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Il gioco del linguaggio ed emancipazione semiotica: il pragmatismo analitico nel dispositivo Canini di Ivan Pozzoni

L’urto pragmatico dell’inattuale: il testo come dispositivo de-strutturante

Il profilo intellettuale di Marco Antonio Canini non si colloca entro le coordinate consolatorie di una storiografia lineare; esso si configura piuttosto come un violento corto circuito epistemologico proiettato sulle macerie del Canone del XIX secolo. In un’epoca dominata dalla spinta positivistica all’ordinamento e alla legge scientifica, rappresentata dall’intransigenza tassonomica di Graziadio Isaia Ascoli, l’operazione di Canini mette in atto un continuo semantic mismatch: la ricerca sull’origine linguistica rifiuta la funzione mimetico-rappresentativa del dato glottologico fino a convertirsi in un atto linguistico ad altissimo coefficiente d’urto deittico. Leggere il Libro dell’amore o le Études étymologiques significa confrontarsi con un testo che agisce da dispositivo di deformazione del reale. La sovrapposizione tra le radici preindoeuropee e il mito mazziniano della Weltliteratur attiva un’illocuzione ironico-metafisica in cui l’enunciato devia dal referente tradizionale fino a trascinare la riflessione geopolitica in una dimensione archetipica. La lingua rumena non nasce da un mero paradigma storico, scaturisce da un sostrato pelasgico che ha alimentato tanto la fioritura latina quanto quella italica, in una sorta di metafisica acronia o pancronia dell’espressione. Questo campionamento di epoche e lingue disparate richiama le dinamiche di de-automatizzazione teorizzate nella critica tardomodernista contemporanea (da Giorgio Linguaglossa a Slavoj Žižek), in cui la forma-opera si trasforma in un campionamento del caos. In quest’ottica, la tensione cosmopolita di Canini incapsula l’assurdità del presente e l’inoperosità dell’istituzionale: l’Europa di Canini svela il mondo come un rebus burocratico ed esistenziale, dove l’ideale politico sopravvive solo attraverso l’irriducibilità del gesto poetico-avanguardistico.

