La dottrina costituzionale conservatrice ungherese come fondamento dell’autoritarismo di Miklós Horthy di Ivan Pozzoni
La tradizione come dispositivo di legittimazione: la grammatica costituzionale dell’horthysmo
L’autoritarismo ungherese del periodo interbellico offre un caso significativo nel comprendere come la legalità diventi una risorsa di legittimazione del potere. Fra il 1920 e il 1944, il sistema politico guidato dal reggente Miklós Horthy si sviluppò attraverso una combinazione di continuità costituzionale, conservatorismo sociale e restrizioni della partecipazione democratica. La sua peculiarità risiedeva nella capacità di conservare istituzioni e linguaggi della tradizione monarchica, adattandoli a una situazione nella quale il sovrano era assente e la direzione dello Stato veniva affidata a un reggente. Come ricostruisce Alessandro Vagnini in «La questione costituzionale ungherese 1919-1920. Un affare interno dalla dimensione internazionale» (Rivista di Studi Ungheresi, 22, 2023, 279–299), la definizione del nuovo ordinamento seguì la sconfitta nella Prima guerra mondiale, la crisi rivoluzionaria e la ridefinizione dei rapporti fra Ungheria e potenze vincitrici. La Legge I del 1920 rappresentò un momento fondante di questa ricostruzione costituzionale. Il nuovo assetto si richiamava alla tradizione monarchica, senza ripristinare la presenza del re. La continuità, tuttavia, non coincideva con una riproduzione integrale dell’ordinamento precedente. István Szabó, nel suo studio Law 1 of 1920 and the Historical Constitution, osserva che il nuovo sistema realizzò una restaurazione parziale delle strutture costituzionali anteriori al 1918. L’autore mette in guardia dalle interpretazioni semplicistiche che presentano la storia costituzionale come una successione di permanenze immutabili e rotture assolute. La costituzione storica ungherese, infatti, si era trasformata nel corso del tempo; il suo richiamo nel 1920 implicava un processo di selezione e reinterpretazione del passato. La nozione ungherese di történeti alkotmány, traducibile come «costituzione storica», permette di identificare il meccanismo simbolico alla base di questa operazione. La costituzione viene presentata come una continuità istituzionale sedimentata nel tempo, non riducibile a un singolo documento scritto. Il suo richiamo conferisce alle istituzioni contemporanee un’origine storica e una legittimità che precedono la decisione politica del momento. La pragmatica del linguaggio aiuta a chiarire la funzione di questa rappresentazione. Nella teoria degli atti linguistici, un enunciato può svolgere una funzione performativa: pronunciato nelle condizioni appropriate da un soggetto istituzionalmente autorizzato, contribuisce a modificare una situazione sociale. Dichiarare restaurato un ordine costituzionale significa compiere un atto politico oltre che descrivere una situazione giuridica. Il suo effetto dipende dall’autorità dell’istituzione che lo pronuncia, dalle convenzioni condivise e dal riconoscimento sociale della dichiarazione. John L. Austin, in How to Do Things with Words (Oxford, Clarendon Press, 1962), sintetizza la propria impostazione con la formula «to say something is to do something», cioè «dire qualcosa significa compiere qualcosa». Applicata alla storia costituzionale ungherese, questa prospettiva suggerisce che termini come «restaurazione», «continuità» e «legittimità» non siano descrizioni neutrali. Essi concorrono a organizzare il significato politico degli eventi. La parola «restaurazione» richiama un ordine precedente, suggerisce la riparazione di una frattura e attribuisce al presente la funzione di recuperare una normalità perduta. La sua forza pragmatica deriva dalla presupposizione che il passato richiamato costituisca un riferimento legittimo. La critica analitica deve domandarsi che passato venga selezionato, che trasformazioni vengano sottovalutate e che interessi siano favoriti dalla rappresentazione della continuità. Questa analisi non implica che ogni richiamo alla tradizione sia autoritario. La tradizione è idonea a sostenere la stabilità costituzionale, la tutela dei diritti e la limitazione del potere. La questione riguarda la funzione politica che assume in un determinato contesto. Nel sistema di Horthy, il richiamo alla continuità storica si accompagnò a limitazioni della competizione politica e a una struttura istituzionale favorevole alle élite conservatrici. Per questo la tradizione deve essere studiata come risorsa di legittimazione, senza trasformarla in una causa unica e autosufficiente dell’autoritarismo. Il pensiero di Gyula Moór, importante filosofo del diritto ungherese, offre un ulteriore livello di analisi. La sua opera Bevezetés a jogfilozófiába («Introduzione