Il totalitarismo giuridico di Vyšinskij. Il diritto come arma di Ivan Pozzoni
La norma che parla con la voce del potere
Andrej Januar’evič Vyšinskij (1883-1954) occupa una posizione singolare nella storia della filosofia del diritto sovietica: giurista, procuratore generale dell’URSS, teorico della «legalità socialista», protagonista dei processi di Mosca e, dal 1949 al 1953, ministro degli Esteri, egli trasforma la teoria giuridica in una macchina linguistica capace di tradurre la volontà politica in norma, la norma in disciplina, la disciplina in comportamento. Il punto decisivo non consiste semplicemente nell’uso repressivo del diritto. Consiste nella costruzione di un vocabolario nel quale la repressione riesce presentarsi come legalità. La formula più celebre, elaborata nel 1938, definisce il diritto come «Право – совокупность правил поведения, выражающих волю господствующего класса» («Il diritto è l’insieme delle regole di comportamento che esprimono la volontà della classe dominante»), aggiungendo che la loro applicazione è garantita dalla forza coercitiva dello Stato per proteggere e sviluppare rapporti vantaggiosi alla classe dominante [Основные задачи науки советского социалистического права, Госюриздат, 1938]. La definizione non descrive soltanto il diritto: costruisce il suo frame interpretativo. Chi accetta la premessa secondo cui la norma esprime la volontà della classe dominante ha ricevuto la chiave con cui interpretare norma, giudice, imputato e prova. Il secondo passaggio è radicale: «Советское право есть совокупность правил поведения, установленных в законодательном порядке властью трудящихся, выражающих их волю» («Il diritto sovietico è l’insieme delle regole di comportamento stabilite legislativamente dal potere dei lavoratori, che ne esprimono la volontà») [The Law of the Soviet State, Macmillan, 1948]. La deixis politica di «трудящихся» (trudiashchikhsia, lavoratori) produce un referente collettivo universale. Il soggetto empirico scompare dentro il soggetto politico. Sul piano pragmatico, l’enunciato realizza un potente speech act: non si limita a informare su chi possiede il diritto, attribuisce legittimità preventiva a chi parla in nome del popolo. La voce dello Stato viene trasformata nella voce dei lavoratori. Vyšinskij insiste, inoltre, sulla compatibilità fra dittatura e diritto: «диктатура пролетариата не только совместима с правовым регулированием, но и требует его» («la dittatura del proletariato non è soltanto compatibile con la regolazione giuridica, la richiede») [Вопросы теории государства и права, Госюриздат, 1949]. Qui emerge il paradosso costitutivo della socialist legality: il potere assoluto non si presenta come esterno alla legge, ma come il soggetto che necessita della legge per organizzare la propria efficacia. La norma diviene una tecnologia di governo. La stessa logica attraversa la teoria della prova. «Все доказательственное право так же пропитано классовым духом, как всякое право» («Tutto il diritto probatorio è impregnato dello stesso spirito di classe di ogni altro diritto») [Теория судебных доказательств в советском праве, Юридическое издательство НКЮ СССР, 1941]. La metafora dell’impregnazione è significativa: il class spirit non costituisce un elemento esterno alla prova, penetra la sua stessa struttura. Vyšinskij aggiunge: «оно является острым и тонким орудием в руках господствующих в обществе классов» («esso è un’arma acuta e sottile nelle mani delle classi dominanti») [Теория судебных доказательств в советском праве, Юридическое издательство НКЮ СССР, 1941]. Il diritto diviene instrumentum: la sua razionalità è subordinata alla funzione sociale che gli viene assegnata. Il lessico non è ornamentale. La critica letteraria analitica permette di osservare la ripetizione dei verbi di tutela, consolidamento, sviluppo, distruzione; la pragmatica individua invece le presuppositions e le implicatures: se la legge protegge rapporti «vantaggiosi» alla classe dominante, il testo ha definito il criterio con cui distinguere il normale dall’ostile. L’antagonista politico viene progressivamente trasformato in categoria giuridica. Il passaggio da opponent a enemy, da enemy a criminal, costituisce una vera metamorfosi semantica.
