La grammatica della polvere e della Grazia. Sul tardomodernismo asociale di Gianni Priano di Ivan Pozzoni
La liturgia dei corpi e l’evasione di Giacomo
Entrare nella pagina di Gianni Priano significa deporre l’illusione sociologica del «noi» comunitario per riscoprire la nudità radicale dell’io-tu. I prati bruciare non è un romanzo, né una memoria: è un’autofiction sghimbescia in cui la controfigura scenica, Giacomo, agisce da camera d’aria funzionale per attutire il colpo dell’esistenza e del peso di capire. Priano recupera una postura tardomodernista autentica, impastata di una nostalgia feroce per la forma ma consapevole della sua irreparabile frammentazione. Lo stile procede per scatti, per accumulazioni prosastiche e pause liriche scandite da asterischi, rifiutando la «scrittura sofistica, con la cipria e tutta rivista e corretta». C’è in questa prosa il sapore contadino di chi «stopponava la bottiglia e buttava via nel lavandino il fiore in cima», un’andatura apparentemente smemorata che raddoppia i pensieri e le storie non per imperizia, ma perché la ripetizione è l’unica fedeltà possibile al trauma. I titoli interni e le immagini evocano una geografia che va dal «Bar Nuccio» alla «Stazione di Grattarola», una toponomastica buzzatiana e kafkiana dove si consuma il transito delle generazioni. Si vedano i versi impliciti e le formule fisse che ritmano il testo: «Mio padre è uno stanco democristiano» (omaggio a Ielmini) o la dialettica infantile tra le «palmette verdoline» dei bambini e il «palmone nudo» di don Natale. Priano accosta la teologia tragica di Sergio Quinzio («l’impotente onnipotenza di Dio») alla carnalità disperata di un Cristo che soffre come una bestia nella Crocifissione di Grünewald. Il raffronto corre immediato ai contemporaneissimi della letteratura del trauma e della scomposizione dell’io (da Carrère a Moresco, fino alla ritmica svagata di Paolo Nori): scrittori che non colmano il vuoto con gli incarichi e le circolari ministeriali, ma che lasciano la ferita aperta.
Meccanismi pragmatici, neuroestetica e antropologia dell’oblio
Da un punto di vista della critica letteraria analitica, il testo di Priano si configura come un laboratorio d’indagine per le pragmatics linguistiche, in particolare per la gestione degli implicit meanings (significati impliciti) e delle presuppositions (presupposizioni). L’autore opera una sistematica deostruzione degli speech acts (atti linguistici) istituzionali: le circolari scolastiche, i moduli dei corsi prematrimoniali o le formule ecumeniche di don Piccio («per i nostri fratelli indù») vengono svuotati di efficacia performativa (illocutionary force) e ridotti a cliché borghesi. Al contrario, l’espressione asociale e la bestemmia («smadonnare e sdii») riacquistano una paradossale funzione rivelativa del sacro. L’uso sintattico delle ripetizioni e delle correzioni in corso d’opera (self-repair mechanisms) mima il flusso della working memory, traducendo in testo il principio semiotico secondo cui la dimenticanza è il vero peccato antropologico («dimenticare da dove si viene perché da dove si viene è chi si è»). Sotto il profilo della neuroestetica, la scrittura attiva costantemente i circuiti della simulated embodiment (incarnazione simulata). Quando Priano descrive il gioco delle mani sul tavolone («Toccate ed esplorate e immaginate la sensazione») o il dolore somatizzato alle costole e al collo dopo il racconto della malattia del nonno, il testo cessa di essere rappresentazione logica e si trasforma in uno stimolo sensoriomotorio che impatta direttamente sui neuroni specchio del lettore. La dicotomia neurobiologica tra la saturazione cognitiva degli adulti (i corsi di burlesque, di panificazione, le piattaforme digitali) e il «piacere anarchico» del vuoto estivo dei ragazzi descrive una netta contrapposizione tra overloading sensoriale e ascesi creativa. Infine, l’antropologia e la sociologia dell’arte permettono di decodificare il microcosmo di Voltri come un campo di forze rituali in transizione. Il passaggio dalla lira all’euro coincide con l’insorgere della «depressione maggiore» dell’autore, segno del collasso di un sistema di valori tangibili e democristiani di fronte all’avvento del capitalismo nomade. Il clero strisciante nell’associazionismo ha imbalsamato le domande radicali, trasformando il rito in «una figurina Panini tra le pagine della Bibbia». Priano compie un’operazione antropologica inversa: sacralizza il profano (il coniglio scuoiato con la lametta sul pruno, il sesso nei bagni, la camera d’aria della carriola) e profana il sacro istituzionale, dimostrando che l’arte non deve pacificare, ma registrare la scossa e il vomito contro l’armonia terapeutica della resilience.
Tutto è grazia
Per dirla in modo più semplice e diretto: il libro di Priano ci dice che non ci si salva in gruppo. Dietro le storie di preti di paese, di lutti familiari vissuti mentre gli altri sciano, di treni presi per inseguire una ragazzina bionda vista in TV, c’è un rifiuto totale per il modo in cui oggi cerchiamo di organizzarci la vita e di riempire i vuoti. Priano detesta i corsi, le riunioni, le scadenze e gli esperti che pretendono di insegnarci a vivere o a fare il pane. La tesi profonda del testo è che la verità si trova solo quando si è da soli, faccia a faccia con l’altro o con la propria disperazione. Che si tratti dello Xanax che cura il panico, del sesso clandestino o del ricordo di una nonna che vedeva la Grazia di Dio in un sacco di patate, la vita non si fa mettere in riga. Come il curato di Bernanos citato nelle pagine, l’autore sembra sussurrare che, nonostante i tumori, la nebbia e la nostra totale inutilità, alla fine «tutto è Grazia» e la letteratura serve solo a non dimenticarlo.