alla filosofia del diritto»), pubblicata a Budapest nel 1923 da Pfeifer Ferdinánd Nemzeti Könyvkereskedése, affronta i fondamenti della conoscenza giuridica e il rapporto fra diritto, realtà sociale e normatività. Moór si colloca nel dibattito filosofico europeo influenzato dal neokantismo, nel quale assume rilievo la distinzione fra Sein, l’essere, e Sollen, il dover essere. La distinzione permette di separare l’esistenza sociale delle norme dalla loro giustificazione. Una norma può essere effettivamente applicata e sostenuta dalle istituzioni senza che la sua efficacia dimostri automaticamente la sua giustizia. Questa differenza è essenziale nello studio dell’autoritarismo: l’obbedienza, la stabilità amministrativa e la validità formale appartengono a problemi distinti, che richiedono strumenti di analisi differenti. Il contributo contemporaneo di József Szabadfalvi, «Száz éve jelent meg Moór Gyula Bevezetés a jogfilozófiába című műve» («Cent’anni dalla pubblicazione dell’opera di Gyula Moór Introduzione alla filosofia del diritto»), pubblicato in Állam- és Jogtudomány, 64, n. 1, 2023, 63–80, ricostruisce il significato dell’opera del 1923 e la sua collocazione nella filosofia del diritto ungherese. Lo studio consente di esaminare Moór come teorico della normatività, senza attribuirgli il ruolo di ideologo ufficiale del regime di Horthy. La distinzione è metodologicamente necessaria. Non è documentato, nelle fonti, che Moór sia stato il principale teorico giuridico dell’horthysmo. Il problema centrale rimane dunque quello della relazione fra forma giuridica e sostanza politica. Un ordinamento riesce a mantenere procedure riconoscibili, istituzioni rappresentative e un linguaggio costituzionale tradizionale, mentre limita la partecipazione e rende diseguale l’accesso alle decisioni. La legalità costituisce un oggetto ambivalente: può contenere il potere, ma può anche fornire alle sue restrizioni una veste di continuità e regolarità.
Norma, autorità e rappresentazione: pragmatica, neuroscienza e sociologia dell’arte
L’autoritarismo non si sviluppa esclusivamente attraverso l’adozione di norme restrittive. Si consolida mediante abitudini interpretative, aspettative sociali, simboli e pratiche istituzionali che rendono alcune forme di potere familiari e accettabili. Per comprenderne i meccanismi è necessario collegare l’analisi giuridica alla sociologia, alla pragmatica, alla psicologia cognitiva e allo studio delle rappresentazioni artistiche. La pragmatica distingue il contenuto letterale di un enunciato dagli effetti che esso produce nel contesto. Un richiamo alla stabilità è idoneo a comunicare una preferenza politica, riuscendo a suggerire che il conflitto democratico costituisca una minaccia all’ordine. Una dichiarazione sulla continuità nazionale può descrivere una tradizione condivisa e, nello stesso tempo, stabilire quali gruppi vengano rappresentati come custodi legittimi della nazione. In termini analitici, occorre distinguere il contenuto locutorio, la forza illocutoria e gli effetti perlocutori. Il primo riguarda ciò che viene detto; il secondo l’atto compiuto attraverso l’enunciato; il terzo le conseguenze che l’enunciato produce sui destinatari. Il linguaggio costituzionale deve essere esaminato come un dispositivo che organizza le interpretazioni del potere. Il concetto di framing, o inquadramento interpretativo, completa questa prospettiva. La medesima istituzione deve essere descritta come custode dell’ordine oppure come ostacolo alla partecipazione. Ogni inquadramento seleziona determinati aspetti della realtà, ne enfatizza alcuni e ne lascia altri sullo sfondo. Il lessico conservatore privilegia spesso stabilità, continuità, autorità e tradizione; il lessico democratico sottolinea partecipazione, responsabilità, pluralismo e controllo istituzionale. Questa differenza non deve essere interpretata come una contrapposizione assoluta fra conservatorismo e democrazia. La tradizione conservatrice può riconoscere limiti costituzionali al governo e difendere la continuità delle istituzioni. L’analisi deve concentrarsi sulle condizioni concrete nelle quali il linguaggio della stabilità viene utilizzato per giustificare restrizioni della rappresentanza o per ridurre la possibilità di contestare il potere. Il confronto con Hans Kelsen aiuta a chiarire la differenza fra efficacia, validità e giustificazione politica. Nella prefazione alla prima edizione della Reine Rechtslehre («Dottrina pura del diritto»), pubblicata da Franz Deuticke nel 1934, Kelsen presenta il proprio programma come una teoria del diritto «von aller politischen Ideologie und allen naturwissenschaftlichen Elementen gereinigte». La traduzione è: «liberata da ogni ideologia politica e da tutti gli elementi delle