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Il diritto rovesciato: ius-filosofia della disarmonia in Le avventure di Pinocchio. L’istituzione sacrificale e la dinamica del capro espiatorio di Ivan Pozzoni

1. Introduzione: L’ordine extralegale e la crisi della comunità

Se la storiografia letteraria contemporanea ha progressivamente affiancato alla tradizionale lettura moralistico-pedagogica di Le avventure di Pinocchio interpretazioni antropologiche, filosofiche e storico-culturali, evidenziandone la natura di opera aperta e polisemica (Grilli, 2016; Avanzini, 2016), le potenzialità ius-filosofiche del testo restano ancora largamente inesplorate. Accanto alla decostruzione delle istituzioni statali e dei dispositivi di legittimazione del potere, il romanzo di Carlo Collodi lascia emergere una dimensione antropologica del diritto che deve essere utilmente riletta alla luce della teoria del meccanismo vittimario elaborata da René Girard. Secondo Girard, la comunità tende periodicamente a concentrare la violenza collettiva su una vittima espiatoria, la cui eliminazione o neutralizzazione ristabilisce provvisoriamente l’ordine sociale (La violence et le sacré, 1972; Le bouc émissaire, 1982). Pur non costituendo un modello esplicitamente richiamato da Collodi, tale paradigma ermeneutico illumina le ricorrenti dinamiche di colpevolizzazione, esclusione e sacrificio simbolico che attraversano l’intera vicenda del burattino, il quale diviene ripetutamente il destinatario privilegiato della sanzione collettiva ben oltre la sua effettiva responsabilità. L’episodio paradigmatico del Tribunale di Acchiappacitrulli – dove Pinocchio, vittima del furto delle monete d’oro, viene paradossalmente incarcerato in quanto leso, per poi essere scarcerato soltanto in virtù di un’amnistia riservata ai «delinquenti»- rivela la natura profondamente paradossale dell’ordinamento rappresentato: un diritto «a rovescio», nel quale la norma non tutela l’offeso, ma neutralizza l’elemento che incrina l’equilibrio della comunità, ristabilendo la coesione sociale attraverso il sacrificio simbolico della vittima. Analogamente, la metamorfosi del burattino in asino e la sua successiva riduzione a merce – destinata a diventare pelle per un tamburo- costituiscono l’esito estremo di un processo di reificazione che trasforma il soggetto in puro oggetto della violenza collettiva. In questa prospettiva, il diritto rappresentato da Collodi appare non soltanto come un insieme di norme positive, ma come una costruzione antropologica e sociologica nella quale giustizia, consenso sociale e violenza espiatoria tendono a sovrapporsi. Le avventure di Pinocchio si prestano a una rilettura che presenta significative convergenze con le successive elaborazioni della filosofia del diritto, dell’antropologia giuridica e del movimento Law and Literature, mostrando come l’ordinamento giuridico assolva non solo una funzione regolativa, ma anche una funzione di canalizzazione e razionalizzazione della violenza collettiva (Girard, 1972; 1982). Per Girard, le comunità attraversate da una crisi tendono a ricostituire la propria unità concentrando la violenza su una vittima sostitutiva, il cui sacrificio consente una temporanea restaurazione dell’ordine sociale (Girard, 1972; 1982). Tale paradigma è stato successivamente sviluppato da studiosi quali James G. Williams (1996), Mark R. Anspach (2002; 2018) e Wolfgang Palaver (2013), i quali hanno mostrato come il meccanismo vittimario continui a operare, in forme secolarizzate, all’interno delle istituzioni politiche e giuridiche contemporanee, nonché nei processi di costruzione del consenso e di gestione della conflittualità sociale. Lette in questa prospettiva, le istituzioni rappresentate da Collodi sembrano riprodurre tale dinamica sotto forme giuridiche: la sanzione non interviene primariamente per accertare la verità o ristabilire la giustizia, ma per ricomporre simbolicamente l’equilibrio collettivo attraverso l’individuazione di un soggetto sul quale far convergere la tensione sociale. L’universo collodiano non è semplicemente un sistema legale malfunzionante, bensì un ordine costantemente esposto al rischio dell’anomia, nel quale il diritto si configura meno come garanzia imparziale dei diritti che come dispositivo di contenimento della violenza