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Tornare in sé per uscire da sé Agostino, il narcisismo e l’amore dell’altro di Francesco Iannicelli

“Noli foras ire, in te ipsum redi; in interiore homine habitat veritas”

“Non uscire fuori di te, ritorna in te stesso: nell’uomo interiore abita la verità”. L’esortazione di Agostino è una delle formulazioni più celebri della tradizione dell’interiorità occidentale. Eppure, proprio la sua fortuna rischia di renderne ambiguo il significato. Il ritorno a sé agostiniano non coincide infatti con un ripiegamento dell’individuo sul proprio io. Al contrario, l’interiorità rappresenta per Agostino un passaggio: l’uomo rientra in sé stesso per incontrare una verità che, proprio perché lo trascende, gli impedisce di considerarsi autosufficiente (Agostino, De vera religione).

È questo movimento, più che una vera e propria identità concettuale, a rendere possibile un confronto con la psicoanalisi. Agostino e la psicoanalisi appartengono a mondi teorici profondamente differenti; tuttavia, entrambi attribuiscono al rapporto con sé stessi un ruolo decisivo nella possibilità di accedere a ciò che è altro da sé. In Agostino il movimento è spirituale e gnoseologico; nella psicoanalisi diviene anche movimento della vita psichica e dell’investimento libidico (Freud, 1914).

La domanda che attraversa entrambi i percorsi potrebbe allora essere formulata così: tornare a sé significa chiudersi in sé oppure può essere il modo per diventare capaci di incontrare l’altro?

1. Rientrare in sé

L’invito agostiniano nasce dal rifiuto di una ricerca della verità affidata esclusivamente all’esteriorità. L’uomo che si disperde nelle cose mutevoli rischia di scambiare ciò che è contingente per ciò che è definitivo. Il ritorno all’interiorità diventa allora una forma di conversione dello sguardo.

Ma l’interiorità agostiniana non coincide con la soggettività individuale. Nell’uomo interiore abita una verità che l’io non produce. Il riferimento al Maestro interiore mostra precisamente questo: rientrare in sé stessi significa scoprire, nell’interiorità, qualcosa che oltrepassa l’io (Agostino, De magistro; De vera religione).

Il movimento è dunque duplice: ritornare in sé e, attraverso questo ritorno, andare oltre sé. La dimensione gnoseologica è inseparabile da quella spirituale. Conoscere sé stessi significa anche riconoscere la propria collocazione nell’ordine dell’essere e del bene; significa liberarsi dalla dispersione di un desiderio che scambia le realtà inferiori e mutevoli per il proprio fine ultimo (Agostino, De vera religione). L’interiorità non è quindi una stanza nella quale l’uomo deve rimanere. È una soglia.

2. Dall’interiorità alla psiche

Questa idea dell’interiorità attraverserà poi forme diverse della cultura occidentale. In Dante il viaggio diviene visione: l’esperienza interiore si trasforma in racconto, immagine e poesia. Il movimento verso l’oltre passa attraverso un’esplorazione di sé che è al tempo stesso esperienza spirituale e rappresentazione letteraria (Dante, Commedia). Con la nascita della psicologia moderna, l’interiorità assume progressivamente anche lo statuto di oggetto di indagine. William James porta al centro dell’attenzione la continuità e la molteplicità dell’esperienza cosciente: la vita mentale appare come un flusso, non come un insieme statico di contenuti (James, 1890).

E sullo sfondo rimane l’antica domanda socratica del conosci te stesso: conoscere sé stessi non come semplice acquisizione di informazioni, ma come trasformazione del soggetto. Da Agostino alla poesia, dalla filosofia alla psicologia, l’interiorità cambia linguaggio. Ma rimane una domanda: che cosa accade quando il soggetto rivolge l’investimento verso sé stesso? È qui che entra in scena la psicoanalisi.

3. Il narcisismo: quando il sé diventa oggetto

Con Freud il rapporto dell’uomo con sé stesso assume una dimensione nuova. Il soggetto non è trasparente a sé stesso e la vita psichica non coincide con la coscienza. Anche il proprio sé può diventare oggetto di investimento libidico.

Il concetto di narcisismo permette di pensare precisamente questa dinamica. La libido può essere investita sul proprio Io oppure indirizzata verso gli oggetti esterni. L’investimento su di sé non è dunque, in sé, una patologia: costituisce una dimensione fondamentale della vita psichica (Freud, 1914). Il problema nasce quando il rapporto con l’altro rimane subordinato alla necessità di confermare il proprio sé.

Qui il contributo di Heinz Kohut è particolarmente significativo. Nella psicologia del Sé, il narcisismo non viene considerato semplicemente come una deviazione patologica dell’amore, ma come una dimensione dello sviluppo della personalità. Il soggetto ha bisogno di esperienze nelle quali il proprio valore venga riconosciuto e il proprio Sé possa acquisire coesione e stabilità (Kohut, 1971). Quando l’altro viene cercato prevalentemente per una funzione di rispecchiamento, sostegno o conferma del Sé, il rapporto può tuttavia rimanere fortemente ancorato a bisogni narcisistici.

L’altro, in questo caso, rischia di non essere ancora pienamente incontrato nella sua alterità: è soprattutto colui che deve restituirmi qualcosa di me. Ed è qui che il confronto con Agostino diventa interessante. Il ritorno a sé può significare conoscenza, cura e consolidamento del proprio centro; ma può anche trasformarsi in una chiusura nella quale tutto ciò che incontriamo deve essere ricondotto a noi stessi. Il ritorno in sé può dunque essere tanto la condizione dell’apertura quanto il suo ostacolo.

