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Quando tutto deve servire a qualcosa di Francesco D’Angiò

Una passeggiata ormai difficilmente è soltanto una passeggiata. Fa bene alla salute cardiovascolare, aiuta a controllare il peso, può migliorare l’umore. Dormire abbastanza aiuta i processi della memoria e rende più efficienti durante il giorno. Anche la lettura viene spesso presentata attraverso i suoi benefici cognitivi. Ascoltare musica può ridurre l’ansia.

Non c’è nulla di falso in tutto questo. Il problema comincia quando questi benefici sembrano diventare la giustificazione di ciò che facciamo. Come se una passeggiata avesse bisogno di dimostrare di farci bene per meritare il tempo che le dedichiamo.

È un cambiamento quasi invisibile. Non riguarda soltanto il lavoro, dove la ricerca dell’efficienza fa parte da tempo delle nostre giornate. La stessa logica è entrata nelle ore che dovrebbero restarne fuori. Il riposo serve a recuperare energie, le vacanze a ricaricarsi, lo sport a mantenersi in forma, un hobby a sviluppare capacità. Il tempo libero continua a chiamarsi libero, ma gli chiediamo sempre più spesso di produrre qualcosa.

Persino il sonno si misura. Ore, fasi, risvegli, frequenza cardiaca. Possiamo sapere quanto bene abbiamo dormito prima ancora di chiederci come ci sentiamo. Lo stesso accade con i passi percorsi, le calorie consumate, i minuti di attività fisica. Sono strumenti utili. Qualcosa cambia, però, quando la misura non descrive più soltanto un’esperienza e comincia a stabilirne il valore. Forse abbiamo finito per avvicinare troppo due cose diverse: ciò che vale e ciò che serve.

Un martello vale soprattutto perché riesce a piantare un chiodo. Ma non tutto ciò che appartiene alla nostra esperienza può essere giudicato nello stesso modo. Ci sono attività il cui significato non coincide con il risultato a cui conducono.

La questione diventa più evidente quando si entra nel territorio dell’arte. Perché leggere un romanzo? Le risposte sono numerose: arricchisce il vocabolario, esercita alcune capacità cognitive, mette in contatto con vite e mondi diversi dal nostro. Eppure si può leggere senza ottenere nessuno di questi risultati in modo riconoscibile.

Un romanzo può annoiarci per cinquanta pagine e lasciarci poi un’immagine che ritorna anni dopo. Una poesia può non insegnarci nulla nel senso comune della parola. Può anche irritarci. Un quadro può non renderci migliori, più consapevoli o più sereni. Non per questo l’esperienza è stata priva di valore.

Il bisogno di attribuire all’arte una funzione positiva è comprensibile. Si parla, con buone ragioni, del rapporto tra attività artistiche e benessere, della lettura nei contesti di cura, della musica, del teatro e della poesia come strumenti capaci di accompagnare chi attraversa condizioni difficili. Sarebbe assurdo negare queste possibilità. Altro è pensare che l’arte debba giustificarsi attraverso di esse.

Una poesia può avere un effetto terapeutico senza essere stata scritta per curare. Un romanzo può aiutarci ad attraversare una perdita senza essere nato per questo. Sono possibilità dell’incontro tra un’opera e chi la legge, non necessariamente la ragione per cui quell’opera esiste.

Quando chiediamo continuamente all’arte che cosa possa fare per noi, rischiamo di restringerne il campo. Se diventa soprattutto uno strumento, finiamo per valutarla attraverso il risultato. A quel punto una poesia che lascia inquieti o un romanzo che apre una domanda senza risolverla sembrano quasi aver mancato il proprio compito.

Nuccio Ordine ha dedicato un libro all’utilità dell’inutile, mostrando quanto sia fragile la distinzione tra ciò che appare improduttivo e ciò di cui una società ha bisogno. Ma la questione non riguarda soltanto la cultura umanistica. È entrata nelle nostre abitudini.

Anche il tempo trascorso senza fare nulla sembra dover essere difeso. Restare seduti su una panchina senza leggere, telefonare o ascoltare qualcosa può dare molto presto la sensazione di stare perdendo tempo. Non sempre perché ci sia davvero qualcosa di urgente da fare. Più semplicemente, siamo diventati poco abituati a un tempo che non lasci una traccia visibile.

Non esiste, naturalmente, un passato felice in cui la vita fosse sottratta alla necessità e al rendimento. Sarebbe una nostalgia facile. Il lavoro e l’utilità hanno attraversato la storia umana in forme spesso assai più dure delle nostre. Ciò che oggi colpisce è piuttosto la capacità di questa logica di entrare anche dove, almeno in parte, sembrava non avere accesso. Il punto non è diventare più efficienti. È abituarsi a pensare che ciò che non produce un risultato riconoscibile debba essere spiegato o difeso.

Possiamo continuare a contare i passi, controllare le ore di sonno, leggere sapendo che la lettura fa bene e ascoltare musica anche perché ci calma. Non c’è nulla da rifiutare. Ma ogni tanto possiamo anche lasciare che una cosa non debba condurci da qualche parte. Una passeggiata può finire esattamente dove era cominciata.

FRANCESCO D’ANGIÒ 

Riferimento bibliografico

Nuccio Ordine, L’utilità dell’inutile. Manifesto, Bompiani, 2013.

 

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