest’opera prima dal titolo Il ragazzo con la pipa di metallo, uscito da poco per le Edizioni Divinafollia e firmato da Oscar De Rosa. Dietro questo pseudonimo, protetto da una nota biobibliografica troppo ironica per non essere fittizia nel risvolto di una copertina con un’immagine che è un omaggio esplicito a quel genio anticipatore della contaminazione contemporanea che fu Pablo Picasso, sembra muoversi l’ombra di un collettivo di autori campani, emergenti e non, uniti da uno spirito libero, anarchico e punk: lontanissimi delle logiche del marketing editoriale odierno e da ogni schieramento, scelgono l’anonimato per difendere un principio essenziale, cioè la piena libertà di espressione. Oscar De Rosa non sarebbe una persona, quindi, ma un’identità condivisa da scrittori indipendenti allergici alle logiche di potere e al narcisismo imperante, per i quali conta solo una cosa: l’opera letteraria e artistica. Nessuna etichetta, nessuna appartenenza, solo creatività e autenticità allo stato puro capace di dare vita a questo “diario di bordo sul mare di schifo” che è, al contempo, un monologo interiore feroce e una visione poetica maledetta. Il protagonista voce narrante è un ventiduenne senza nome, napoletano da parte di padre, figlio di due eroinomani, un vecchio rocchettaro e una madre troppo assente per essere “sufficientemente buona”, cresciuto nel limbo delle case-famiglia, un ragazzo molto intelligente del sottoproletariato suburbano, un calcolatore prodigio che abita un corpo dalla bellezza mediterranea e lo usa come arma di sopravvivenza e strumento di estorsione. La sua esistenza è una discesa agli inferi tra palazzoni popolari, macerie di stazioni di treni sempre in ritardo e basi di spaccio, dove la musica neomelodica si mescola con la trap recente, il rock del passato con la musica rinascimentale e barocca. Il cuore pulsante della narrazione risiede nei rapporti tossici e manipolatori che il giovane intrattiene: da un lato quello con un maturo professore di lettere classiche, che tenta invano di redimerlo attraverso la cultura, e dall’altro quello con figure clericali, dove la carità cristiana svanisce in descrizioni esplicite di sesso in fondo mercenario. Il romanzo non si limita però alla cronaca degradata, ma sconfina nel fantastico e nel noir quando il protagonista, insieme all’amica trans Favola e ad Arianna, consuma una misteriosa sostanza rossa in una pipa di metallo; il fumo caleidoscopico che ne scaturisce sembra innescare un potere paranormale di traslazione spaziale, una fuga quantistica da una realtà altrimenti senza scampo. Lo stile molto cinematografico, che combina Terry Gilliam e Danny Boyle con Pasolini, Garrone e la commedia all’italiana, che è zeppo di rimandi metaletterari a Genet, Celine, Domenico Rea, Eduardo De Filippo, eccetera eccetera, presenta un montaggio serrato di “alto” e “basso”: se i capitoli realistici sono intrisi di dialetto partenopeo, volgarità e umorismo vesuviano, quattro intermezzi onirici dal registro aulico placano l’atmosfera come intermezzi musicali, culminando nel penultimo capitolo dai toni quasi da romanzo storico ottocentesco dedicato a una “transgender stagionale”, uno di quei “personaggi di paese” del secolo scorso che incarna una dignità popolare ormai perduta. Fino al finale mistico e assolutamente visionario. “Il ragazzo con la pipa di metallo” è dunque un’opera politicamente scorretta e irriverente, che farà storcere il naso sia a destra che a sinistra e che “colpisce come schiaffo duro”, volendo citare la prefazione di Silvia Denti, facendo del sarcasmo sia sull’LGBTQIAplus che su ogni forma di conservatorismo, un lavoro probabilmente di gruppo che riesce nell’impresa “oltremoderna” di mescolare la polvere della strada con la riflessione filosofica, l’analisi psicologica e la cultura classica con il trash, consegnandoci il ritratto di un’umanità che, pur navigando nel fango, non smette di cercare una sua assurda, magica e a suo modo religiosa deviazione.

NARCISO MIRTO

Da Oscar De Rosa, Il ragazzo con la pipa di metallo

“Risultato? Siamo stati in astinenza per qualche giorno, io senza la mia sostanza rossa da bruciare nella pipa e papà senza bucarsi. Papà mio, che è un vecchio rockettaro e si sente a manetta i Velvet Underground e Lou Reed che si mischiano con le note di Ragione e sentimento, una famosa canzone di Maria Nazionale che a volume distorto stanno ascoltando i vicini. Ma io quell’uomo lo amo, Caroline says. Poi, come ho spesso fatto quando la matematica non bastava più e l’interesse distratto per le sue lezioni private, non retribuite dallo Stato né da nessun altro, l’ho buttata sul tragico. Peggio che in qualche sua adorata tragedia greca, peggio della gente difettata buttata giù dal Taigeto a Sparta, peggio della brutta poetessa Saffo dalla rupe di Leucade per un infelice amore non corrisposto, ho detto al professore che mi sarei lanciato nel vuoto dal balcone di papà, quello al sesto piano dove c’è il dondolo che piace tanto a Gianluca, che mi sarei spiaccicato sull’asfalto di quella tristissima e insana periferia senza mare con il mio corpo senz’ali, nemmeno quelle posticce fatte di piume, fango e cera che il sole di Febo disciolse a Icaro, che mi sarei sfracellato al suolo senza alcuna catarsi per nessuno e che lui mi avrebbe portato sulla coscienza con tutta la gravità, con tutto il peso di un tir carico di rimorsi che ti travolge l’esistenza.”

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