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Fratture pragmatiche e nevrosi tardomoderne tra Tarchetti e De Marchi di Ivan Pozzoni

La genealogia del trauma: dall’epos risorgimentale alla krisis tardomoderna

Il processo di unificazione politica italiana, sviluppatosi lungo le direttrici di una rigida retorica nazionale e mazziniana, ha mascherato un’intrinseca debolezza strutturale e culturale che l’intellettualità lombarda post-unitaria percepì immediatamente come tradimento etico e alienazione esistenziale. Allorché la classe borghese impose il proprio modello capitalista, riducendo l’azione etico-politica del Risorgimento a mera contabilità finanziaria ed espansione industriale, il ruolo vaticinante del letterato andò incontro a un’irrimediabile dissoluzione. La Scapigliatura si situa esattamente nella spaccatura tra la tradizione idealista-manzoniana e l’irrompere della krisis moderna, anticipando la percezione di un’umanità alienata descritta nei decenni successivi dalle teorie sociologiche della modernità industriale. Se il Romanticismo risorgimentale postulava una coincidenza tra istanza individuale e redenzione collettiva, la Seconda Rivoluzione Industriale e il dilagare del Positivismo hanno brutalmente reificato l’opera d’arte e il soggetto umano. L’individuo, privato di valori assoluti, si trova immerso in una temporalità frammentata e contingente. Gli artisti scapigliati, oscillando tragicamente tra una nostalgia irrazionalistica per l’ideale e una scientifica, ossessiva descrizione della degradazione corporale, aprono la strada alle sintomatologie del Decadentismo europeo. La transizione della società ottocentesca verso l’iper-civilizzazione produce una nevrosi di massa dove il poeta passa da una posizione di supposta guida morale al rango di sradicato, di reietto sociale. Questa frattura epistemologica trasforma il romanzo da veicolo di formazione etica e pedagogica a strumento di sezione autoptica dell’inconscio e della devianza.

Meccanismi testuali e logiche pragmatiche: il cortocircuito comunicativo in Fosca

Sotto il profilo strettamente analitico-linguistico, il testo di Igino Ugo Tarchetti, Fosca, costituisce un laboratorio privilegiato nello studio delle violazioni pragmatiche e delle asimmetrie deittiche. La dinamica relazionale che lega il protagonista Giorgio alla figura di Fosca si struttura mediante un sistematico ribaltamento dei presupposti della comunicazione interpersonale. Nel momento in cui Giorgio dichiara la propria resa all’attrazione morbosa verso la donna, il discorso non veicola una cooperazione comunicativa: diviene una coercizione patologica che sovverte la normale logica enunciativa. Il linguaggio non serve a costruire un legame affettivo bilanciato, agisce come dispositivo sintomatico in cui il referente oggettivo sfuma nell’allucinazione persecutoria. Tarchetti adotta strategie di implicatura conversazionale sistematicamente deviate, dove i segnali di sofferenza e repulsione di Giorgio vengono continuamente decodificati da Fosca come forme di sottomissione erotica. Dal punto di vista della pragmatica del testo, l’uso dell’elemento narrativo epistolare opera una doppia deissi: crea una distanza temporale e spaziale che vorrebbe immunizzare il soggetto dal contagio etico, e, al tempo stesso, accentua lo speech act di auto-condanna. La retorica del romanzo non descrive un sentimento, effettua la perizia clinica di un collasso psichico; l’enunciazione si fa luogo corporeo, trasformando la scrittura stessa in un agente etisiologico e distruttivo. «Né tanto era brutta per difetti di natura, per disarmonia di fattezze […] quanto per una magrezza eccessiva, direi quasi inconcepibile a chi non la vide; per la rovina che il dolore fisico e le malattie avevano prodotto sulla sua persona […] Tutta la sua vita era ne’ suoi occhi che erano nerissimi grandi, velati – occhi d’una beltà sorprendente».