e di ricostituzione della coesione comunitaria. L’episodio del Tribunale di Acchiappacitrulli costituisce una rappresentazione paradigmatica di questa logica: Pinocchio, vittima del furto delle monete d’oro, viene incarcerato proprio in quanto vittima, trasformandosi nel bersaglio sul quale l’ordinamento scarica simbolicamente la crisi provocata dal delitto. Come osserva Girard, la comunità tende a ritrovare la propria unità attraverso la «persecuzione unanime» della vittima espiatoria (Le bouc émissaire, 1982); analogamente, il giudice collodiano non ricerca il colpevole, ma individua il soggetto funzionale al ristabilimento dell’ordine. In questo senso, il diritto non elimina la violenza, bensì la canalizza e la legittima mediante una procedura formalmente conforme alle regole. La successiva metamorfosi del burattino in asino e la sua riduzione a semplice pelle destinata a rivestire un tamburo costituiscono l’esito estremo di questo processo di spersonalizzazione, nel quale la vittima cessa di essere soggetto di diritto per divenire puro strumento di utilità collettiva. Le avventure di Pinocchio si prestano così a una rilettura che presenta significative convergenze con l’antropologia della violenza elaborata da Girard e con i successivi sviluppi della teoria mimetica (Williams, 1996; Anspach, 2002; Palaver, 2013), mostrando come l’ordinamento giuridico assolva non solo una funzione regolativa, ma anche una funzione di canalizzazione della violenza e di ricostituzione simbolica dell’ordine sociale. In questo quadro, il dualismo tra «Procedura» e «Non Procedura» e la ricorrente presenza di figure istituzionali negative non rappresentano una semplice denuncia dell’inefficienza burocratica, ma rivelano un dispositivo di regolazione sociale. La sanzione non appare orientata all’accertamento della verità o alla tutela dell’individuo, ma alla ricostituzione della solidarietà collettiva, secondo una dinamica che richiama la concezione durkheimiana della pena quale strumento di riaffermazione della coscienza collettiva (De la division du travail social, 1893; Les deux lois de l’évolution pénale, 1901). Come osserva Émile Durkheim, «la peine est une réaction passionnelle», vale a dire una risposta emotiva della comunità alla violazione dei valori condivisi, prima ancora che un mezzo razionale di prevenzione o di riparazione. La funzione primaria della pena consiste, pertanto, nel rinsaldare la coscienza collettiva e nel riaffermare la validità dell’ordine normativo (De la division du travail social, 1893). La rappresentazione collodiana si presta, tuttavia, anche a una lettura complementare in chiave girardiana. Se, in Durkheim, la sanzione rafforza la coesione sociale, con René Girard essa realizza tale funzione attraverso la concentrazione della violenza mimetica su una vittima espiatoria, il cui sacrificio permette di ricomporre, almeno provvisoriamente, l’ordine comunitario (La violence et le sacré, 1972; Le bouc émissaire, 1982). Questa prospettiva è stata successivamente sviluppata da Wolfgang Palaver (René Girard’s Mimetic Theory, 2013), il quale ha evidenziato come il paradigma vittimario debba essere applicato anche all’analisi delle istituzioni politiche e giuridiche moderne, nelle quali la gestione del conflitto tende spesso ad assumere forme simboliche di esclusione e di designazione della responsabilità. Le istituzioni umane raffigurate da Collodi – carabinieri, gendarmi, magistrati e giudici- non sembrano operare prioritariamente per accertare la verità o garantire la tutela dell’individuo, ma per individuare un soggetto sul quale convogliare il conflitto sociale, trasformando la procedura giuridica in un meccanismo di canalizzazione e di legittimazione della violenza. L’episodio del Tribunale di Acchiappacitrulli, nel quale la vittima del furto viene incarcerata anziché protetta, costituisce la manifestazione evidente di tale rovesciamento: l’ordine viene ristabilito non attraverso l’accertamento della responsabilità, ma mediante la designazione istituzionale di una vittima. Il diritto, lungi dall’apparire come garanzia di imparzialità, assume i tratti di un dispositivo simbolico di pacificazione sociale, nel quale la procedura rischia di trasformarsi in uno strumento di produzione del consenso più che di amministrazione della giustizia.