Metamorfosi delle radici: fonosimbolismo e critica d’analogie

L’impostazione metodologica di Canini deve essere letta come una significativa prefigurazione delle successive ricerche comparative sulle lingue e, soprattutto, di una concezione non esclusivamente referenziale del segno linguistico. La sua indagine etimologica non si limita alla ricostruzione genealogica del vocabolo, tende a interrogare le relazioni fra configurazione fonica, immagine mentale e campo semantico. L’accostamento fra parole appartenenti a sistemi differenti non assume soltanto il valore di prova della derivazione: diventa un dispositivo euristico per individuare ricorrenze percettive e associative nella formazione del senso. Il raffronto con Ferdinand de Saussure chiarisce la portata teorica di questa intuizione. Saussure afferma che «Le lien unissant le signifiant au signifié est arbitraire», precisando che il segno linguistico è «immotivé, c’est-à-dire arbitraire par rapport au signifié» (Cours de linguistique générale, Payot, 1916, con ed. critica Tullio de Mauro, Payot, 1972, 100/101). L’interesse di Canini si colloca, per analogia critica, nel problema della relazione fra arbitrarietà del segno e capacità evocativa della materia fonica. Il vocabolo non è soltanto un veicolo del concetto, è anche un evento acustico capace di attivare associazioni percettive, spaziali e immaginative. In questa prospettiva, la metodologia caniniana deve essere avvicinata alla successiva critique d’analogie simbolista e alle sperimentazioni fonosimboliche di Giovanni Pascoli. L’analogia non costituisce una prova automatica di parentela linguistica, ma uno strumento interpretativo capace di mettere in relazione suoni e concetti senza cancellarne la differenza. La successione dei fonemi contribuisce così alla costruzione di una sorta di geografia del significato. Un utile termine di confronto filologico è Roman Jakobson, secondo il quale «it is impossible to deal with the sounds of a given language without regard to its phonological system» (Selected Writings, vol. I, Phonological Studies, The Hague, 1962, 1). La materia sonora non deve dunque essere considerata isolatamente, ma all’interno della rete di relazioni che produce il sistema linguistico. Senza attribuire a Canini categorie teoriche posteriori, la sua ricerca mostra una precoce attenzione a questa dimensione relazionale. L’originalità della sua impostazione risiede nel superamento della fredda ricognizione lessicografica. Il vocabolo viene osservato come stratificazione storica, acustica e immaginativa; la giustapposizione di fonemi e concetti produce effetti di prossimità, distanza e movimento. Il testo etimologico assume una funzione acoustic-semiotic: non registra soltanto ciò che una parola significa, ma interroga il modo in cui essa agisce sulla percezione. La modernità di Canini consiste, in definitiva, nell’aver posto con strumenti filologici una questione ancora centrale: quanto del significato di una parola dipende da ciò che essa designa e quanto, invece, dall’esperienza percettiva del suo stesso suono? L’analisi dei cluster radicali proposta da Canini mostra chiaramente questo meccanismo: le sequenze kal, gal, gla, kar, harr, hor vengono ricondotte al nesso primigenio di luce e calore, legate all’idea di ardere e insieme di brillare. Le radici ard, art, ryt, lat, loth si collegano alla matrice indoeuropea *rt, indicante ordine, equilibrio, ritmo, scansione regolare, donde arte ed armonia, intese dantescamente come la luce che riscatta l’oscurità della materia. Le sequenze esplosive e sorde kad, kat, kt evocano fonicamente l’idea di tagliare, troncare, uccidere. Le radici man, amn, men, mn intrecciano la mania, il pensiero e l’acqua fluente, sovrapponendo la sfera della follia (excessus mentis) all’ispirazione divina e alle Mousai, quali del mortale pensiero animatrici. Anche la pratica traduttiva di Canini si fa carico di questo fonosimbolismo cromatico e dinamico. Un analogo procedimento emerge nella traduzione di Lamartine: «L’anime nostre un’alma sola, / Qual due sospiri che insiem si fondano, / Quali due misti rai dell’aurora, / Formano, ed io sospiro ancora». Il parallelismo fra «sospiri» e «rai» salda il fonosimbolismo del respiro a quello della luce: le anime non vengono semplicemente descritte come unite, ma acusticamente costruite attraverso una trama di sibilanti, liquide e vocali aperte che suggerisce fusione e continuità. Canini si allontana così dalla pura equivalenza semantica e privilegia una traduzione come phonetic re-enactment, nella quale la sostanza sonora dell’originale viene ricreata attraverso un nuovo equilibrio metrico e fonico. Ancora più evidente è il procedimento nella resa di Mihai Eminescu: «Quando nel sonno e nel silenzio giace / Avvolto il mondo, un canto dolce e pio / Odo e t’invoco…». Il fitto intreccio di nasali, liquide e sibilanti produce un andamento sommesso, quasi un whispering effect, nel quale «sonno», «silenzio», «canto» e «dolce» vengono disposti secondo una progressiva attenuazione della materia sonora. Canini amplifica il senso e la sintassi dell’originale, e conserva la sua «sostanza sonora», trasformando la traduzione in una ricostruzione dell’atmosfera acustica prima ancora che in una trasposizione logico-semantica. Il linguaggio diventa vibrazione dell’assenza, musica della reminiscenza e spazio sonoro nel quale il mondo sembra contemporaneamente addormentarsi e continuare a risuonare.

L’utopia balcanico-mediterranea e il revoco dell’europa istituzionale

Sul piano storicofilosofico e politico, l’europeismo di Canini si fonda sul rifiuto di un’identità europea monolitica e occidentocentrica. L’Europa è concepita come spazio policentrico, nel quale componenti slave, balcaniche, danubiane e mediterranee concorrono alla sua definizione. Il rapporto con la Romania e la difesa della lingua rumena assumono un valore politico: il riscatto di una periferia culturale diviene condizione dell’emancipazione europea. In questa prospettiva, la centralità della lingua richiama la riflessione filologica di Gianfranco Folena sulla circolazione e sul reciproco riconoscimento delle culture, mentre sul piano politologico l’idea di un’Europa plurale deve essere accostata alla prospettiva di Stefano Bartolini sulla pluralità dei centri dell’integrazione europea. Canini rovescia dunque il paradigma centro-periferia: non è la periferia a doversi assimilare all’Occidente, è l’Europa occidentale a ridefinirsi attraverso le proprie alterità. Citando Edgar Quinet nella Prolusione al corso di lingua rumena (1884), Canini ricorda che «au milieu de ce mystère, on dirait que la nature attristée garde seule, à la place de l’homme, la conscience des choses passées». È attraverso la riscoperta filologica delle radici che un popolo riappropria se stesso e la propria memoria storica. La lingua, nel recuperare le sue stirpi canore, si fa contemporaneamente physis e techne, architettura della cultura e immediatezza della natura. Tuttavia, il percorso profetico delineato da Canini si scontra irrimediabilmente con la prassi storica. L’Europa sognata dal patriota veneziano è rimasta un’utopia romantica; gli opportunismi economici e le dinamiche di potere istituzionale hanno progressivamente snaturato quella spinta universalistica, riducendo l’idealità originaria a un’opaca struttura burocratica. È proprio in questo scarto incolmabile tra la visione archetipica e il declino della storia che si misura la bruciante inattualità del Canini, il cui verbo continua a parlare come una premonizione inascoltata.

