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Corpo, mente, anima: ritorno all’unità perduta tra arteterapia e reminiscenza di Maria Fausto

Il rapporto che intercorre tra corpo, mente ed anima e l’interpretazione che l’essere umano gli ha dato a spasso tra le epoche, rappresenta senz’altro uno dei temi più complessi ed affascinanti concernenti la storia dell’uomo, nonché l’indicatore per eccellenza della sua evoluzione di coscienza.

Il taglio netto che ci viene imposto, tra corpo e mente-ed-anima è per lo più un’acquisizione socioculturale che ci staglia immediatamente in opposizione a quell’unità che nel ventunesimo secolo, in particolar modo con l’ultimissimo avvento delle neuroscienze (con cui si giunge alla spiegazione rivoluzionaria dell’atto mentale come atto fisico) sappiamo esserci connaturata.

Il rovesciamento del paradigma generato dall’indagine neuroscientifica si fonda peculiarmente sul riconoscimento del ruolo centrale della coscienza e del Sé nell’organizzazione biologica, cognitiva e sociale dell’individuo.

Kandel (neurologo, psichiatra neuroscienziato statunitense) a proposito di questa impostazione unitaria di mente, coscienza e cervello, parla di “prima legge”, la quale stabilisce che tutti i processi mentali, normali e anormali e quelli più complessi perfino come il pensiero, il linguaggio, la creatività, l’arte e la musica, derivino da operazioni del cervello.

Antonio Damasio invece, anche detto “il mago del cervello”, è un neurologo, neuroscienziato, psicologo e saggista portoghese, è uno studioso che ha contribuito in maniera rimarchevole a questa rivoluzione scientifica e sostiene che la mente ed il corpo siano due dimensioni reciprocamente correlate e che le emozioni siano a capo di un processo di regolazione che è squisitamente psicocorporeo. Affermando con decisione che siano giustappunto le emozioni il cibo per eccellenza della mente umana che attraverso di  esse si radica nel corpo e nei suoi rapporti con l’ambiente. Le emozioni sono dunque il ponte d’oro tra il corpo e la mente, gli espedienti di quella sua unità imprescindibile.

Sempre secondo Damasio se l’uomo perde la capacità emozionale non è in grado di essere ragionevole, evidenziando ancora la mutua azione del corpo e del cervello, come organismo unico e indissociabile: sono proprio le emozioni che permettono alla ragione di funzionare correttamente attraverso lo stretto collegamento con il corpo che offre costantemente la materia di base con cui il cervello costruisce le immagini da cui origina il pensiero.

Per Siegel, ancora, i rapporti con gli altri hanno un’influenza fondamentale sul cervello: i circuiti che mediano le esperienze sociali sono strettamente correlati con quelli che controllano l’attribuzione di significato, l’organizzazione della memoria, nonché la modulazione delle risposte emotive e la regolazione delle funzioni dell’organismo. Lo psichiatra Daniel J. Siegel scrive che la mente è il prodotto delle interazioni fra esperienze interpersonali e strutture del cervello, ma la sua posizione relazionale si radicalizza nel sostenere che le connessioni umane plasmino lo sviluppo delle connessioni nervose che danno origine alla mente.

In espansione, da Kandel per Damasio fino a Siegel, partendo dal cervello che è mente e coscienza procediamo per le emozioni fino alla relazione guadagnando quelle parole chiave che aprano quell’unica porta che siamo, divisaci in nomi ed istanze.

Il coltello dell’occidente in questo senso non lascia scampo, per tradizione ha una lama affilatissima: dalla decodifica e dal travisamento del cristianesimo (o per meglio dire dalla sua strumentalizzazione), ai due principi ontologici di dualismo e monismo, all’uomo nato intero vengono consegnate e contrapposte le due dimensioni cosiddette fisica e psichica; materiale e spirituale; in una prima e distopica separazione che costringe il soggetto a una cosificazione del Sé: in un palmo di mano l’uomo stringe il corpo come oggetto recapitato (guardato e perciò non più partecipato), dall’altro guarda l’anima, anch’essa ridottasi a mera congettura (sempre guardata e non più incarnata come verbo di Dio). Peraltro nello sguardo porterà l’eredità del conflitto implicito che tra le due ‘cose’ si frammette.

