La parola “ordina” il mondo; senza di essa, la ragione resta spenta di Anastasia De Masi
Se per Goethe l’urgenza è vitale e morfologica, per Immanuel Kant l’urgenza di far uscire un bambino dalla non verbalità è di natura morale e cognitiva, poiché per Kant l’essere umano non è tale per “biologia” ma perché possiede la ragione, e il linguaggio è l’unico veicolo attraverso cui essa può manifestarsi e strutturarsi.
L’essenza del pensiero di Kant è “l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità”, e un bambino ancora non verbale si trova proprio in una condizione di minorità estrema, poiché dipende totalmente dagli altri non solo per i bisogni fisici ma anche per l’interpretazione della realtà.
L’urgenza di aiutarlo non è dunque un semplice desiderio di vederlo parlare, ma un vero dovere morale, perché solo così può diventare un essere autonomo e libero, dato che senza linguaggio non esiste autodeterminazione.
Secondo la Critica della ragion pura noi organizziamo il caos delle percezioni attraverso le categorie dell’intelletto, e per Kant il linguaggio è lo strumento che permette di “fissare” queste categorie, mentre senza la parola il bambino percepisce il mondo come una “molteplicità caotica” di sensazioni, motivo per cui, se non lo aiutiamo a verbalizzare, gli stiamo di fatto negando gli strumenti necessari per pensare in modo logico, dato che la parola è ciò che permette di passare dal “sentire” al “conoscere”.
In questo quadro entra in gioco l’etica di Kant, espressa nell’imperativo categorico “tratta l’umanità sempre come fine e mai solo come mezzo”, perché il bambino non è un oggetto e un approccio impositivo lo riduce a un “meccanismo da regolare” o a un animale da addestrare, mentre l’educazione, secondo Kant, deve sempre mirare alla libertà, e quindi un professionista che impone schemi rigidi senza coinvolgere la famiglia finisce per “usare” il bambino invece di aiutarlo a svilupparsi come soggetto razionale.
La famiglia non è infatti un semplice esecutore di ordini del terapista, dal momento che Kant credeva nella costruzione di una “comunità etica”, e la collaborazione tra professionista e famiglia diventa necessaria perché il bambino possa crescere in un ambiente di coerenza razionale, senza il quale non troverebbe la stabilità indispensabile per sviluppare il proprio giudizio.
L’obiettivo non è quindi che il bambino emetta suoni a comando, come avverrebbe in un addestramento, ma che arrivi a dire “io”, affinché questo “io penso” possa accompagnare tutte le sue rappresentazioni, e questo risultato può emergere solo in un clima di rispetto e collaborazione in cui il bambino è coinvolto attivamente nella propria crescita.
Per Kant l’essere umano possiede una “disposizione originaria al bene” e alla razionalità, per cui, se un bambino viene aiutato attraverso una collaborazione corretta, è razionalmente necessario che sviluppi una forma di comunicazione, anche perché la natura umana tende verso la “società civile” e la parola rappresenta il contratto sociale primario, tanto che negare l’efficacia dell’aiuto significherebbe negare la natura stessa dell’uomo come essere razionale.
Per questo l’urgenza kantiana afferma che non si può lasciare il bambino nel silenzio, perché il silenzio è la prigione della sua ragione, ma allo stesso tempo non lo si può forzare come una macchina, perché egli è un fine in se stesso, e proprio per questo il linguaggio non è un “optional” dello sviluppo ma l’atto attraverso cui un essere umano rivendica la propria dignità, mentre ogni giorno trascorso nel silenzio rappresenta un ostacolo nella costruzione di un senso logico dell’esperienza, dato che la parola “ordina” il mondo e senza di essa la ragione resta spenta.
