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Tardomodernismo e rimozione del trauma nell’Odissea ricostruita in Pindemonte di Ivan Pozzoni

1. La sanzione della forma e la bonifica del testo

Ogni struttura culturale, al fine di garantire la propria riproduzione e proteggere i suoi assetti dominanti, necessita di convertire l’alterità traumatica della storia in un repertorio di forme ornamentali e pacificate. Come osserva Roger Chartier, «When the “same” text is apprehended through very different mechanisms of representation, it is no longer the same» [Roger Chartier, Forms and Meanings. Texts, Performances, and Audiences from Codex to Computer, 1995, 1]). Quando la ricerca si accosta all’universo omerico attraverso la celebre traduzione ottocentesca operata da Ippolito Pindemonte, l’oggetto di studio – l’antico codice della vendetta, del prelievo violento e dell’arbitrio biologico- subisce una drastica normalizzazione morale. Il traduttore non compie un travaso neutro, attiva un dispositivo di chirurgia testuale. L’obiettivo fondamentale è purgare l’epica dalle sue componenti ferine e riallinearla alle coordinate estetiche e ideologiche del suo salotto aristocratico e del retroterra cattolico. I meccanismi di questa riscrittura agiscono attraverso la censura sistematica e la sostituzione eufemistica delle categorie della sussistenza materiale e della carne. Scompaiono le ruvide materialità della vita arcaica e della stratificazione servile: i «porci» di Eumeo si convertono in «madri feconde» e lo stesso «porcaio» viene nobilitato in «custode», a cancellare il marchio della degradazione sociale. Allo stesso modo, le relazioni carnali e l’abuso materiale – come i rapporti tra le ancelle di Penelope e i Proci, o l’unione erotica tra Marte e Venere nel canto di Demodoco- vengono interamente neutralizzate e private di ogni forza pulsionale. In questa prospettiva, Aleida Assmann ricorda che «There is no self-organization and self-regulation of cultural memory, it always depends on personal decisions and selections, on institutions and media» (Aleida Assmann, Cultural Memory and Western Civilization. Functions, Media, Archives, 2011, 6). Ciò che viene generato non è l’eroe polimorfo e spietato del mito, ma un Ulisse pacifista, un buon patriota e un monarca illuminato, interamente epurato da quel fondo «barbaro» che ne costituiva l’autentico statuto d’azione. Il risultato è precisamente ciò che Jeffrey C. Alexander definisce un processo di rielaborazione culturale del passato: «Cultural trauma occurs when members of a collectivity feel they have been subjected to a horrendous event that leaves indelible marks upon their group consciousness» (Jeffrey C. Alexander, Trauma: A Social Theory, 2012, 6).

