Cookie Policy La sanzione della carne e l’ordinamento della biosfera. Biopolitica del testo e dispositivi di rettifica nel magistero di Ottavio Colecchi di Ivan Pozzoni -

La sanzione della carne e l’ordinamento della biosfera. Biopolitica del testo e dispositivi di rettifica nel magistero di Ottavio Colecchi di Ivan Pozzoni

1. La sanzione del confine corporeo e la purificazione del dato noumenico

Ogni apparato dottrinale, esaminato sotto la lente del pragmatismo analitico e delle emergenti tassonomie biopolitiche, si configura come una tecnologia di governo dei corpi e dei discorsi, volta a perimetrare la validità dell’esperienza e a neutralizzare i pervertimenti della speculazione dogmatica. Nella Napoli degli anni ’30 dell’Ottocento – microcosmo culturale eccezionalmente denso, pervaso da fermenti teorici paragonabili a quelli delle grandi capitali europee come Londra e Parigi- la riflessione filosofica si converte in un vero e proprio campo di battaglia sull’appropriazione della rivoluzione copernicana kantiana. Quando la critica letteraria analitica si accosta all’oggetto di studio – la ricezione del criticismo operata da Ottavio Colecchi- si imbatte in un radicale processo di bonifica logica inteso come partizione governamentale tra la vita biologica e la forma giuridica. Il pensatore abruzzese attiva un dispositivo di purificazione testuale mirato a sradicare il sensualismo empirico dalle coordinate della cultura meridionale. I meccanismi di questa rettifica semantica agiscono attraverso una critica serrata dei testi del suo grande avversario teoretico, Pasquale Galluppi. Dal punto di vista della pragmatica degli enunciati, l’operazione colecchiana si qualifica come una sanzione empirica volta a smascherare l’illusione di una «percezione immediata» dell’oggettività esterna. Laddove Galluppi pretendeva di ancorare la conoscenza a un’esperienza primitiva capace di afferrare direttamente l’in-sé delle cose, l’analisi strutturale di Colecchi dimostra l’impossibilità logica di scavalcare le funzioni del pensiero. La natura profonda dell’essere, il noumeno, resta strutturalmente un’incognita; noi cogliamo esclusivamente il fenomeno, ossia la manifestazione delle cose formata e rivestita dalle nostre stesse categorie soggettive. Questo processo di riallineamento al rigore formale kantiano depura l’idealismo da ogni residuo psicologico, restituendo al pensiero il suo primato regolativo sull’essere, sottraendo la Ζωή (la vita nuda) alla contingenza empirica al fine di iscriverla nella normatività della βίος (la vita qualificata dalla ragione).