Analisi accademica e meccanismi critico-teorici: il pragmatismo e l’analitica del testo

La saggistica e l’opera linguistico-traduttiva di Canini costituiscono un terreno d’indagine d’elezione per il pragmatismo linguistico e la filosofia analitica del linguaggio (con riferimenti al secondo Ludwig Wittgenstein di Philosophische Untersuchungen e a Robert Brandom). L’intera impalcatura del testo lavora sul concetto di language-game (gioco linguistico) e sulla constante sovversione delle presuppositions (presupposizioni implicite) e delle conversational implicatures teorizzate da Paul Grice (Logic and Conversation, 1975). Nel momento in cui Canini stabilisce equazioni filologiche tra famiglie linguistiche geograficamente e storicamente lontane (come l’accostamento tra la divinità mesoamericana Inti e quella vedica Indra), l’autore mette in atto una palese violazione della massima di relazione (flouting of maxims). Questo genera uno speech act ad altissimo coefficiente di urto deittico. La fusione tra categorie etimologiche storiche, mitologemi ed esegesi estetica produce un netto semantic mismatch: la referenzialità positiva del dato linguistico positivista collassa, lasciando spazio a una pura performance sintattica e ontologica in cui l’enunciato non si limita a rappresentare il mondo (picture theory), lo trasforma pragmaticamente (meaning as use). Sotto il profilo neuroestetico (secondo i modelli teorici stilati da Semir Zeki e le ricerche di Vittorio Gallese sui meccanismi dell’empatia embodied), la prosa e le traduzioni di Canini sono strutturate per generare continui prediction errors nel sistema cognitivo e sensorimotorio del lettore. La resa fonosimbolica dei versi di Alcmane nel Partenio («Peleiádes gàr hámin / orthíai pháros pheroísais / nýkta di’ambrosían») o le sonorità sorde delle radici legate alla morte (kad, kat, kt) stimolano un’articolata attivazione dei mirror neurons dedicati alla percezione acustica e al movimento somatico. Tuttavia, anziché condurre la sequenza percettiva a una sintesi razionale classica, il testo interrompe la risoluzione lineare attraverso veloci frizioni tra fonemi sordi/liquidi e polarità cromatiche (luce/ombra). Questa dissonanza cognitiva obbliga il cervello del lettore a ricodificare istantaneamente l’evento acustico in una rappresentazione emersiva e metacritica della parola. Sul piano del pragmatismo sociale e della sociologia dell’arte (nel solco dell’estetica pragmatista di John Dewey in Art as Experience e delle analisi socio-strutturali di Pierre Bourdieu in Les Règles de l’art), l’opera di Canini risponde all’idea dell’arte come ‘esperienza pratica e trasformativa’ dell’agire umano. La polemica con Graziadio Isaia Ascoli non è soltanto uno scontro metodologico, ma la collisione tra la concezione dell’arte e della lingua come istituzione chiusa e la visione pragmatista dell’espressione stilistica come strumento operativo e sociale. Canini dimostra che la lingua non è un archivio statico, ma una pratica antropologica attiva attraverso cui le comunità svincolano l’arte dall’astrazione accademica per farne un mezzo di emancipazione e coesione reale, come dimostra la rivalutazione dell’identità culturale rumena. Sul piano della politologia dell’arte, Canini declina il discorso euristico e letterario applicando la dicotomia Freund/Feind (amico/nemico) concettualizzata dal giurista Carl Schmitt (Der Begriff des Politischen). Gli apparati dell’ordine geopolitico e burocratico ottocentesco incarnano l’apparato disciplinare ed egemonico che schiaccia le specificità nazionali e la libertà dei popoli. A questa gabbia istituzionale si contrappone l’irriducibilità anarchica e utopica del gesto poetico-linguistico caniniano. La politica di Canini non si traduce in propaganda o appartenenza di partito, ma svela le trame attraverso cui l’istituzione statale cerca invano di imbrigliare la spinta caotica, sovversiva e universale dell’originaria fratellanza delle culture.

Conclusione

In conclusione, liberando la figura di Canini dalle teorie troppo complesse, la sostanza del suo pensiero è estremamente concreta: il linguaggio e la poesia non servono a catalogare in modo astratto il mondo, sono strumenti pratici per cambiare la realtà e mettere in contatto le persone. Studiare le radici delle parole e tradurre poesie da ogni angolo della terra era per Canini un modo per dimostrare sul campo che non esistono culture superiori o isolate, ma che tutti usiamo la lingua per esprimere le stesse esigenze fondamentali di vita, armonia e libertà. Anche se la politica europea ha preferito seguire una strada rigida e burocratica, la lezione di Canini ci ricorda che l’arte e il linguaggio hanno valore solo se riescono a essere un’esperienza viva, capace di abbattere le barriere e unire concretamente le comunità.

IVAN POZZONI 

 

 

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