2. La pragmatica del campo letterario e l’orizzonte tardomoderno

Se esaminiamo l’oggetto di studio sotto la lente della condizione tardomoderna, della filosofia del linguaggio e della critica letteraria analitica, emerge come l’interprete non istituisca un rapporto dialogico con la storicità omerica, ma imponga un monologo assimilatore volto alla governamentalità del senso. In termini analoghi, Richard Rorty osserva: «The world does not speak. Only we do. The world can, once we have programmed ourselves with a language, cause us to hold beliefs. But it cannot propose a language for us to speak. Only other human beings can do that» (Richard Rorty, Contingency, Irony, and Solidarity, 1989, 6). Sul piano micro-testuale, il traduttore manipola sistematicamente la forza degli illocutionary acts (atti illocutori) e applica rigide cornici di framing (incastonamento ideologico) a orientare la ricezione. Come rileva Stanley Fish, «Interpretive strategies are not put into execution after reading; they are the shape of reading» (Stanley Fish, Is There a Text in This Class? The Authority of Interpretive Communities,1980, 168). Un esempio macroscopico di questo intervento si colloca nel libro XVI, dove viene deliberatamente espunta e omessa la traduzione dei versi in cui i Proci esplicitano la pragmatica del loro disegno predatorio e patrimoniale: «teniamoci noi la sua sostanza e le sue ricchezze, e dividiamoci tra noi ogni cosa». L’esibizione di una simile amoralità economica avrebbe infranto la stabilità del quadro precostituito, svelando l’arbitrio della forza arcaica. L’universo originale dell’Odissea presentava un protagonista costituzionalmente legato allo statuto della pirateria e alla legittimità del saccheggio come dinamica d’accumulazione materiale. Si consideri la citazione significativa che descrive l’assalto alle comunità inermi: «la distruzione della città e l’uccisione degli abitanti maschi e la cattura in schiavitù delle donne», contesto in cui la popolazione femminile viene esplicitamente «omologata agli oggetti preziosi razziati». Umberto Eco ricorda, a questo proposito, che «Texts are lazy machineries that ask someone to do part of the job» (Umberto Eco, The Role of the Reader. Explorations in the Semiotics of Texts, 1979, 3). Questa normatività del sangue viene rigettata dall’adattamento neoclassico. L’interprete forza il testo attraverso formule stereotipate, introducendo l’epiteto fisso «il saggio Ulisse» e attribuendogli enunciati intrisi di «mitezza», di «pacifico regno» e di una «pace tranquilla». L’antico pirata viene riconvertito nel perfetto ed equilibrato sovrano dell’Europa contemporanea dal traduttore. L’operazione traduttiva si configura non come un atto di trasmissione neutrale del significato, ma come una riscrittura ideologicamente orientata, nella quale il testo originario viene rifondato entro un nuovo orizzonte linguistico, morale e culturale.

3. Cartografie della ricezione: neuroestetica e habitus borghese

Il dibattito scientifico fiorito nel venticinquennio compreso tra il 2000 e il 2026 ha radicalmente rinnovato lo studio della ricezione letteraria, integrando la critica analitica con i modelli interpretativi della sociologia dell’arte e della neuroestetica. Gli studiosi di questo periodo hanno decostruito l’illusione della neutralità della forma, interpretando le scelte linguistiche come l’espressione di un determinato habitus di classe volto alla pacificazione sociale. In questa prospettiva, Hartmut Rosa osserva: «A society is modern when it operates in a mode of dynamic stabilization, i.e., when it systematically requires growth, innovation and acceleration in order to maintain its socio-economic and institutional status quo» (Hartmut Rosa, Dynamic Stabilization, the Triple A Approach to the Good Life, and the Resonance Conception, Questions de communication, 2017, 439). La riduzione dei personaggi a tipi fissi, si veda Telemaco, costantemente ricondotto al ruolo di «buon figliuolo» vigilato da una ferrea «ragione e dalla buona educazione ricevuta», risponde alla necessità di rassicurare le élite dominanti, proiettando sul testo antico un ideale di controllo assoluto contro i traumi e le spinte disordinate della contingenza storica. Parallelamente, l’approccio neuroestetico illumina le reazioni emotive e cognitive indotte da questa operazione di levigatura stilistica. Il testo omerico originario, con la sua esibizione di corpi lacerati, cannibalismo rituale e fluidità erotica – come la relazione sensuale con Calipso in un paradiso naturale «tale da poter incantare perfino gli dèi»- attiva nel ricevente una forte stimolazione cognitiva legata alla categoria del disturbante (Unheimlich). L’adattamento borghese opera una bonifica neuronale ed emotiva: eliminando le componenti caotiche del mito, stabilizza la risposta del lettore, conducendola entro i binari protetti di una gratificante e prevedibile catarsi neoclassica. Come rileva Shoshana Zuboff, «Surveillance capitalism unilaterally claims human experience as free raw material for translation into behavioral data» (Shoshana Zuboff, The Age of Surveillance Capitalism. The Fight for a Human Future at the New Frontier of Power, 2019, 8). I marcatori testuali individuati dall’analisi microscopica – la reiterazione ossessiva di qualificazioni iperboliche come «sovrumano provvido» o «saggio» distribuite chirurgicamente nei canti VII, VIII, XIII, XVI, XVII, XVIII, XXI e XXII- fungono da dispositivi di condizionamento volti a immunizzare il pubblico dalla tragica complessità dell’archetipo greco. L’intervento traduttivo assume così i caratteri di una tecnologia culturale di selezione e normalizzazione: non preserva integralmente l’alterità del testo, ma la riorganizza entro coordinate simboliche compatibili con l’ordine sociale e con l’orizzonte morale della comunità ricevente.

