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Calderon di Pasolini di Nicola Velotti

In “Calderon” vi è una serie di brani dialogati in forma teatrale. Nelle scene i personaggi, che spesso sono gli stessi, si presentano in situazioni differenti, in ruoli diversi, e come appartenenti a ceti sociali, ambienti e tempi diversi, in un modo simile a quello della vita onirica.

Nell’opera di Pasolini c’è un preciso riferimento a “La vida es sueno” di Calderon de la Barca da cui ne deriva anche il nome. Questo dramma tratta il caso di un principe che, tenuto fin dalla più tenera età, per ordine del re padre chiuso in un castello isolato, viene addormentato con un artificio e portato nella reggia a cui, per nascita, avrebbe dovuto appartenere, e là acquista una nuova identità e un nuovo ruolo; dopo un breve periodo di tempo e un altro sonno artificiale è però ricondotto nella primitiva prigione e, al risveglio, non gli rimane altro che uno sbiadito ricordo di questa breve parentesi di vita col senso di aver soltanto sognato una strana avventura.

Anche se in seguito diventa consapevole di quanto gli sia effettivamente accaduto, rimane con la sensazione che la sua vita non sia altro che un sogno dal quale ogni momento è possibile risvegliarsi.

In questo scritto è evidenziato il problema del rapporto esistente fra la vita vera e una vita soltanto sognata, e della indistinguibilità fra sogno e vita.

Questa tema è presente nell’opera di Pasolini dove ognuno può essere sognatore o personaggio del sogno e la destrutturazione della realtà è sempre anche una profonda crisi di identità.

Molti dei personaggi sono ricavati dallo stesso dramma di Calderon de la Barca: Basilio è il re polacco, Sigismondo è il figlio, Rosaura è la protagonista femminile e Stella una principessa nipote del re. Ma a questi personaggi e ad altri aggiunti vengono assegnati da Pasolini ruoli diversi e mutevoli, vengono utilizzati come burattini o come maschere del teatro dell’arte, di volta in volta, impiegati in sempre nuove situazioni: una moderna famiglia della ricca borghesia spagnola, un gruppo di baraccati nei sobborghi di Barcellona, una famiglia reale di Spagna. La vicenda di quest’ultima è particolare, perché la scena è posta all’interno di un famoso quadro di Velàzquez, contemporaneo anch’egli di Calderon: “Las meninas”.

In esso si vede Velàzquez in una sala del Palazzo reale mentre sta dipingendo un grande quadro, di cui si scorge solo il rovescio. Egli ha al suo fianco l’infanta Margarita circondata da gentiluomini, dame e nani della sua corte.

Il pittore sta ritraendo la coppia reale: Filippo IV e Marianna d’Austria che appaiono in uno specchio collocato sulla parete in fondo alla sala.

Tutti i personaggi del quadro hanno lo sguardo rivolto verso i sovrani, i quali si debbono supporre, data la direzione degli sguardi, posti dietro a chi sta osservando il vero quadro. In questo modo si produce l’impressione che l’ambiente del quadro includa anche lo spazio dove si trova chi lo osserva, creando la sensazione di essere nel quadro stesso. Questo dipinto si inserisce perfettamente, data la sua ambiguità, nella atmosfera dell’opera di Pasolini.

In “Calderon” è presente lo sdoppiarsi di personaggi ibridati, un esempio è Sigismondo, già principe in catene per Calderon, che sembra trasformarsi nella versione pasoliniana in un altro Sigismondo: Sigmund Freud. Ma è un Freud solo a metà: mezzo ebreo si definisce il personaggio che appare in seguito il violentatore di Dona Lupe e padre di Rosaura, che si innamora di lui e, in un successivo contesto, violentatore invece di Rosaura. Alla fine egli rispunta come un vecchio rispettabile e reazionario.

Sono presenti nella storia paternità e maternità segrete, minacce di incesto, vicende rimescolate secondo lo schema della commedia classica.

Questo schema è presente anche nelle parti scritte dopo il 68, in particolare nell’episodio in cui Rosaura e il marito vengono visitati da Enrique, uno studente contestatore.

Fra Enrique e Rosaura si stabilisce una ”affinità elettiva” e questa dà luogo ad un triangolo.

Forse Pasolini, nel dare all’opera il nome del poeta spagnolo, è stato condizionato, data la sua origine veneta, da un’assonanza con un termine dialettale: caldieron, o caldiron, e in friulano anche calderon, che significa caldaia o pentola e, metaforicamente, inferno.

“Inferno” quindi potrebbe essere il titolo di questo scritto, inferno inteso in un senso moderno e psicologico come costante anelito, sempre frustato, verso la realtà e come condanna delle persone e delle cose, in modo tale che ogni pensiero di redenzione o di riscatto scompaia.

 

NICOLA VELOTTI

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