Neuroscienze della ricezione e reificazione dell’orrido

L’esplorazione del brutto e del deforme operata da Tarchetti trova un’immediata consonanza con le odierne teorie neuroscientifiche della percezione estetica e della risposta empatica. La visione di Fosca non suscita nell’osservatore soltanto un giudizio morale o estetico, introduce una risposta neurobiologica complessa, legata all’attivazione dei neuroni specchio e ai circuiti cerebrali della minaccia e del disgusto. Se la bellezza solare di Clara stimola i sistemi di ricompensa dopaminergici associati alla rassicurazione e alla continuità vitale, la magrezza cadaverica di Fosca innesca un’iper-attivazione dell’insula anteriore e dell’amigdala, cortocircuitando l’elaborazione razionale e conducendo il soggetto a uno stato di paralisi motoria ed emotiva. La reazione di Giorgio di fronte alla deformità della donna rivela la natura incarnata della mente (embodied cognition): la bruttezza non è una categoria concettuale astratta, è un trauma fisiologico che altera la percezione somatosensoriale del protagonista. Tarchetti anticipa la comprensione di come il cervello umano elabori la dissonanza visiva e la sofferenza altrui, traducendo la malattia somatica in un’ossessione viscerale che priva il soggetto della propria autonomia cognitiva. L’orrido scapigliato cessa di essere una semplice opzione stilistica antiborghese per trasformarsi in una sollecitazione neuroestetica diretta, mirata a destabilizzare le difese percettive del lettore contemporaneo.

Sociologia e politologia dell’arte: il rifiuto del capitale e il mercato della bellezza

Inquadrata entro le griglie teoriche della sociologia della letteratura e della politologia dell’arte, la Scapigliatura rappresenta atto d’accusa virulento contro la mercificazione dell’opera artistica nell’Italia post-unitaria. L’avvento del capitalismo e la formazione del mercato editoriale industriale costringono l’intellettuale a scegliere tra la prostituzione intellettuale – l’integrazione nelle logiche di produzione della borghesia urbana – e la marginalità anarchica. Il rifiuto del moralismo perbenista e la celebrazione antiborghese dell’anomia sociale costituiscono una risposta reattiva alla reificazione dei rapporti umani. L’arte non è intesa come veicolo di coesione statale o formazione del cittadino, diventa spazio di contestazione ideologica radicale. Nelle figure estreme di Tarchetti e Boito, la malattia e la trasgressione assumono il valore di una protesta politica non canalizzata: mostrare il cadavere, la deformità e la noia significa squarciare il velo ideologico del progresso positivista. Il sistema borghese esige soggetti produttivi, sani, idonei al lavoro e alla riproduzione dell’ordine sociale; l’ostentazione della nevrosi, dell’impotenza e del disfacimento corporale agisce dunque come un sabotaggio simbolico dei meccanismi di riproduzione sociale. La Scapigliatura attua una politicizzazione del brutto, erigendo la devianza a categoria etico-estetica di resistenza contro la dittatura del profitto.

Il dramma edipico e le deissi sociali in Demetrio Pianelli

Se in Tarchetti la fuga verso la malattia si esprime nella forma dell’esplosione autodistruttiva, nel romanzo Demetrio Pianelli di Emilio De Marchi la medesima tensione irrisolta contro la società borghese viene sublimata attraverso la rinuncia e l’assimilazione al grigio quotidiano. La traiettoria esistenziale di Demetrio si articola attorno a una profonda regressione edipica: l’innamoramento per la cognata Beatrice cela la ricerca inconscia del rifugio materno, un tentativo di riparo dai processi di sopraffazione sociale vigenti nella Milano industriale. Dal punto di vista della sintassi sociale, De Marchi costruisce una complessa rete di deissi socio-economiche in cui ogni movimento dei personaggi è rigidamente determinato dalla disponibilità di capitale. L’amore puro e il desiderio di paternità nutrito da Demetrio vengono costantemente neutralizzati dalla sua condizione di subalternità economica. Nel quadro del capitalismo amministrativo, la virilità è riconosciuta unicamente come capacità di accumulazione finanziaria; colui che ne è privo viene relegato ai margini, bollato come individuo sgradevole e improduttivo. La trasformazione finale di Beatrice da ‘bella pigotta’ a figura autorevole e quasi materna non fa che sancire la sconfitta di Demetrio, il quale, nell’atto di sfiorare il grembo ideale della madre, viene definitivamente espulso dal consorzio sociale mediante la sanzione burocratica del trasferimento lavorativo. «Era l’uomo morto, che risuscitava colla corona di spine di tutti i patimenti, di tutti gli stranguglioni inghiottiti […] in una lotta superiore alle sue forces cogli uomini, colle donne, coi vivi, coi morti, e (più terribile di tutto) con sé stesso».