Il saggio Psiche e Materia di Marie-Louise von Franz, inerentemente, si domanda di come l’area del vivente che denominiamo psiche inconscia dell’uomo sia legata alla materia:

«Dov’è dunque il rapporto tra psiche e materia, nello schema riprodotto sopra? È o sembra essere, al polo «infrarosso», dove le funzioni psichiche trapassano nei processi fisiologici. La materia appare talvolta anche all’altro polo, come fenomeno parapsicologico. Bisogna dunque supporre che la nostra separazione tra materiale e psichico, tra un esterno osservabile e un interno percepibile, sia solo una contrapposizione artificiale, una polarizzazione fittizia, elaborata dalla nostra struttura cosciente […]».

In un altro passo dell’autrice, leggiamo:

«Perciò Jung ha addirittura affermato da non avere nulla da obiettare se si voglia intendere la psiche come una qualità della materia, e la materia come un aspetto concreto della psiche, premesso che s’intenda per psiche l’inconscio collettivo. Quest’ultimo è appunto semplicemente natura, “natura che tutto contiene, dunque anche tutto ciò che è sconosciuto all’interno della materia”.»

Per ritornare a quest’unità perduta di corpo, mente-ed-anima, è opportuno affacciarci ad oriente ed ammirarne le tradizioni religiose e filosofiche che in germe ne hanno preservato lo splendore… spesso e volentieri intendendo giusto il canale corporeo come mezzo di espressione e realizzazione divina, stimando la costituzione fisica e le condizioni di salute più o meno buone come sintomo degli stati interiori della persona.

Si pensi ad esempio alla riflessologia plantare, i cui primi trattamenti di digitopressione risalirebbero addirittura a 5000 a. C., dove in Cina e in India attraverso la pressione delle dita si faceva per influenzare i campi energetici della persona a scopo curativo. Addirittura nelle tombe egizie furono rinvenuti degli affreschi raffiguranti delle “mappe plantari”.

Basti pensare che uno dei primi dipinti murali fu rinvenuto nella tomba di Akhamahor, detta anche “tomba del medico” nel 2330 a.C., dove viene raffigurato giusto un medico nell’atto di stimolare mani e piedi del suo paziente.

In particolare la medicina Ayurvedica, una delle più antiche tradizioni mediche del mondo, comprende la riflessologia tra le sue tecniche di intervento.

La medicina Ayurvedica è una medicina non convenzionale nata in India intorno al V secolo a.C. che muove la sua genesi dalla tradizione dei Veda, i sacri testi sapienzali dell’India. Nel periodo vedico si pensava che l’origine e la guarigione dalle malattie fossero causate da divinità malevole e benevole, pertanto la medicina si basava soprattutto su rituali mediante i quali era possibile placare e allontanare le divinità, ma è a partire dal periodo post-vedico, grazie all’influenza del Buddhismo, che la medicina Ayurvedica va delineandosi per come oggi la conosciamo.

Secondo l’ayurveda il corpo è pervaso dai dosha, ossia tre energie vitali chiamate pitta, vata e kapha. Queste energie vitali quando sono in equilibrio determinano lo stato di benessere dell’individuo mentre una situazione di squilibrio può essere responsabile della malattia.

Ognuna delle energie vitali è costituita a sua volta da altre cinque componenti che hanno localizzazioni corporee diverse. Lo squilibrio di ognuna di queste componenti è responsabile di disturbi specifici. Ad esempio uno squilibrio del vata apana si manifesterebbe con problematiche di tipo intestinale o urogenitali.

Anche la disciplina antichissima dello yoga affonda le sue radici nella tradizione vedica ed in particolar modo lo yoga cosiddetto post-classico riprendendo le sue filosofie non dualistiche, anziché premurarsi di liberare l’individuo della realtà fisica lo spinge a concentrarsi sul momento presente e ad indagare il potenziale del corpo fisico. Il tantrismo, che vede il corpo come un veicolo di liberazione ne è la massima espressione.

La cultura tantrica si diffuse nelle regioni del nord dell’India dopo il I secolo d. C.: qui si ebbero infatti i primi accenni di pratiche tantriche innestate sulle grandi tradizioni religiose induiste e buddiste.