La fabbrica della verità giuridica
Il problema diventa evidente quando Vyšinskij affronta la valutazione giudiziaria. La sua teoria attribuisce rilievo alla «внутреннее убеждение» («convinzione interiore») del giudice, purché essa derivi dalla valutazione complessiva delle circostanze [Теория судебных доказательств в советском праве, Юридическое издательство НКЮ СССР, 1941]. Il termine è apparentemente rassicurante: suggerisce libertà di valutazione, attenzione alla totalità del caso, rifiuto del meccanismo formalistico. Nel contesto sovietico, tuttavia, la internal conviction si trova immersa nella categoria ampia della socialist legal consciousness. La coscienza del giudice non è una zona privata separata dall’ideologia: è un dispositivo di interiorizzazione. La prospettiva neuroscientifica offre un’utile analogia descrittiva. Il cervello non registra semplicemente dati isolati: costruisce priors, modelli anticipatori attraverso i quali interpreta gli stimoli. Un sistema giudiziario fortemente ideologizzato può produrre un analogo top-down processing: la categoria preliminare dell’«nemico» orienta la selezione, il peso e l’interpretazione delle informazioni successive. La prova non viene semplicemente percepita; viene incorporata in un modello interpretativo predisposto. Nel processo totalitario, l’errore decisivo è in grado di precedere la valutazione della singola prova: si trova nella cornice che stabilisce in anticipo quale significato quella prova debba assumere. Vyšinskij formula parallelamente una concezione flessibile della legalità rivoluzionaria: «Революционная законность требует гибкого и, так сказать, свободного […] отношения к закону» («La legalità rivoluzionaria richiede un rapporto flessibile e, per così dire, libero con la legge») [Революционная законность на нынешнем этапе, in «Советская юстиция», 1932]. Subito dopo precisa: «Не буква закона […] а творческое отношение к закону» («Non la lettera della legge […] bensì un rapporto creativo con la legge») [ibid.]. La formula contiene un dispositivo pragmatico decisivo: il testo normativo resta formalmente presente, mentre il suo significato viene subordinato allo scopo politico attribuito alla norma. La letter viene relativizzata attraverso il purpose. Il diritto conserva la propria superficie normativa mentre il potere acquisisce una zona interpretativa elastica. Carl Schmitt aveva scritto: «Sovereign is he who decides on the exception» («Sovrano è chi decide sullo stato d’eccezione») [Political Theology, University of Chicago Press, 2005, 5]. Vyšinskij percorre una strada diversa sul piano della retorica: l’eccezione non viene necessariamente proclamata come esterna alla legalità, viene assorbita nella legalità rivoluzionaria. Il risultato è interessante: la decisione politica deve entrare nel diritto senza rinunciare al linguaggio del diritto. Lon L. Fuller fornisce il controcampo normativo: «A total failure in any one of these eight directions does not simply result in a bad system of law; it results in something that is not properly called a legal system at all» («Un fallimento totale in una qualsiasi di queste otto direzioni non produce semplicemente un cattivo sistema giuridico; produce qualcosa che non può propriamente essere chiamato sistema giuridico») [The Morality of Law, Yale University Press, 1969, 39]. Il confronto illumina la differenza fra legalità come forma di reciprocità e legalità come tecnica di mobilitazione. Nel primo caso il destinatario deve poter orientare la propria condotta attraverso regole relativamente conoscibili e stabili; nel secondo la plasticità interpretativa può diventare una risorsa del potere. H. L. A. Hart definisce il diritto come «a union of primary rules of obligation with secondary rules» («un’unione di regole primarie di obbligo e regole secondarie») [The Concept of Law, Clarendon Press, 1994, 94]. La distinzione permette di comprendere ciò che manca alla costruzione totalitaria: una separazione sufficientemente autonoma fra produzione, riconoscimento, modifica e applicazione delle norme. La teoria di Vyšinskij concentra, invece, il circuito normativo attorno allo Stato e alla sua finalità politico-sociale. Ronald Dworkin formula una concezione opposta dell’interpretazione: «propositions of law are true if they figure in or follow from the principles of justice, fairness, and procedural due process» («le proposizioni giuridiche sono vere se appartengono o derivano dai principi di giustizia, equità e giusto procedimento») [Law’s Empire, Belknap Press of Harvard University Press, 1986, 225]. La interpretation dworkiniana pretende una coerenza interna della pratica giuridica; quella vyšinskiana tende a ricondurre l’interpretazione alla funzione storica e politica del sistema. Hannah Arendt individua uno degli effetti antropologici del totalitarismo nella dissoluzione della distinzione fra realtà e finzione: «the distinction between fact and fiction […] and the distinction between true and false […] no longer exist» («la distinzione fra fatto e finzione […] e quella fra vero e falso […] non esistono più») [The Origins of Totalitarianism, Harcourt Brace & Company, 1958, 474]. Nel dispositivo processuale sovietico, la trasformazione della prova in racconto politicamente intelligibile produce una conseguenza analoga: il fatto deve diventare narrativamente compatibile con la verità ufficiale. Michel Foucault porta il problema sul terreno dei regimes of truth: «power produces […] domains of objects and rituals of truth» («il potere produce […] domini di oggetti e rituali di verità») [Discipline and Punish, Vintage Books, 1995, 194]. Il processo staliniano deve essere letto precisamente come ritual of truth: l’aula, l’accusa, la confessione, la parola del procuratore, il verdetto e la stampa costituiscono una sequenza performativa nella quale la verità non è soltanto cercata, viene istituzionalmente prodotta. Giorgio Agamben radicalizza la questione dell’eccezione definendo il problema come «a force of law without law» («una forza-di-legge senza legge») [State of Exception, University of Chicago Press, 2005, 38]. Il concetto permette di cogliere il nucleo del paradosso vyšinskiano: la forza politica può conservare la grammatica della legge anche quando la legge cessa di funzionare come limite autonomo. Infine Jeremy Waldron ricorda che le norme pubblicamente promulgate devono poter diventare «settled and calculable features of the social landscape» («caratteristiche stabilizzate e calcolabili del paesaggio sociale») [«The Concept and the Rule of Law», in Georgia Law Review, 43, 2008, 26]. La legalità totalitaria produce una condizione opposta quando il destinatario deve conoscere non soltanto la norma, ma l’orientamento politico capace di modificarne il significato. Il cittadino non apprende che cosa la legge prescrive: deve apprendere ciò che il potere vuole che la legge significhi.
