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La praxeologia del ceppo. Autoreferenzialità e filter bubbles istituzionali nella tarda modernità collodiana di Ivan Pozzoni

Oltre il mito romantico del burattino metafisico

È necessario spazzare via il cascame sentimentale della pedagogia borghese e il mito dell’isolamento metafisico che hanno a lungo condizionato la ricezione di Le avventure di Pinocchio. Il testo di Carlo Collodi non è la semplice cronaca di una redenzione etica individuale, è una cartografia praxeologica della modernità, nella quale educazione, miseria, lavoro, fame, istituzioni e rapporti sociali concorrono alla formazione del soggetto. Alberto Asor Rosa individua nel «mondo» di Pinocchio una struttura profondamente conflittuale, nella quale il corpo dinamico del burattino entra continuamente in rapporto con la miseria, la fame e le «allegorie del moderno», prima che il racconto approdi alla dimensione esplicitamente pedagogica della redenzione e della trasformazione (Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino, in Letteratura italiana. Le opere, vol. III, Einaudi, 1995, 916-943). La prospettiva storico-pedagogica di Maila Pentucci consente di radicalizzare questa lettura: Pinocchio non coincide con il progetto educativo borghese incarnato esemplarmente da Cuore e rappresenta la condizione dell’Italia postunitaria e delle sue classi subalterne, dando voce a un mondo sociale che la pedagogia delle classi dirigenti avrebbe piuttosto voluto modellare («Fare gli italiani: una lettura storico-pedagogica di Cuore e Pinocchio», in F. Rocchetti [a cura di], Con gli occhi di Gramsci. Letture del Risorgimento, Carocci, 2012, 129-143). Ne deriva che l’interiorità di Pinocchio non deve essere assunta come dato originario e isolato: essa si costituisce attraverso una sequenza di pratiche sociali – scuola, lavoro, fame, punizione, fuga, denaro, incontro con le istituzioni- che trasformano progressivamente il corpo del burattino in soggetto socialmente riconoscibile. La pedagogia, in questa prospettiva, non precede l’esperienza: è una delle forme attraverso cui la società organizza e disciplina quell’esperienza. Sotto una ius-filosofia materialista, l’universo collodiano si presenta come un sistema nel quale l’atto comunicativo entra in collisione con la rigidità delle istituzioni. Carabinieri, gendarmi e magistrati non sono semplici maschere satiriche, sono agenti operativi di un ordine normativo che tende a riprodurre le sue categorie anche quando entrano in conflitto con la situazione concreta. In termini hartiani, il diritto presuppone regole secondarie attraverso cui gli ufficiali riconoscono e applicano le norme, accettandole come «common public standards of official behaviour» (The Concept of Law, 2nd ed., Clarendon Press, 1994, 116). La sociologia giuridica di Roger Cotterrell consente di integrare questa prospettiva: «Legal scholarship entails sociological understanding of law. The two are inseparable» («Why Must Legal Ideas Be Interpreted Sociologically?», in Journal of Law and Society, 25, 1998, 171). Applicata a Collodi, tale impostazione mostra come l’istituzione trasformi la parola del soggetto in procedura, subordinando l’esperienza concreta alle proprie categorie. Il caso del giudice che, dopo la denuncia di Pinocchio contro il Gatto e la Volpe, dispone il suo arresto rende paradigmatico questo rovesciamento: la vittima diviene imputato e la comunicazione produce un effetto contrario alla propria intenzione. L’istituzione collodiana non è dunque soltanto caricatura della giustizia, è macchina praxeologica che ricodifica la parola e neutralizza la materialità dell’esperienza. Le istituzioni generano vere e proprie filter bubbles normative, nelle quali la legge tende a osservare la realtà attraverso categorie predisposte dal suo codice. In termini sistemici, Niklas Luhmann definisce il diritto un sistema autopoietico, capace di riprodurre le proprie operazioni attraverso il riferimento alle proprie strutture normative: «The legal system is an operationally closed system» (Law as a Social System, Oxford University Press, 2004, 101). La comunicazione proveniente dall’esterno non viene dunque semplicemente assorbita: deve essere tradotta nelle forme operative del sistema. Questa chiusura deve essere ulteriormente precisata, sul piano filosofico, attraverso Jürgen Habermas, per il quale la legittimità giuridica dipende dalla possibilità che i destinatari delle norme possano considerarsi anche autori di esse: «Only those statutes may claim legitimacy that can meet with the assent (Zustimmung) of all citizens in a discursive process of legislation» (Between Facts and Norms, MIT Press, 1996, 110). Nel mondo di Collodi, questa reciprocità viene meno: la parola di Pinocchio è comunicazione senza effettiva partecipazione alla produzione del significato giuridico. L’esperienza del soggetto non viene, quindi, realmente integrata nel circuito decisionale, ma ricondotta alle categorie dell’istituzione, fino a produrre il paradosso per cui la legge, mentre pretende di giudicare il soggetto, finisce per non ascoltarlo affatto.