2. Il carabiniere come officiante del rito collettivo

Il primo paradosso ius-filosofico della narrazione si manifesta immediatamente dopo la creazione di Pinocchio. Ancor prima di divenire soggetto morale pienamente consapevole, il burattino viene, infatti, proiettato entro un universo normativo nel quale la responsabilità sembra precedere la libertà, l’intenzionalità e la capacità di discernimento. La sua stessa nascita coincide con l’ingresso in un ordine sociale che non attende la formazione della soggettività per esercitare su di lui una funzione disciplinare: Pinocchio viene immediatamente percepito come possibile fonte di trasgressione, come elemento di disordine da correggere prima ancora che come persona da educare.

Non è casuale che Collodi anticipi narrativamente tale rovesciamento già nelle prime fasi della costruzione del burattino: «Non era ancora finito di fabbricarlo, che cominciò subito a fare delle monellerie» [III, 13, 1883]. La frase contiene una tensione giuridico-antropologica decisiva: la colpa anticipa l’atto, la responsabilità anticipa la volontà, la sanzione anticipa la piena costituzione del soggetto. Pinocchio non entra nella comunità come individuo autonomo che successivamente infrange una norma, ma come essere immediatamente sottoposto a un giudizio preventivo che lo definisce attraverso la sua potenziale devianza. Il paradosso emerge con maggiore evidenza se confrontato con la concezione moderna del soggetto giuridico. Kant, nella Metaphysik der Sitten (1797), definisce il diritto come «der Inbegriff der Bedingungen, unter denen die Willkür des einen mit der Willkür des andern nach einem allgemeinen Gesetze der Freiheit zusammen vereinigt werden kann» (Die Metaphysik der Sitten, Einleitung in die Rechtslehre, § B), ossia «l’insieme delle condizioni per mezzo delle quali l’arbitrio dell’uno è in grado di accordarsi con l’arbitrio dell’altro secondo una legge universale della libertà». Il diritto, nella prospettiva kantiana, presuppone un soggetto capace di autodeterminazione, dotato di una Willkür- una facoltà di scelta libera e imputabile- che renda possibile l’attribuzione della responsabilità. Il mondo collodiano sembra rovesciare tale presupposto: Pinocchio viene giudicato prima ancora di essere pienamente costituito come soggetto morale e giuridico. La norma non segue la formazione della persona, ma la precede, imponendosi su un essere ancora incompleto e in divenire. La parabola del burattino deve essere letta come una critica antropologica del diritto: un sistema normativo che pretende di disciplinare il soggetto prima ancora di riconoscerne la piena soggettività. In questa prospettiva, la vicenda di Pinocchio anticipa una delle questioni fondamentali della filosofia del diritto moderna: il rapporto problematico tra individuo e istituzione, tra imputazione e libertà, tra norma e costituzione del soggetto. Il burattino non è semplicemente colui che deve imparare a rispettare la legge; è colui che deve prima conquistare lo statuto stesso di soggetto al quale la legge possa legittimamente rivolgersi.

La fuga del burattino genera uno schiamazzo che incrina la pace pubblica, attivando immediatamente il braccio armato dello Stato: «Alla fine… capitò un carabiniere […] e lo riconsegnò nelle proprie mani di Geppetto» [III, 20, 1883]. L’intervento iniziale del carabiniere sembra rispondere ai canoni della prevenzione del danno: l’autorità pubblica interviene per interrompere una situazione percepita come disordinata e ricondurre il conflitto entro un quadro istituzionale. Tuttavia, non appena l’azione si trasferisce nello spazio pubblico della strada, l’autorità viene progressivamente assorbita dalla pressione mimetica della folla. Davanti alla resistenza passiva di Pinocchio, la comunità si coalizza contro il creatore, trasformando una situazione ambigua in una rappresentazione condivisa della colpa. Il processo richiama il meccanismo che René Girard descrive attraverso la logica della polarizzazione mimetica: individui inizialmente dispersi finiscono per convergere verso un medesimo oggetto d’accusa, poiché «la victime émissaire est choisie parce qu’elle semble responsable de la crise» (Le Bouc émissaire, 1982). La crisi collettiva produce una progressiva semplificazione del conflitto: la pluralità delle cause viene sostituita dall’individuazione di un unico responsabile simbolico. Come scrive Girard, «la foule unanime se fait contre la victime» (Le Bouc émissaire, 1982), e proprio tale unanimità conferisce alla persecuzione l’apparenza di una verità condivisa. La scena collodiana deve essere letta come una rappresentazione narrativa del passaggio dal sospetto individuale alla certezza collettiva: il colpevole non viene semplicemente scoperto, ma socialmente prodotto attraverso un processo di convergenza degli sguardi e delle accuse. In termini girardiani, la comunità ristabilisce temporaneamente il proprio ordine attraverso la désignation d’une victime, trasformando il conflitto diffuso in una condanna concentrata su un singolo soggetto (La Violence et le Sacré, 1972). Il diritto e l’autorità appaiono esposti al rischio di non limitarsi ad amministrare la violenza, ma di organizzarla e legittimarla attraverso procedure formalmente riconosciute: «Intanto i curiosi e i bighelloni principiavano a fermarsi lì dintorno […] tanto dissero e tanto fecero, che il carabiniere rimise in libertà Pinocchio e condusse in prigione quel pover’uomo di Geppetto […]» [III, 20, 1883].