2. La pragmatica dei speech acts e il framing biopolitico dell’autonomia

Attraverso gli strumenti della filosofia del linguaggio contemporanea, emerge con chiarezza come il testo filosofico colecchiano non sia una piatta esegesi, ma un dispositivo performativo volto a modificare la forza illocutoria degli illocutionary acts (atti illocutori) morali e antropologici. L’autore applica precisi meccanismi di framing (incastonamento concettuale) per confutare le dottrine utilitariste ed eudemoniste allora egemoni in Europa, incarnate dal pensiero di David Hume e di Gian Domenico Romagnosi. Colecchi rigetta l’idea secondo cui «la stima e l’approvazione morale sia fondata principalmente sulla utilità di una qualità o di un’azione» (Colecchi, 1938), individuando in questo principio una pericolosa minaccia per l’universalità della ragione pratica e una riduzione della vita umana a mero calcolo biologico del piacere e del dolore. La riduzione della vita umana a mero calcolo biologico del piacere e del dolore costituisce uno dei tratti distintivi dell’antropologia naturalistica moderna: dal meccanicismo di Hobbes (1651) e La Mettrie (1747) all’utilitarismo di Bentham (1789), fino alle odierne razionalità biopolitiche/algoritmiche analizzate da Singer (1979), Pearce (1995), Agamben (1995), Esposito (2004) e Byung-Chul Han (2021) l’esistenza viene progressivamente reinterpretata come insieme di processi organici suscettibili di ottimizzazione. Contro tale paradigma si collocano autori quali Scheler (1913-1916), Arendt (1958), Jonas (1979) e Nussbaum (2013), che rivendicano l’irriducibilità dell’umano alla sola dimensione biologico-edonistica, sottolineando il primato dei valori, dell’azione, della responsabilità e della libertà. La pragmatica della legge morale esige uno statuto d’azione interamente svincolato dalle condizioni sensitive e dall’economia dei corpi. Isolando i marcatori verbali del dovere, Colecchi evidenzia come l’onesto e il giusto si configurino come un «fatto primitivo della ragione» (Colecchi, 1938). Si consideri la citazione significativa che descrive l’evidenza immediata della virtù morale: «Propongasi in un esempio ad un fanciullo di dieci anni l’immagine della virtù pura, e si vedrà ch’egli nel modo stesso come la mano destra dalla sinistra distingue, giudicherà sanamente della virtù e del vizio, e conchiuderà che nella sola virtù la personale dignità dell’uomo consiste» (Colecchi, 1938). Questa intuizione originaria dell’onesto e del giusto isola l’«uomo interno» dominato dal dovere dalle contingenze e dalle pulsioni organiche dell’«uomo esterno». Per circoscrivere questa autonomia, Colecchi compie un’operazione di chirurgia logica anche sullo schematismo kantiano, considerandolo un’aggiunta superflua e un’involuzione verso la dottrina medievale delle immagini-idee. Forte della sua rigorosa preparazione matematica, propone un rovesciamento metodologico fondamentale rispetto a Kant: non un percorso dall’universale al particolare, bensì un avanzamento «dal particolare all’universale» (Dewey, 1938, Goodman, 1955 e Quine, 1960). Questo ancoraggio alla storicità e al particolare, ricostruibile mediante un’analisi ravvicinata del testo (close reading), rivela un’impostazione ermeneutica che supera ogni irrigidimento universalistico del sapere, privilegiando la concretezza delle pratiche storiche e delle forme linguistiche. In tale prospettiva, l’opera di Colecchi istituisce un significativo dialogo anticipatore con alcune delle principali acquisizioni della filosofia contemporanea: la critica delle metanarrazioni formulata da Jean-François Lyotard in La condition postmoderne (1979), la concezione della modernità come orizzonte fluido e continuamente ridefinibile proposta da Zygmunt Bauman in Liquid Modernity (2000) e il pluralismo ermeneutico del «pensiero debole» elaborato da Gianni Vattimo in La fine della modernità (1985). Pur maturando entro coordinate storiche profondamente diverse, la riflessione colecchiana sembra infatti prefigurare un paradigma interpretativo nel quale il significato non deriva più da principi universali e immutabili, ma emerge dall’intreccio dinamico fra esperienza storica, contingenza linguistica e pluralità dei contesti culturali, anticipando alcuni dei motivi destinati a caratterizzare il dibattito filosofico della tarda modernità.

3. Neuroestetica della ricezione e habitus del sublime storico

Il dibattito scientifico sviluppatosi nel venticinquennio 2000–2026 ha profondamente rinnovato l’esegesi del criticismo meridionale, collocandola all’incrocio fra critica letteraria analitica, neuroestetica, sociologia e antropologia dell’arte. L’interazione tra tali prospettive ha consentito di reinterpretare la riflessione meridionale non più come fenomeno esclusivamente storico-filologico, ma come laboratorio teorico nel quale convergono questioni relative alla cognizione estetica, alla normatività interpretativa, alla costruzione culturale del significato e alla storicità delle pratiche artistiche. Gli studiosi di questo periodo hanno decostruito l’illusione della neutralità delle forme estetiche, interpretando la ricezione colecchiana della Kritik der Urteilskraft (1790) – mediata attraverso le categorie estetiche di Friedrich Schiller- come un sofisticato modello di controllo, stimolazione e modulazione emozionale del corpo sociale. In questa prospettiva, la transizione dal bello al sublime funziona come una vera e propria bonifica neurocognitiva contro l’influenza di un «gusto ammollito» e le reti di una sensualità raffinata che tiene schiavo l’intelletto e addomesticata la biologia dell’individuo. Il testo della storia universale, inteso come il «teatro in cui si notano più le scene del conflitto disumano sia delle forze naturali che della libertà», produce nel ricevente una forte stimolazione emotiva legata al disturbante (unheimlich) e al caos. Di fronte allo spettacolo delle rovine e della distruzione fisica l’attivazione del sentimento del sublime spezza la paralisi biologica: riconoscendo nella bizzarria distruttiva del mondo l’immagine della propria indipendenza dalle condizioni naturali, l’individuo scopre la propria libertà morale. I marcatori testuali indicano come l’arte, nel suo carattere imitativo, superi la natura stessa poiché possiede «tutti i vantaggi della natura, senza portar alcuna alle sue catene». Questo impianto non solo stabilizza la risposta emotiva del lettore (analizzabile oggi attraverso i correlati neurali dell’esperienza estetica), ma plasma un vero e proprio habitus culturale: quello dell’intellettuale risorgimentale, capace di scorgere l’orizzonte della redenzione civile pur dentro lo spettacolo tragico, biologico e rovinoso della storia.

