Consumismo, tribalismo, mimetismo: gli assi della nostra vita di Apostolos Apostolou
Che cos’è, dunque, il consumismo moderno? Un semplice dispendio o, piuttosto, una forma di annientamento che sfocia nel predominio? Jean Baudrillard lo sintetizzava con amara lucidità: «Hai un’anima e devi salvarla. Hai un sesso e devi farne buon uso. Hai un inconscio e bisogna che “questo” parli. Hai un corpo e bisogna goderne. Hai una libido e bisogna spenderla». La società dei consumi si configura così come società dell’abbondanza e dello spreco. Per esistere, essa ha bisogno dei suoi oggetti e, soprattutto, del loro consumo, della loro distruzione.
Accanto al consumismo, un altro tratto distintivo del nostro tempo è la trasformazione del legame sociale. Non viviamo più, o non soltanto, in una società strutturata in classi, ma in una società di “tribù”. Come osserva Michel Maffesoli, siamo entrati nell’era delle reti, dei piccoli gruppi, delle aggregazioni effimere ed effervescenti. Il tribalismo contemporaneo non si fonda sull’individuo isolato, ma su forme di appartenenza che privilegiano la prossimità emotiva, la solidarietà concreta, l’aiuto reciproco e lo scambio affettivo praticato nel quotidiano.
Come sottolinea Oriana Pagano, le nuove tribù contemporanee «non hanno un fine da raggiungere, né si riconoscono in un progetto economico, politico o sociale da realizzare: la loro sola ragion d’essere è il desiderio di un presente vissuto collettivamente». Se esiste uno scopo che le orienta, esso è la “conquista del Presente”: la ricerca di una vita quotidiana più edonistica, meno finalizzata, meno vincolata al “dover-essere” e al lavoro. Ne derivano nuovi stili di vita in cui il tempo condiviso — il cinema, lo sport, il semplice “mangiare insieme” — assume un valore centrale. A differenza delle tribù premoderne, queste neotribù sono spesso intermittenti ed effimere: ciò che le anima è il bisogno elementare di stare insieme, di “tenersi caldo”, di riconoscersi come parte di un gruppo.
Molti sociologi parlano oggi dell’esistenza di due forme di “barbarie”: quella dell’ordine confusionale e quella della tecnostruttura, intesa come razionalizzazione capitalistica e dominio della tecnica. Sebbene appaiano contrapposte, queste due dimensioni sono profondamente interconnesse. Fenomeni come il consumismo e il tribalismo trovano infatti una matrice comune in una dinamica più profonda: il mimetismo.
Già Aristotele osservava che l’uomo si distingue dagli altri animali per la sua particolare inclinazione all’imitazione. L’essere umano desidera intensamente qualcosa di cui spesso ignora la vera natura. Guardando agli altri, crede che essi possiedano ciò che a lui manca e li imita. In questo senso, il mimetismo diventa una struttura antropologica fondamentale: l’essere “secondo l’altro” costituisce una dimensione essenziale dell’esperienza umana.
La sociologia del presente parla da tempo di epidemie emotive, fenomeni noti da secoli e riconducibili proprio al mimetismo. Una singola reazione affettiva può propagarsi rapidamente, trascinando individui altrimenti equilibrati in una sorta di “cascata” psicologica. Come accade in una mandria spaventata, un’emozione isolata può diffondersi e trasformarsi in panico collettivo. Il mimetismo appare così come un antico predatore, attivo da milioni di anni, che continua a modellare i comportamenti individuali e sociali.
APOSTOLOS APOSTOLOU
Scrittore e professore di filosofia politica e sociale