2. L’arbitrio del capannello: l’actum poliziesco contro l’esperienza

La collisione tra burattino e Stato, fin dal capitolo terzo, mostra la crisi della comunicazione sociale. La fuga di Pinocchio e il blocco stradale del carabiniere non inaugurano un accertamento della verità, ma un automatismo operativo. In termini di Max Weber, domina la razionalità formale: il giudice tende a funzionare come un «automaton into which legal documents and fees are stuffed» e dal quale il verdetto emerge «read mechanically from codified paragraphs» (Economy and Society, University of California Press, 1978, 979). Nel mondo collodiano, questa figura dell’automa giuridico illumina una giustizia incapace di lasciarsi modificare dalla singolarità del caso: la procedura precede l’esperienza e la decisione diviene il prodotto calcolabile dell’apparato. Il carabiniere non interpreta: applica.

«Alla fine… capitò un carabiniere…» [III, 20, 1883]

Pinocchio viene ridotto a «puledro»: un corpo traducibile in categoria di gestione. Il mondo non è compreso, è classificato. Il momento decisivo si produce con l’irruzione della folla: il «capannello» non costituisce un’opinione pubblica razionale, ma una dinamica mimetica nella quale il giudizio precede l’argomentazione. Viene meno quello spazio discorsivo nel quale, secondo Habermas, le pretese di validità devono poter essere sottoposte a critica e sostenute mediante ragioni: l’agire comunicativo mira infatti a un consenso fondato sul «intersubjective recognition of criticizable validity claims» (The Theory of Communicative Action, Beacon Press, 1984, I/17). La folla collodiana sostituisce, dunque, alla discussione la circolazione del pregiudizio. In termini di filosofia del diritto, il problema deve essere accostato alla concezione dworkiniana del diritto come mera applicazione di criteri condivisi: l’interpretazione giuridica non deve limitarsi ad applicare meccanicamente categorie condivise, poiché il diritto è anche una pratica interpretativa nella quale occorre giustificare il significato delle norme. Dworkin rifiuta infatti l’idea che il linguaggio giuridico possa essere governato soltanto da criteri semantici condivisi (Law’s Empire, Harvard University Press, 1986, 31-44)

«Intanto i curiosi…» [III, 20, 1883]

L’effetto è un ribaltamento giuridico: il carabiniere libera il sospetto socialmente difeso e arresta l’innocente. Il diritto non media il conflitto, ma lo amplifica. Dal punto di vista fenomenologico, Alfred Schutz consente di leggere questo passaggio come una sostituzione dell’esperienza vissuta con le tipizzazioni del senso comune: Geppetto cessa di essere percepito nella singolarità della propria esperienza e viene ricondotto a uno schema sociale disponibile. Schutz osserva infatti che «the world of everyday life is not a world of isolated individuals, but a world of fellow-men», nel quale la comprensione dell’altro si fonda su conoscenze e tipizzazioni socialmente sedimentate (The Phenomenology of the Social World, Northwestern University Press, 1967, 181). L’istituzione e la folla non incontrano, dunque, Geppetto come persona: è il «tipo» attraverso cui la situazione è già stata resa intelligibile. Il risultato è una frattura tra actum e factum: l’esperienza viva viene neutralizzata dal dato sociale sedimentato. La legge non costruisce ordine e produce isolamento.