Ispirata alla cultura matriarcale degli Harappei una popolazione che nel II millennio a. C. abitava la valle del fiume Indo, la cultura tantrica mirava all’unione mistica attraverso il rapporto sessuale. il soddisfacimento maschile diventava marginale, in quanto l’energia sessuale contenuta nello sperma non doveva quindi essere dispersa, ma unirsi alle emanazioni orgasmiche della donna: solo così si poteva trascendere la realtà vivendo l’esperienza mistica dell’unione delle due forze che simulava la creazione dell’universo.

Al guru spettava il compito di avviare i membri della coppia al percorso di catarsi e al risveglio della kundalini, mitico punto di energia sopito nell’uomo, che la tradizione raffigurava come un serpente avvolto a spirale intorno alla base della colonna vertebrale. Una volta risvegliato si ergeva lungo la spina dorsale salendo fino al cervello, trasformando l’uomo e attivando le sue capacità più evolute: la capacità di provare sentimenti elevati, di essere creativo e in comunione spirituale con il cosmo.

Prendiamo altresì in analisi la caratterizzazione della divinità di Nataraja, lo Shiva danzatore cosmico che felicemente sintetizza gli aspetti più importanti dell’induismo e il riassunto dei principi centrali di questa religione vedica.

Il termine Nataraja significa “Re dei ballerini” e con l’Anandatandava, la sua danza della beatitudine, simboleggia i cicli cosmici di creazione e distruzione, così come il ritmo quotidiano di nascita e morte.

La danza di Nataraja lo Shiva danzatore cosmico è l’ennesima, energica testimonianza di un corpo che ad oriente è rimasto “attività di Dio”, spirito in moto. E Allacciandoci al tema della danza, un’altra disciplina che ad Oriente vale la pena citare a proposito della connessione tra corpo e mente-ed-anima è quella della danza orientale il cui mito d’origine è quello della Grande Dea Madre Mesopotamica che già nella seconda metà del terzo millennio a.C. prendeva il nome di Ishtar, Dea dell’amore e della guerra.

«In sostanza la sua funzione, come possiamo dedurre dal mito, è quella di discendere nel mondo degli inferi – attraverso il passaggio delle sette porte che simboleggiano i sette mondi terrestri, spogliandosi, via via, dei monili e delle vesti e oltrepassando le porte – riprendendo la sua sostanza peculiare di dea, rientrando poi nell’ordine divino per rigenerare la vita. Ripercorrendo il tragitto a ritroso, la Dea ridona agli esseri, uomini e animali, l’amore e la fertilità»

La danza orientale origina dal suddetto mito che si trasforma in culto, nasce in questo senso come danza cultuale, come forma di mediazione tra il cielo e la terra. L’ombelico, infatti, rappresenta in questa danza il punto di congiunzione e perciò, tornando a noi, il punto cruciale in cui lo spirito e la materia si toccano.

Or dunque, tenendo conto della scissione tra corpo mente-ed-anima a cui tutti siamo stati iniziati, non ci resta che trovare la strada per ritornare interi. È a questo punto che l’intervento dell’arteterapia può rivelarsi prodigioso, poiché a proposito delle parole chiave guadagnate più in alto, non può essere che l’emozione a fungere da spirito guida per il ritorno a casa, insieme ad una relazione inedita da instaurare con e per se stessi per mezzo dell’alleanza terapeutica con l’aiuto dell’arteterapeuta.

L’espressione artistica comunque la si voglia intendere, il processo creativo-curativo all’interno di questa relazione terapeutica appiccheranno quel piccolo fuoco sufficiente a risvegliare la scintilla della reminiscenza affinché il cliente riprenda il filo del ricordo e lo risalga fino a potersi riappropriare della propria interezza.

Comiciamo con l’occuparci degli aspetti curativi del movimento, giacché l’etimologia della parola emozione ci comanda di smuovere, portare fuori, mettere in movimento.

Nel libro Connessione Creativa di Natalie Rogers con è riportato uno scritto rimasto inedito della danza-movimento terapeuta Barbara Mettler, che descrive il movimento come ciò che sta alla base delle arti:

«Il movimento rappresenta il nostro primario mezzo di comunicazione, da cui dipendono tutte le altre risorse espressive. Parlare, scrivere, cantare, disegnare, dipingere, utilizzare qualsiasi utensile o strumento e quindi costruire, tutto questo nasce da un impulso a muoversi, che, poi, viene trasformato e trova traduzione nelle parole, nelle tonalità di voce,  trova espressione in linee, colori o in qualche altro materiale. In ogni procedimento espressivo, la nostra esperienza interna si esternalizza, rivelandosi attraverso mezzi o materiali che sono distinti e separati da noi stessi. Nella danza-movimento terapia, è proprio il movimento del corpo a rappresentare lo strumento espressivo per eccellenza. Muovendo il corpo in maniera espressiva, la materia, lo strumento e l’idea si ritrovano a essere fusi insieme, formando un’unica entità.»