Sotto la lente dell’antropologia giuridica, il carabiniere cessa di essere il garante della legge e diventa l’esecutore della volontà della folla. Il meccanismo del capro espiatorio esige una vittima per placare la tensione sociale; l’innocenza di Geppetto è irrilevante di fronte alla necessità di individuare un colpevole. L’ordinamento, piegandosi all’arbitrio del “capannello”, convalida la violenza della massa e la istituzionalizza attraverso l’arresto. L’intervento dell’autorità non interrompe la violenza della folla, ma la traduce in decisione legittima, secondo una logica che Walter Benjamin avrebbe definito conservazione del diritto mediante la forza. La “Giustizia Non Giusta” coincide con una forma giuridicamente legittimata di persecuzione collettiva.

 

 

3. La logica del surrogato: i gendarmi di Mangiafuoco

 

Questa logica sacrificale ritorna nel teatro di Mangiafuoco. Quando il burattinaio decide di risparmiare Pinocchio, la violenza inizialmente destinata a lui deve tuttavia trovare un nuovo bersaglio: la struttura rituale richiede una vittima sostitutiva per ristabilire il proprio equilibrio. L’episodio riproduce il meccanismo descritto da René Girard, secondo cui il sacrificio non elimina la violenza, ma la trasferisce su un soggetto designato, consentendo una temporanea ricomposizione dell’ordine sociale. Come scrive Girard, «le sacrifice a pour fonction d’apaiser les violences intestines» (La Violence et le Sacré, 1972). Mangiafuoco incarna un’autorità ambivalente: non amministra una giustizia fondata sull’accertamento della colpa, ma gestisce una crisi attraverso l’individuazione di una vittima sacrificabile. Il sacrificio non dipende dalla responsabilità reale del soggetto, ma dalla sua funzione all’interno del sistema. L’episodio rivela una dimensione ius-filosofica centrale di Pinocchio: l’ordine sociale deve essere preservato non soltanto attraverso la norma, ma anche mediante la canalizzazione istituzionale della violenza verso un bersaglio sostitutivo: «“Invece di te, metterò a bruciare sotto lo spiedo qualche burattino della mia Compagnia… Olà, giandarmi!” […]» [XI, 58/59, 1883]. I gendarmi, significativamente “di legno”, incarnano l’automatismo del braccio secolare. Essi non applicano il diritto come ricerca della responsabilità individuale, ma come gestione della violenza. Dal punto di vista del potere sovrano di Mangiafuoco, un burattino vale l’altro: Arlecchino diventa il surrogato sacrificale. La sostituibilità della vittima costituisce uno degli elementi centrali del sacrificio rituale: ciò che conta non è la responsabilità individuale del soggetto sacrificato, ma la sua idoneità a rappresentare il disordine da espellere (Girard). L’apparato d’ordine pubblico serve a garantire che la transazione violenta avvenga senza ostacoli, dimostrando che l’istituzione privilegia l’efficienza del sacrificio all’accertamento della colpa. Come scrive Lévi-Strauss, «Le but du rituel est donc de rendre pensable une situation donnée d’abord affective, et d’en rendre acceptables pour l’esprit les douleurs qu’elle refuse d’intégrer» (Anthropologie structurale, 1958).

Conclusione: Il verdetto dell’alterità

L’intera architettura narrativa conferma questo assunto antropologico, trovando riscontro nella figura del magistrato-scimmione di Acchiappacitulli («Il giudice era uno scimmione della razza dei Gorilla…») [XIX, 116/117, 1883] e nel successivo ferimento di Eugenio [XXVII]. In entrambi i casi, Pinocchio subisce la sanzione non per i suoi atti, ma per la sua natura di outsider, di corpo estraneo alle logiche comunitarie. Pinocchio assume così i tratti di una figura liminare, collocata ai margini dell’ordine simbolico e continuamente esposta alla violenza legittimata della comunità. In questo senso, la sua condizione richiama le riflessioni di Giorgio Agamben sulle forme di vita che possono essere colpite senza che la loro esclusione produca scandalo. Né lo scimmione né i carabinieri della spiaggia cercano la verità del fatto; cercano la chiusura del caso attraverso la neutralizzazione dell’elemento eccentrico. La tutela dell’innocenza fallisce perché il fine ultimo dell’ordinamento non è la giustizia distributiva, ma l’autoconservazione sociale mediante l’eliminazione del diverso. Questa prospettiva rivela che le istituzioni collodiane mascherano sotto formule procedurali moderne un nucleo di violenza collettiva. La parabola di Pinocchio non si esaurisce in una lezione di etica individuale: diventa anche una critica dei meccanismi attraverso cui la comunità preserva il suo equilibrio trasferendo il conflitto su vittime designate.

IVAN POZZONI 

 

 

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