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L’arte come riparazione nell’universo di Anna Maria Mirabella di Nicola Velotti

Anna Maria Mirabella (Sarno, 1984) ha sviluppato la propria ricerca artistica lontano dai circuiti espositivi e dalle dinamiche della visibilità. Per lungo tempo il suo lavoro è rimasto confinato in una dimensione privata e custodito come esperienza necessaria e quotidiana. Solo negli ultimi anni grazie al confronto con associazioni culturali e realtà artistiche del territorio campano, in particolare con l’artista Anna Crescenzi, la sua produzione ha iniziato a dialogare con il pubblico senza rinunciare a quell’autenticità che continua a distinguerla.

Per Mirabella la pittura non coincide con un esercizio estetico, né con una semplice pratica espressiva. L’arte rappresenta una forma di cura e uno strumento attraverso il quale elaborare ferite individuali e collettive. L’opera si configura come uno spazio simbolico in cui il trauma può essere riconosciuto, attraversato e trasformato. In questa prospettiva è possibile cogliere un’affinità con la concezione freudiana della sublimazione. L’attività creativa permette infatti di convertire tensioni e conflitti interiori in forme condivisibili offrendo al soggetto la possibilità di dare significato a ciò che altrimenti resterebbe indicibile.

La sua ricerca attraversa linguaggi differenti e mette in relazione pittura figurativa, sperimentazione concettuale e suggestioni provenienti da culture lontane. Particolarmente significativo appare il dialogo con l’arte aborigena australiana evidente in opere come Outback australiano. Qui il paesaggio perde la funzione descrittiva per trasformarsi in una superficie simbolica attraversata da miti, memorie e narrazioni ancestrali. Lo spazio rappresentato non coincide più con un luogo geografico, ma con una dimensione culturale e spirituale.

Al centro della sua poetica si colloca tuttavia il riferimento al kintsugi, l’antica pratica giapponese che consiste nel riparare oggetti in ceramica attraverso venature d’oro. Mirabella rielabora questa tradizione trasformandola in una potente metafora politica e umana. Nella serie Kintsugi mappe geografiche frammentate vengono ricomposte mediante linee dorate che attraversano continenti e confini. La geografia politica lascia così spazio a una geografia della ferita. Le crepe alludono alle lacerazioni generate dalle guerre, dalle migrazioni forzate e dalle profonde disuguaglianze che caratterizzano il nostro tempo. L’oro non svolge una funzione decorativa, ma assume un valore simbolico. Esso suggerisce la possibilità di una ricostruzione che non cancelli il dolore ma lo accolga come parte integrante della memoria.

In questa ricerca emerge una dimensione che richiama il pensiero di Carl Gustav Jung. Nella prospettiva junghiana l’alchimia rappresenta sia un processo materiale che una metafora della trasformazione psichica. La materia attraversa fasi di disgregazione e ricomposizione fino a raggiungere una nuova forma di equilibrio. Le venature dorate di Mirabella sembrano tradurre visivamente questo processo. La frattura non viene semplicemente riparata, ma trasformata in elemento generativo. La ferita diventa il luogo stesso della metamorfosi e la crepa si configura come passaggio necessario verso una nuova possibilità di senso.

Questa operazione può essere letta anche alla luce delle riflessioni di Walter Benjamin. Ogni testimonianza della civiltà conserva infatti le tracce delle violenze che l’hanno prodotta. Le linee dorate che attraversano le mappe non occultano la storia dei conflitti ma ne mantengono visibile la memoria. La riparazione non coincide con la rimozione del trauma, ma con il suo riconoscimento.

Accanto a questa riflessione si sviluppa la serie Chimera? dedicata al tema dell’incomunicabilità. Sulle tavole lignee parole e frasi si sovrappongono fino a diventare quasi illeggibili. Il linguaggio si trasforma in immagine e l’immagine finisce per ostacolare la lettura. Ciò che emerge è una rappresentazione della comunicazione contemporanea nel momento stesso in cui mostra i propri limiti. In queste opere risuona l’insegnamento di Jacques Lacan secondo il quale tra ciò che il soggetto intende esprimere e ciò che riesce effettivamente a dire permane sempre uno scarto irriducibile.

Natura, spiritualità, memoria culturale e attualità politica non costituiscono ambiti separati della sua ricerca. Essi si intrecciano all’interno di una medesima struttura simbolica che conferisce unità all’intera produzione. Anche la scelta dei materiali partecipa a questa costruzione di significato. L’impiego della pittura a olio e degli acrilici su supporti lignei è accompagnato da un accurato lavoro preparatorio. Stuccare, levigare e trattare il legno rappresentano gesti che assumono il valore di un rituale e che fanno della materia una componente attiva dell’opera.

La formazione artistica di Mirabella rivela un percorso altrettanto articolato. Dall’iniziale fascinazione per la perfezione formale di Raffaello la sua attenzione si è progressivamente spostata verso figure come Alighiero Boetti, Henry Moore e Constantin Brancusi. Da questi autori non deriva un modello stilistico preciso, ma una consapevolezza condivisa. L’opera d’arte non può limitarsi alla ricerca tecnica ma deve nascere da una necessità espressiva e da una precisa presa di posizione nei confronti del mondo.

Nel continuo dialogo tra culture differenti, memoria e contemporaneità, la ricerca di Anna Maria Mirabella si configura come una poetica della riparazione. Non si tratta di una visione ingenuamente consolatoria ma di una riflessione consapevole sulla fragilità del presente. Come accade nel kintsugi, ciò che è stato spezzato non torna mai alla forma originaria. Proprio nella crepa tuttavia può manifestarsi una nuova forma di bellezza. Una bellezza più fragile, più consapevole e forse più profondamente umana.

NICOLA VELOTTI

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