4. Frammentazione tardomoderna e il controllo dell’alterità

Questa imponente operazione di addomesticamento e di riduzione della complessità selvaggia del poema arcaico instaura un dialogo con le riflessioni della filosofia contemporanea dedicate alla manipolazione dei codici culturali e alla frammentazione dei significati nella tarda-modernità. Il disperato tentativo di occultare la componente dionisiaca dell’eroe omerico per costringerla entro una griglia morale preordinata evoca la celebre condanna che Friedrich Nietzsche mosse all’approccio platonico verso la poesia. Esattamente come il filosofo della Repubblica intendeva purificare i poeti e censurare le loro storie sugli dèi per farne degli utili strumenti di educazione e di ordine sociale nella polis, il traduttore ottocentesco esilia la verità storica dell’antichità per assecondare le esigenze pedagogiche e morali della classe egemone, addomesticando la parola per renderla idonea alle conversazioni dell’alto clero. In una prospettiva filosofica attuale, questo processo si configura come una colonizzazione dell’alterità arcaica. Come osserva Byung-Chul Han, «The days of the Other are over» (Byung-Chul Han, The Expulsion of the Other: Society, Perception and Communication Today, 2018, 1). Il traduttore si rapporta al testo originale non con la postura del testimone storico, ma con quella di un legislatore che impone le proprie regole semantiche. Il mondo frastagliato e problematico di Omero viene espropriato della sua storicità e convertito in un feticcio ideologico, un alter ego narcisisticamente glorificato in cui l’aristocrazia del tempo potesse specchiarsi per trovare una legittimazione estetica e morale. Tale trasformazione può essere letta anche alla luce della diagnosi della modernità riflessiva proposta da Ulrich Beck, secondo cui «Risk is the modern approach to foresee and control the future consequences of human action» (Ulrich Beck, World at Risk, 2009, 13). L’intervento traduttivo agisce, infatti, come una tecnologia simbolica di controllo dell’incertezza: la complessità violenta e ambivalente del mito viene ricondotta entro una forma prevedibile, governabile e moralmente rassicurante. L’antico signore di Itaca viene così privato della sua complessità e trasformato in una rassicurante figura patriarcale, «a tutti padre / Più assai, che Re», compiendo un atto di normalizzazione che azzera la distanza critica e impone un monologo conformista sul panorama selvaggio del mito.

Conclusioni: la favola morale e il silenzio del mito

Per riassumere l’intera questione con maggiore chiarezza, dobbiamo dire che l’Odissea giunta ai lettori dell’Ottocento descrive i desideri, le paure e i valori dell’alta società del tempo molto più di quanto non spieghi la realtà del mondo di Omero. Il traduttore ha scelto, deliberatamente, di non fare un’operazione storica; ha preso un poema antico, ruvido e violento e lo ha costretto a parlare la lingua educata dei nobili e dei preti della sua epoca. Ulisse cessa così di essere un pirata ambiguo ed egoista, pronto a uccidere e saccheggiare per sopravvivere, e diventa un perfetto re saggio, un padre devoto e un governante illuminato guidato solo dal senso del dovere. Ogni traccia di crudezza materiale – come i maiali di Eumeo nascosti sotto espressioni eleganti, le minacce di morte dei Proci censurate per non turbare i lettori, o la sessualità esplicita delle dee e delle ancelle- viene sistematicamente cancellata o addolcita. In conclusione, la traduzione si rivela un grande monologo culturale: l’autore ha dovuto proteggere il lettore dall’impatto forte del mito greco, preferendo trasformare un affresco arcaico e feroce in una rassicurante e piacevole favola morale adatta ai salotti della buona società del tempo.

IVAN POZZONI 

 

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