Esiste dunque una reciproca relazione tra il movimento e le emozioni e a partire dal movimento è possibile indagare o ripristinare la connessione tra noi e noi, predisponendoci ed esperendo il movimento e come sentimento, e come intenzione, e come impulso corporeo. La danza-movimento terapia ci aiuta a smettere di pensare di avere un corpo, per esserlo semplicemente.

Un altro potentissimo canale che è possibile utilizzare per fondere i frammenti illusori di anima e corpo è la voce… il suono è vibrazione e il mondo si compone di vibrazioni: la materia, dicono i fisici stessi, è comprensibile proprio a partire da questo gioco. Campbell afferma che produrre del suono ci libera dalla morsa delle tensioni e questo rilascio può predisporci ad un ascolto migliore di noi stessi e del mondo, creare nuove vie di uscita ai nostri labirinti.

In fondo la musica ha da sempre contrassegnato cerimonie e rituali, i gruppi religiosi o spirituali usano un battito costante per indurre più facilmente le persone verso gli stati di trance, ascoltare un brano ci muove verso una condizione sensoriale profonda.

La musica oltrepassa le congetture, le costruzioni, le difese intellettuali e arriva dritta al punto di congiunzione tra il corpo, la mente e lo spirito. La musica è un potente strumento di trasmissione dell’energia emotiva ed offre una sorta di bacino che permette di organizzare e di contenere sensazioni che altrimenti sembrerebbero indomabili e incontenibili.

Anche l’arte visiva ed il colore, suscitando turbamento e commozione, sono in grado di resuscitare in noi quel che stava sopito; di render manifesto quel che era latente, di pungolare la nostra capacità sensoriale affinché i nostri paesaggi interni dapprima arrotolati in un tappeto possano stagliarcisi dinanzi.

La teatroterapia o drammaterapia che dir si voglia potrebbe assurgere da collante più che perfetto nella frattura corpo, mente-anima: essendo costellata di giochi di relazione, tecniche corporee e vocali, elementi narrativi, facendo leva sull’improvvisazione o mettendo in scena e scardinando ruoli, ha una tiratura catartica e il suo esercizio ci facilita a rientrare nei nostri panni, ad incarnare noi stessi senza infingimenti.

In fine, tiriamo in ballo la parola poetica. “Bisogna scrivere versi tali che a gettare una poesia contro la finestra il vetro si deve rompere. (Daniil Charms)” questa citazione di Charms lancia la poesia direttamente all’altezza delle ripercussioni che può generare: lo sconvolgimento del linguaggio che rapisce la parola poetica sviscera il linguaggio del suo logos o meglio lo trascende a favore di un pathos che avvelena il lettore di insight, intuizioni, echi, presagi, reminiscenze.

La poesia per altro, prima ancora di servirsi o sbarazzarsi della parola in quanto tale, si costituisce col suono: è il ritmo del verso innanzitutto che crea le montagne russe su cui il poeta consegna il lettore al pericolo: al pericolo di sentire e risentire.

E quale verbo potrebbe in tal senso rappresentare meglio il picco e dell’anima e del corpo? La poesia nasce dalla percezione o per meglio dire da un’ iper percezione (non è altro che questa l’ispirazione!) che come la lebbra contagia chiunque la tocchi e potremmo in definitiva concludere che la percezione sia il luogo intimamente umano di fusione tra il corpo e lo spirito, il punto luce in cui avviene l’amplesso tra i due poli che due non sono mai stati.

Bibliografia

Psiche e Materia, Marie-Louise von Franz, Bollati Boringhieri, 1992

Il corpo svelato – tecnica, storia ed emozioni della danza del ventre –, Ananke srl, 1996-2005

La Connessione Creativa, Natalie Rogers, Armando Editore, 2019

MARIA FAUSTO

 

 

 

 

 

 

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