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Sul declino dell’umano. Un testo di Alter Spirito di Giovanni Sessa

Alter Spirito è docente di filosofia nei licei. La sua produzione letteraria è chiara espressione di pensiero-poetante. Ha, infatti, già dato alle stampe diverse raccolte poetiche e una serie di testi di natura eminentemente filosofica, dai quali si evince una notevole capacità scrittoria di natura aforistica. Anche la sua ultima fatica, conferma appieno tale propensione. Ci riferiamo a, Sul declino dell’umano, nelle librerie per Ortica editrice. Si tratta di un testo coinvolgente, nel quale Spirito si confronta, da un lato, con quella realtà storico-esistenziale che Roberto Calasso definì l’innominabile attuale, vale a dire la società post-moderna in cui tutto, anche l’uomo, è in dissoluzione e, dall’altro, colloquia con se stesso, analizzando, mosso dal dubbio scettico, il proprio percorso scrittorio e di vita. Sappia il lettore, innanzitutto, che il nostro autore è un eretico ribelle nei confronti degli idola intellettuali e politici del tempo presente. Il suo dire non mira a conciliare il lettore con lo stato presente delle cose, al contrario, ha tratto urticante, pugnace, in quanto risulta essere trascrizione della visione tragica del mondo: «Se la vita è disordine, lacerazione, caos e mancanza, la scrittura […] tenta disperatamente di disalienare quel che resta della vita stessa. Non riuscendoci» (p. 7).

Lo scrivere è, dunque, in tal senso, esercizio in cui si prova a custodire, illusoriamente, l’umano. Esercizio, almeno per alcuni, tra questi Spirito, comunque assolutamente necessario e irrinunciabile. È il dolore, quando sia profondamente avvertito, a indurre a una scelta siffatta, a fare della scrittura una dimora nella quale celarsi di fronte all’inclemenza spirituale del tempo presente (Gomez Davila). Ma scrivere oggi, o comunque esprimersi, implica aver contezza del lacerto, del frammento, nel quale la vita è stata dispersa, atomizzata, dal capitalismo computazionale. Il pensiero non può che farsi testimonianza della vita nuda, finita e dolente che, ab origine, ha inscritta in sé la negazione originaria, che ha il volto della morte. Per questa ragione, Spirito è autore sintonico, nei contenuti e nella scelta dell’aforisma, al mondo ideale messo a tema dal filosofo Andrea Emo. Egli, lo sostiene apertis verbis, è convinto che, nella società dello spettacolo, sia necessario aver cura dello sguardo, in quanto è consapevole, con Pessoa, che: «ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo» (p. 10).

Spirito invita all’accettazione del qui e ora, del limite del nostro ex-sistere, del nostro apparente “stare fuori” dal principio e rimpiange: «solo quelle lacrime che non sono riuscito a versare» (p. 11). Malattia e dolore sono stimoli per la creatività, sono reattivi spirituali che consentono a chi se ne faccia latore di vivere euforicamente (da eufero, “ben sopportare”). Di questa realtà, Spirito possiede chiara consapevolezza: egli sa che l’aporia non è data dalla morte, ma anima la vita intimamente, dall’interno, e quindi il suo esercizio di parresia non dà luogo ad alcun contemptus mundi, a fughe in un altrove esperito in senso trascendente. L’altrove è tutto qui, è custodito, emianamente, nella vita nuda. Si salva esclusivamente chi abbia davvero rinunciato alla salvezza. Sapere che tutto è abitato da una negazione, spinge a dire “no” a ciò che ci circonda, a preferire: «il “no” come unica condizione ontologica» (p. 13). La nostra vita è perpetua tensione che, leopardianamente, conduce verso un oltre mai raggiungibile in termini definitivi. L’uomo deve rinunciare a qualsivoglia possesso, perfino al possesso di sé stesso, deve provarsi a vivere, con Epicuro, nascosto al mondo dei più, in una vocazione autenticamente anarchico-aristocratica: «Ovunque si guardi vi è un continuo nascere e morire», (p. 16), un uscire e un tornare all’origine che non ha fine. Il pensiero-poetante di Spirito si nutre di indigenza: «che sa ancora essere vicina alle cose umili e vere» (p. 16).

È necessario perdersi, preservando il grumo sofferente della nostra vita: «nel vento e nel sole» (p. 18) guardare alla physis quale unica trascendenza possibile. Soltanto la vita nuda è irriducibile al Potere, alla sua costitutiva anarchia. Il foro interiore dell’eretico è il luogo della libertà possibile. L’amore per la vita si innalza dalla disperazione: «Vivere di poco […] coltivare uno spazio intimo […] fare dell’interiorità un luogo dove la nostra esperienza trovi la propria dimora» (p. 23). Tale heimat è quiete nel movimento. Spirito sa dell’inanità degli opposti: essi vivono con-fusi nel caos della vita, di là dei dualismi statuiti dal primato concesso al concetto e agli universali. La vita è singolare unicità. In tale prospettiva si incontra davvero l’Altro. Esso non appare più come il diverso da sottomettere, ma è esperito anch’esso quale manifestazione dell’origine, che in tutto si concede. Depone le armi, in tal modo, l’uomo del risentimento, che detesta nell’altro se stesso e la Parola si ri-sveglia, esce, nella solitudine di chi pensa attraverso il “no”, dallo stato di attuale mortificazione. Si tratta di un elogio dell’imperfezione e dell’incompiutezza, forse le sole nostre possibile “perfezioni”.

Per presentare tale visione delle cose, l’autore fa riferimento a pensatori e poeti di ogni epoca, tra gli altri, Emo, Sartre, Weil, tesi a cogliere, pur nella lacerazione dell’esistenza, la sua Bellezza costitutiva: «parole squarciate (le loro) urticanti e irregolari che riescono più di ogni luce a far emergere e a soppesare le più laceranti oscurità» (p. 45). Spirito invita a riscoprire la terribile potenza del riso, a “ridere del mondo”, stante la lezione del Leopardi dello Zibaldone. Il riso riconduce al Centro, in faccia al caos della vita e induce il demartiniano “ethos della trascendenza”, atto a far tollerare l’esistenza, in quanto, in ultima istanza: «la vita dl mondo […] non è altro che il continuo decomporsi di Dio» (p. 96), dell’origine negativa. Purtroppo anche la scrittura, oggi ridotta a merce tra le merci dalla Forma-Capitale, è stata depotenziata.

Questi alcuni dei temi toccati da Spirito in, Sul declino dell’umano. Un libro centrato su una “comunicazione d’esistenza” che prende per il collo il lettore, le false e facili certezze cui siamo adusi. Per questo è un libro di rilievo, è per tutti e per nessuno.

GIOVANNI SESSA

 

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