Il tardomodernismo letterario come laboratorio critico permanente: Lo Stato Pontificio di Ivan Pozzoni di Fortuna Della Porta
Già il titolo incuriosisce. Fin da subito, sebbene le lettere siano tutte in maiuscolo e “Stato” potrebbe essere attenuato in “stato”, si comprende presto che l’intenzione dell’autore rimanda proprio allo Stato della Chiesa preunitario, ossia a un potere insieme teocratico e politico: un modello di autorità forte, centralizzata e ideologica, purtroppo ancora imperante, come metafora dello star system dell’arte contemporaneissima. È la prima dichiarazione di guerra. Accingendosi alla lettura dei testi, lo strappo all’ordine costituito – dapprima lessicale e poetico- si fa sempre più evidente, attraverso il rigetto formale del sublime, del poeticamente accettabile e corretto. Irrompono anche le prime accuse, per esempio contro i critici letterari e le riviste incapaci di cogliere l’essenza di un’anima se non espressa e/o intrappolata nei regolamenti estetici convenzionali. Con ironia, l’autore afferma che, per essere accettati, bisogna ficcarsi in un canone. E conclude: «sacramentando una tradizione, mi infilo nella linea lombarda Dossi/Lucini/Chiara/Erba/Pozzoni». Per questa inadeguata miopia, definisce il critico letterario un buffone, metodologicamente ignorante e inutile. Un linguaggio così articolato, quasi spiazzante – almeno per me, avanti negli anni- ha richiamato alla mente le neoavanguardie del secolo scorso, in particolare il Gruppo ’63 con Sanguineti e Balestrini, per lo sperimentalismo linguistico, il rifiuto della lirica tradizionale, la frammentazione del discorso e l’uso filosofico e metapoetico del linguaggio. In realtà, Pozzoni sembra inserirsi nell’intera tradizione delle avanguardie “negative” o nichiliste novecentesche, nelle quali la poesia diventa critica radicale della cultura e delle istituzioni civili e letterarie. La polemica, sotto forma di provocazione, finisce progressivamente per coinvolgere ogni fondamento politico e culturale vigente: a cominciare, come si diceva, dal potere religioso e, a seguire, dall’ossessione contemporanea per il successo e il denaro, nei così definiti malati di argent. E, a dispetto di uno stile apparentemente sconveniente («Io imbratto le mie carte col cianuro e con la ciclosporina»), l’autore si cimenta in imperdibili giochi di parole, nei quali il riferimento colto occupa sempre il primo piano. La scrittura è volutamente frammentata: passa con rapidità dal registro filosofico a quello storico, da immagini surreali e sarcastiche a riflessioni teoriche, sia in senso orizzontale sia verticale. Dal lemma prosastico – per qualcuno persino indecente e sguaiato- si catapulta in accurate analisi demolitive dell’establishment. Per tornare al titolo, che indica dove cercare il nucleo centrale della silloge, esso ci indirizza al modo in cui l’istituzione religiosa si relaziona con la schiera dei credenti. A giudizio dell’autore, la Chiesa costituisce uno strapotere teocratico fondato su un controllo ideologico che impedisce, di fatto, la libertà di pensiero. Il tutto facilitato da un cordone ombelicale mai realmente reciso con un potere politico compiacente. In questa disamina, Pozzoni mostra ancora più coraggio affrontando temi ritenuti, di fatto, intoccabili. Nel cercare gli autori, che potrebbero avergli indicato la strada, si arriverebbe fino a Nietzsche. In entrambi emergono il tono polemico e provocatorio, il tentativo di mostrare il danno arrecato dalle illusioni culturali e morali, il rifiuto delle convenzioni e l’uso della scrittura come strumento per demolire l’ordine vigente, in un nichilismo culturale che coinvolge anche l’ambiente letterario. Una certa eco di Schopenhauer si avverte inoltre nella sfiducia verso ogni forma di redenzione o progresso e nella percezione dolorosa del nonsenso dell’esistenza. Per la critica delle istituzioni e delle ideologie, viene spontaneo pensare anche a Marx. Tutto questo perché la silloge è complessa, zeppa di riferimenti, stratificata, quasi enciclopedica e labirintica e talvolta così ardua che qualche passaggio rischia di perdersi nella rete dell’incomprensibile. La nota stilistica di Pozzoni consiste infatti proprio nell’alta densità intertestuale, nella quale si contendono spazio filosofia, teoria critica, letteratura, storia delle idee, polemica culturale e persino ironia («Prometto, tra due mesi, di rifare Il gatto di Keats, trattare di sentimenti ed emozioni / come un inutile elegiaco»). In alcuni passaggi l’eccesso polemico rischia quindi di sovrastare la chiarezza argomentativa, rendendo il testo volutamente difficile e talvolta ermetico. Tuttavia, proprio questa tensione estrema rivela la volontà distintiva dell’autore. In effetti, Pozzoni non mira al consenso. Egli attende pazientemente il prossimo secolo per la comprensione e la diffusione del proprio messaggio salvifico. Per ora, con il sogno di “ardere il mondo”, denuncia tirannie nel senso più ampio possibile, ipocrisie, giochi di ruolo e disvalori, preferendo lo scontro dialettico e una scrittura che divida, provochi e destabilizzi. L’opera di Ivan Pozzoni, in conclusione, realizza un amalgama riuscito di poesia, filosofia e invettiva critica e, più che una semplice raccolta poetica, Lo Stato Pontificio appare come un laboratorio critico permanente, in cui poesia, filosofia e invettiva si fondono per opporsi a ogni forma di dogma, religioso, politico o tecnologico. Ed è forse proprio qui che risiede l’attualità più inquietante dell’opera: nella difesa della libertà individuale contro qualunque sistema pretenda di disciplinare il pensiero, oggi persino attraverso algoritmi – nella maniera preconizzata da Orwell- capaci di orientare scelte, comportamenti e percezioni.
Ivan Pozzoni, Lo Stato Pontificio, Edizioni Divinafollia, 2026, p.58, 12€
