Gianfranco D’Alonzo Garibaldi: abitare la mancanza da Alone a Home Sweet Home di Nicola Velotti
Dieci anni separano Alone presentata nel 2016 alla Galleria Gallerati di Roma dalla sua riattivazione in Home Sweet Home inaugurata l’11 aprile 2026 alla Sabato Angiero Arte di Saviano a cura di Sabato Angiero. Questa distanza temporale non è una semplice evoluzione, ma un ritorno differito in cui il tempo stesso diventa materia critica e un dispositivo per interrogare il soggetto. Al centro di tutto resta la mancanza intesa non come un vuoto da riempire, ma come la condizione stessa dell’esistenza e del desiderio.
Già nel progetto originario Gianfranco D’Alonzo Garibaldi costruisce una riflessione sulla solitudine come spazio intimo di relazione con il grande Altro di lacaniana memoria, una presenza-assenza che fonda il desiderio proprio nella sua impossibilità di essere colmata. Le opere pittoriche e grafiche diventano tracce discrete e resti allusivi che suggeriscono più di quanto rivelino e in questo modo abitano l’assenza senza tentare di negarla. I contributi critici di Emma Ercoli e Franco Speroni inscrivono l’esperienza in una tensione quasi teologica perché l’immagine non pretende di manifestare il divino, ma ne custodisce l’opacità trasformando lo spazio espositivo in una cella di meditazione laica dove il soggetto si confronta con il proprio vuoto costitutivo. Anche l’estensione digitale ONE non è un semplice ampliamento tecnologico, ma una disseminazione del significante e un differimento infinito che impedisce ogni chiusura tenendo così aperta la ferita dell’incompletezza.
Home Sweet Home riattiva e radicalizza questa carenza, non solo sul piano concettuale ma anche su quello architettonico. All’interno della galleria campana viene ricostruito in muratura lo spazio romano del 2016 un cubo di mattoni con una porta che custodisce le stesse opere e che il visitatore può attraversare. Se nella configurazione originaria l’ingresso avveniva direttamente dalla strada qui la soglia viene trasposta e raddoppiata. Lo spazio esterno residuo della galleria diventa simbolicamente la nuova strada mentre l’accesso al cubo si fa passaggio consapevole quasi rituale dall’esterno all’interno, dal pubblico all’intimo. Questo dispositivo genera un doppio spaziale perturbante, un calco materiale della memoria che rende tangibile la distanza tra passato e presente. L’assenza diventa così fisica e immersiva, qualcosa che si attraversa con il corpo.
Le opere del 2016, reinserite in questa replica appaiono ora come oggetti memoriali segnati dal tempo, mai del tutto identici a sé stessi. Il titolo Home Sweet Home rivela la sua ambiguità più profonda dato che la casa si configura insieme come rifugio e prigione, luogo dell’identità e della sua crisi e spazio della cura quotidiana e insieme dell’essere gettati nel tempo. Anche la casa è segnata da un vuoto che la rende instabile, mai pienamente abitabile. Il passaggio da Roma alla periferia di Saviano introduce uno scarto simbolico ulteriore spostando il lavoro da un’area metropolitana a una dimensione più raccolta e quasi ascetica che accentua il carattere esistenziale del progetto inteso come un esercizio di attraversamento del tempo e della memoria piuttosto che una celebrazione retrospettiva. E ovunque emerge la mancanza non come assenza da rimpiangere, ma come condizione da abitare.
Questa operazione testimonia una coerenza intellettuale e poetica evitando la nostalgia e mantenendo aperta la dimensione processuale dell’opera in linea con la poetica dell’artista per il quale l’opera non è mai un approdo definitivo, ma un passaggio e una interrogazione continua. Il senso di incompletezza non viene risolto, ma riconosciuto e persino accolto.
In questo senso Home Sweet Home non è tanto una mostra quanto un dispositivo etico ed esistenziale dove l’arte assume la forma di una pratica quasi religiosa ma priva di redenzione, una preghiera senza risposta che invece di colmare il vuoto lo rende abitabile lasciando il soggetto esposto a quella ferita originaria e a quell’assenza da cui può ancora emergere una fragile possibilità di senso.