4. Attraversare il narcisismo

Una concezione esclusivamente negativa del narcisismo sarebbe però psicologicamente insufficiente. Il soggetto ha bisogno di un investimento su di sé. Ha bisogno di sviluppare un senso di continuità, di valore e di esistenza. Prima di poter riconoscere pienamente l’altro, deve poter esistere sufficientemente come sé.

In questa direzione, il pensiero di Donald Winnicott permette di comprendere come il rapporto con l’oggetto non possa essere separato dal processo attraverso il quale il Sé diviene progressivamente capace di stare in relazione senza dissolversi nella relazione. L’ambiente iniziale, la possibilità di essere sostenuti e riconosciuti, la progressiva acquisizione della capacità di stare soli e il passaggio da un rapporto con l’oggetto prevalentemente soggettivo a un riconoscimento dell’oggetto nella sua autonomia costituiscono momenti fondamentali dello sviluppo (Winnicott, 1965; 1971).

L’altro può essere realmente incontrato quando non è più soltanto una costruzione del proprio bisogno. Da questo punto di vista, attraversare il narcisismo non significa distruggerlo. Significa integrarlo e trasformarlo, rendendolo sufficientemente stabile e flessibile da permettere al soggetto di investire qualcosa che non coincide con sé. L’amore dell’altro presuppone allora una certa capacità di amare e custodire anche sé stessi. Non perché l’altro debba essere utilizzato per completare il proprio Sé, ma proprio perché un Sé sufficientemente costituito può tollerare che l’altro sia altro.

5. La bilancia

A questo punto il parallelismo con Agostino può essere ripreso in una forma più precisa. Agostino invita a rientrare in sé per trovare una verità che trascende il proprio io. La psicoanalisi mostra, da un’altra prospettiva, che il rapporto con il proprio sé costituisce una condizione fondamentale per poter sviluppare relazioni mature con gli oggetti.

Non si tratta, evidentemente, della stessa cosa. Eppure il movimento presenta una sorprendente somiglianza: il rapporto con l’altro passa attraverso una trasformazione del rapporto con sé stessi. Da qui possono aprirsi almeno tre possibilità.

La prima consiste nel considerare il narcisismo come una tappa dello sviluppo. L’investimento su di sé è necessario alla costituzione della soggettività, ma non deve diventare il suo punto d’arrivo (Freud, 1914; Kohut, 1971).

La seconda consiste nell’idea di attraversare il narcisismo. Risolvere e passare attraverso una fase di auto-investimento permette progressivamente di sottrarsi alla necessità che ogni relazione restituisca un’immagine gratificante di sé. L’altro può allora diventare realmente altro.

La terza è forse la più complessa: non eliminare il polo narcisistico, ma mantenere una dialettica fra investimento su di sé e investimento sull’altro. Freud stesso, nell’introdurre il narcisismo, non presenta questi due orientamenti come necessariamente esclusivi: l’economia libidica si articola fra investimento sull’Io e investimento oggettuale (Freud, 1914). Una sorta di bilancia.

Da una parte la necessità di custodire il proprio Sé, di riconoscersi, di definirsi, di mantenere una continuità interna. Dall’altra la capacità di decentrarsi, di riconoscere l’autonomia dell’altro, di amare senza trasformare l’amato in uno specchio. La maturità psichica non consisterebbe allora nella vittoria definitiva dell’amore oggettuale sul narcisismo, ma nella possibilità di mantenere dinamicamente in relazione i due poli. Troppo investimento su di sé e l’altro scompare dietro la propria immagine. Troppo investimento sull’altro e il Sé rischia di dissolversi nella relazione. La questione non è scegliere uno dei due estremi, ma rendere possibile il movimento fra essi.

6. Tornare in sé per uscire da sé

Possiamo allora tornare, ancora una volta, ad Agostino. “Noli foras ire, in te ipsum redi”.“Non uscire fuori di te, ritorna in te stesso”. Letta attraverso la psicoanalisi, questa frase assume una risonanza inattesa. Non perché Agostino anticipi Freud, né perché la sua interiorità possa essere tradotta nei termini del narcisismo contemporaneo. I due pensieri rimangono irriducibilmente diversi.

Ma il loro accostamento permette di illuminare una questione comune: il rapporto con ciò che è altro da noi dipende anche dal modo in cui siamo capaci di abitare noi stessi. Agostino entra nell’interiorità per trovare una verità che lo trascende. La psicoanalisi entra nell’interiorità per mostrare un sé in certi punti opaco e oscuro, attraversato da desideri, bisogni e investimenti. L’uno e l’altra, ciascuno a modo proprio, ci impediscono di pensare l’interiorità come semplice chiusura.

Forse tornare in sé non significa necessariamente allontanarsi dall’altro. Forse, al contrario, soltanto chi è sufficientemente capace di tornare in sé può diventare capace di uscire da sé. L’interiorità, allora, non sarebbe il contrario dell’alterità. Sarebbe la sua condizione. E il movimento potrebbe essere proprio quello suggerito, molti secoli fa, da Agostino: rientrare in sé non per rimanervi, ma per poter finalmente andare oltre sé stessi.

FRANCESCO IANNICELLI  

 

Bibliografia essenziale

Agostino d’Ippona, De vera religione.

Agostino d’Ippona, De magistro.

Agostino d’Ippona, Confessiones.

Dante Alighieri, Commedia.

Freud, S. (1914), Zur Einführung des Narzißmus (Introduzione al narcisismo).

James, W. (1890), The Principles of Psychology, Henry Holt, New York.

Kohut, H. (1971), The Analysis of the Self, International Universities Press, New York.

Winnicott, D. W. (1965), The Maturational Processes and the Facilitating Environment, International Universities Press, New York.

 

Winnicott, D. W. (1971), Playing and Reality, Tavistock, London.

 

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