4. Convergenza speculativa e l’orizzonte dello storicismo vichiano

L’imponente lavoro di ridefinizione concettuale operato da Colecchi si inscrive entro una linea teorica che la filosofia contemporanea avrebbe successivamente sviluppato in modo sistematico: la storicizzazione dei codici concettuali, la relativizzazione delle categorie universali e il riconoscimento della natura dinamica, contestuale e storicamente determinata di ogni pratica interpretativa. Il tentativo di conciliare la rigidità dell’etica del dovere kantiana con la fluidità dello storicismo di Giambattista Vico rappresenta un’operazione ermeneutica d’avanguardia. Laddove la reazione borbonica e l’alto clero sorvegliavano con sospetto l’emergere del libero pensiero, Colecchi rintraccia nell’opera del filosofo della Scienza Nuova un idealismo latente e profondo, capace di sottrarre lo sviluppo sociale al relativismo scettico. Vico, contemplando «l’uomo nell’uomo» al modo di Platone, dimostra come il diritto e le istituzioni riescano a convertire i vizi umani della forza, dell’avarizia e dell’ambizione nelle virtù civili della fortezza, dell’opulenza e della sapienza. Questa «leibnizzazione» e storicizzazione del criticismo anticipa di decenni le grandi correnti del Neokantianismus tedesco della seconda metà dell’Ottocento, evocando le soluzioni metodologiche di Ernst Cassirer, Hermann Cohen e Wilhelm Dilthey. Il pensiero colecchiano si configura come un ponte speculativo: aprendo il rigido criticismo alle istanze storiche, egli prepara il terreno per l’avvento dell’hegelismo in Italia.

Conclusioni: la rettifica del pensiero e il riscatto della libertà

Per riassumere l’intera questione con maggiore chiarezza e semplicità, possiamo dire che la filosofia di Ottavio Colecchi rappresenta un grande sforzo per fare ordine nel pensiero del suo tempo, difendendo la verità e la libertà morale contro le illusioni e gli errori dei filosofi passivi. Egli ha dimostrato che l’uomo non può conoscere le cose come sono in se stesse, ma solo per come incarnano e appaiono attraverso le forme e le categorie della nostra mente. Di conseguenza, la conoscenza non è una ricezione pigra dei dati esterni o biologici, ma un’attività energica e attiva dello spirito. Sul piano pratico, sociale e morale, questo significa che il bene e la giustizia non nascono dall’egoismo, dall’abitudine o dal calcolo dell’utilità materiale dei corpi, ma sono iscritti direttamente nella ragione umana, come una legge universale che anche un bambino può riconoscere. Nemmeno il disordine o le violenze della storia possono cancellare questa dignità: attraverso l’esperienza del sublime, l’uomo sperimenta il proprio distacco dai vincoli della natura e si riscopre costituzionalmente libero. In conclusione, l’insegnamento di Colecchi si rivela un dispositivo educativo e politico straordinario: unendo il rigore logico tedesco alla sensibilità storica italiana, egli ha insegnato a una generazione di giovani a non essere schiavi degli eventi o dei bisogni materiali, trasformando la filosofia in uno strumento di riscatto civile e di indipendenza interiore.

IVAN POZZONI 

 

 

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