Quando la legge diventa un’arma
Il totalitarismo giuridico di Vyšinskij emerge dunque da una struttura precisa. Primo: il diritto viene definito attraverso la volontà della classe dominante. Secondo: la legge viene garantita dalla coercizione statale. Terzo: la prova viene interpretata attraverso una coscienza giuridica socialmente e ideologicamente orientata. Quarto: la legalità rivoluzionaria autorizza una lettura creativa della norma secondo il suo scopo politico. Quinto: il sistema costruisce un lessico nel quale la repressione può essere nominata come difesa, la punizione come educazione, l’eliminazione dell’avversario come tutela dell’ordine. La frase «закон […] не просто голая репрессия или наказание» («la legge […] non è semplicemente nuda repressione o punizione») mostra l’ambizione pedagogica del progetto [Вопросы государства и права в трудах товарища Сталина, Госюриздат, 1949]. La legge deve «воспитывать и перевоспитывать» («educare e rieducare») [ibid.]. Qui il diritto entra nell’antropologia: non vuole soltanto regolare comportamenti, vuole produrre soggetti. La coercizione diventa pedagogia; la pedagogia diventa disciplina; la disciplina diventa conformità. La stessa traiettoria appare nella teoria della stabilità legislativa: «Почему необходима устойчивость законов?» («Perché è necessaria la stabilità delle leggi?»), domanda Vyšinskij, rispondendo che essa «усиливает устойчивость государственного порядка и государственной дисциплины» («rafforza la stabilità dell’ordine statale e della disciplina statale») [The Law of the Soviet State, Macmillan, 1948]. La stabilità della legge viene valorizzata soprattutto per la capacità di moltiplicare l’efficienza dello Stato. Il diritto acquista valore nella misura in cui rende più potente la macchina politica. L’ultima contraddizione è temporale. Vyšinskij ammette che «Право, как и государство, отомрет лишь на высшей стадии коммунизма» («Il diritto, come lo Stato, scomparirà soltanto nella fase più alta del comunismo») [Вопросы теории государства и права, Госюриздат, 1949]. Il diritto promesso come destinato a scomparire diventa, nel presente, uno strumento permanente di organizzazione sociale. La sua estinzione viene proiettata nel futuro; la sua potenza viene concentrata nel presente. Da un punto di vista sociologico e antropologico dell’arte, il fenomeno deve essere letto come una trasformazione della società in scena: il processo pubblico, il discorso del procuratore, il giornale, il manifesto, la fotografia, la celebrazione politica e il linguaggio giuridico formano un unico spazio rappresentativo. La politologia dell’arte aiuta a comprendere la stessa dinamica attraverso la costruzione dell’immagine del nemico. Il potere non governa soltanto mediante istituzioni; organizza percezioni, emozioni, categorie e rituali collettivi. Il diritto fornisce alla rappresentazione la grammatica dell’autorità. Il punto finale è semplice. Vyšinskij non riduce il diritto alla violenza: compie qualcosa di sofisticato. Trasforma la violenza in linguaggio giuridico, il linguaggio giuridico in verità istituzionale e la verità istituzionale in comportamento obbligatorio. Il suo totalitarismo giuridico nasce da questa fusione. La legge resta visibile, citabile, interpretabile, insegnabile. Il problema è che il suo limite viene progressivamente assorbito dalla stessa autorità che dovrebbe essere limitata. Quando accade questo, il diritto non scompare. Continua a parlare. E riesce a diventare una delle armi più efficaci del potere.