La catena di montaggio sacrificale: i gendarmi di legno

I gendarmi di Mangiafuoco rappresentano la verticalità burocratica del potere. Quando il burattinaio decide di sacrificare un burattino per ragioni puramente funzionali, il dispositivo esecutivo opera senza attrito:

«“Invece di te…”» [XI, 58/59, 1883]

Qui il diritto assume la forma di una tecnica di gestione della sostituibilità. In termini di Hartmut Rosa, si produce una perdita di risonanza: il soggetto non entra in una relazione trasformativa con il mondo, ridotto a oggetto disponibile e funzionale. La risonanza è infatti «a relation to the world in which we let ourselves be affected as well as affect» (Resonance: A Sociology of Our Relationship to the World, Polity Press, 2019, 174). I gendarmi eseguono l’ordine senza elaborarne il significato. La dinamica richiama la diagnosi di Zygmunt Bauman sulla burocratizzazione della responsabilità: nella modernità, «actions have no intrinsic moral value», mentre la loro valutazione viene separata dai criteri che ne guidano l’esecuzione (Modernity and the Holocaust, Polity Press, 1989, 98). Arlecchino diventa sostituibile: la sua identità cede il posto alla funzione. Il corpo si riduce a unità operativa del sistema e il diritto assume la forma di una catena di trasmissione nella quale ogni nodo esegue il comando senza assumerne integralmente il significato morale.

Autoreferenzialità istituzionale e interiorità come resistenza praxeologica

La dinamica si radicalizza nella conclusione del sistema collodiano. Il giudice-scimmione di Acchiappacitrulli e le vicende del capitolo XXVII mostrano un’istituzione orientata alla conferma delle proprie categorie, più che alla comprensione della singolarità del fatto. Qui si innesta Cornelius Castoriadis: «The institution is a network of social meanings» (The Imaginary Institution of Society, Polity Press, 1987, 115). L’istituzione produce l’immaginario attraverso cui interpreta la realtà e Pinocchio viene giudicato secondo la posizione che occupa entro tale schema: la devianza assume una dimensione ontologica, riferita al soggetto come elemento non integrabile. L’interiorità di Pinocchio diventa un campo di resistenza praxeologica: accumula esperienza che il codice istituzionale non riesce, immediatamente, a tradurre. La legge riconosce soltanto ciò che può trasformare in categoria operativa; ciò che eccede viene espulso, neutralizzato o ricondotto allo schema. La frizione fra esperienza e istituzione costituisce quindi il luogo nel quale il soggetto acquisisce consistenza politica e giuridica.

Conclusione: il Leviatano testuale e la neutralizzazione del vivente

La traiettoria complessiva di Pinocchio mostra che le istituzioni collodiane non sono semplici dispositivi imperfetti, essendo forme strutturate di produzione della realtà sociale. Esse non si limitano a interpretare il mondo: lo ricodificano attraverso categorie proprie, selezionando ciò che può essere riconosciuto e neutralizzando ciò che eccede il loro ordine. In questa prospettiva, il diritto assume la fisionomia di un Leviatano testuale autoreferenziale, capace di filtrare, classificare e normalizzare il vivente attraverso procedure impersonali. La modernità non sopprime il caos: lo converte in procedura. La salvezza del soggetto risiede, allora, nella capacità di trasformare l’esperienza in una forma di resistenza non interamente assorbibile dal codice istituzionale. Pinocchio non racconta la riuscita della disciplina: racconta il conflitto permanente fra un sistema impegnato a rendere il vivente compatibile con le sue forme e un’esperienza che conserva la capacità di eccederle.

IVAN POZZONI 

 

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