Tardomodernismo e risonanze filosofico-letterarie contemporanee

L’analisi delle dinamiche di alienazione presenti sia in Tarchetti sia in De Marchi rivela una straordinaria continuità con le teorie filosofiche e socio-politiche del pensiero contemporaneo. Il dualismo boitiano tra ‘angelica farfalla’ e ‘verme immondo’, unito alla percezione della malattia come destino inevitabile, risuona con la nozione di nudità dell’esistenza teorizzata da Giorgio Agamben. Il soggetto scapigliato, spogliato di ogni tutela politica e ridotto a corpo sofferente, anticipa la condizione dell’uomo contemporaneo all’interno dei dispositivi di controllo biopolitico. Al contempo, le concettualizzazioni di Byung-Chul Han sulla modernità avanzata descrivono una società della stanchezza e dell’ossessione prestazionale che trova il suo esatto rovescio speculare nella ‘gelida noia’ e nell’abulia narrata dalla Scapigliatura. Sul piano propriamente letterario, la spaccatura del soggetto descritta da Tarchetti e la polifonia stilistica di Carlo Dossi anticipano il pastiche linguistico e la dissoluzione della forma-romanzo operata nel Novecento da Carlo Emilio Gadda, per giungere fino alla frammentazione identitaria delle narrazioni di Michel Houellebecq. In Houellebecq, così come nei testi scapigliati, l’iper-trofia del libero mercato e la miseria affettiva producono un’impossibilità strutturale dell’amore, dove l’erotismo si degrada a merce o a mero sintomo di decomposizione individuale. La Scapigliatura lombarda cessa di apparire come un fenomeno provinciale o di mero passaggio, rivelandosi come l’avanguardia critica del tardomodernismo europeo.

Conclusioni

In estrema sintesi, la grande stagione della Scapigliatura lombarda e la narrativa di fine Ottocento rappresentano lo specchio fedele di un’Italia che, appena unificata, si è scoperta subito fragile, dominata dai soldi e priva di veri ideali. Attraverso il confronto tra Fosca di Tarchetti e Demetrio Pianelli di De Marchi emergono due modi diversi, complementari, di reagire alla medesima crisi di valori. La via della ribellione distruttiva (Tarchetti): il protagonista Giorgio rifiuta la bellezza sana di Clara e si lascia travolgere dall’amore malato e mortale per Fosca. Questa scelta rappresenta la rabbia dell’artista che non si riconosce nella società borghese e preferisce autodistruggersi piuttosto che conformarsi a un mondo finto e superficiale. La via del sacrificio quotidiano (De Marchi): Demetrio, uomo umile e sconfitto, rinuncia ai suoi sentimenti per salvare la famiglia del fratello. Qui la critica alla società si manifesta attraverso l’ingiustizia del denaro: chi non ha risorse economiche viene schiacciato ed è costretto a mettere da parte l’amore e la propria felicità. Entrambi i romanzi mostrano come il bisogno d’amore nasconda spesso il desiderio inconscio di tornare all’abbraccio protettivo della madre, vista come unico rifugio di fronte a un mondo ostile. Che si scelga l’urlo di protesta o la rassegnazione, la letteratura di questo periodo dimostra, in modo chiarissimo, che il progresso materiale non ha portato la felicità: ha lasciato l’uomo solo con le sue debolezze e paure.

IVAN POZZONI 

 

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