scienze naturali». La formulazione indica l’intenzione di costruire una scienza giuridica autonoma, orientata alla conoscenza della struttura normativa. Kelsen distingue il problema della validità giuridica dal giudizio morale sul contenuto delle norme. Questa impostazione consente di descrivere un ordinamento senza confondere la sua esistenza con la sua giustificazione etica. La critica politica richiede un ulteriore passaggio: esaminare le garanzie costituzionali, i diritti fondamentali e le condizioni reali della partecipazione. Un confronto differente è offerto da Carl Schmitt. L’apertura di Politische Theologie: Vier Kapitel zur Lehre von der Souveränität, pubblicata da Duncker & Humblot nel 1922, contiene la formula: «Souverän ist, wer über den Ausnahmezustand entscheidet» («Sovrano è chi decide sullo stato d’eccezione»). La frase compare all’inizio dell’opera e costituisce il punto di partenza della sua teoria della sovranità. La formulazione pone al centro il rapporto fra decisione politica e ordine giuridico. Chi decide che una situazione è eccezionale? Chi stabilisce la durata dell’emergenza? Quali istituzioni possono controllare le decisioni adottate in suo nome? Queste domande sono rilevanti per lo studio comparato dei regimi autoritari, nei quali la difesa dell’ordine può essere invocata per ampliare le prerogative dell’esecutivo. Il confronto con Schmitt non dimostra un’influenza diretta sulla costituzione ungherese del 1920. Offre piuttosto una categoria teorica con cui interrogare il rapporto fra potere decisionale, norme e limiti istituzionali. La comparazione storica richiede di distinguere l’utilità interpretativa di una teoria dalla prova di una sua effettiva ricezione. La sociologia del diritto mostra che l’efficacia delle norme dipende dalle pratiche delle istituzioni e dalle aspettative dei destinatari. Una disposizione non opera nel vuoto: viene interpretata da funzionari, applicata da giudici, utilizzata da amministrazioni e recepita da gruppi sociali. La sua portata politica dipende dalla relazione fra il testo e le condizioni della sua applicazione. La neuroscienza deve contribuire a spiegare alcuni aspetti della ricezione del linguaggio politico, come attenzione, memoria, familiarità e valutazione emotiva. La ripetizione di un simbolo o di una formula può aumentarne la riconoscibilità; l’associazione con figure autorevoli può orientarne l’interpretazione. Questi processi non determinano automaticamente il comportamento politico e non costituiscono una spiegazione sufficiente dell’autoritarismo. Le istituzioni, gli interessi sociali e le esperienze storiche rimangono essenziali. Il richiamo alla tradizione funziona come una scorciatoia cognitiva: ciò che appare familiare può essere percepito come stabile, mentre ciò che è nuovo può essere associato all’incertezza. Questa ipotesi deve essere verificata attraverso ricerche empiriche e fonti storiche specifiche. Non sarebbe corretto attribuire ai cittadini ungheresi del periodo una risposta psicologica uniforme, né dedurre le loro convinzioni politiche esclusivamente dalla struttura del linguaggio ufficiale. L’antropologia e la sociologia dell’arte permettono di esaminare la dimensione visiva dell’autorità. Monumenti, cerimonie, ritratti ufficiali, bandiere e rappresentazioni della nazione contribuiscono a organizzare la memoria collettiva. Il loro significato dipende dal contesto, dalla collocazione nello spazio pubblico, dai rituali nei quali vengono impiegati e dai gruppi sociali ai quali si rivolgono. La politologia dell’arte interroga la distribuzione della visibilità: chi viene rappresentato come incarnazione della comunità nazionale? Quali conflitti vengono esclusi dalle immagini ufficiali? Quali soggetti sono presentati come custodi dell’ordine? Queste domande consentono di studiare l’arte come campo di produzione del significato politico, senza ridurre ogni opera a propaganda. Nel caso ungherese, un’analisi di questo tipo deve partire da oggetti documentati: monumenti, manifesti, cerimonie pubbliche, discorsi e immagini effettivamente prodotti o utilizzati nel periodo. È metodologicamente scorretto trasferire automaticamente all’horthysmo le caratteristiche estetiche del fascismo italiano o del nazionalsocialismo tedesco. Le somiglianze fra regimi devono essere dimostrate attraverso fonti e contesti, non presupposte. Il concetto di normalizzazione permette di collegare il linguaggio alle pratiche amministrative. Una restrizione può essere presentata come requisito tecnico, una prerogativa esecutiva come strumento di stabilità, un’esclusione politica come misura di sicurezza. Attraverso la ripetizione delle procedure, decisioni contestabili possono acquisire l’apparenza di una normale amministrazione. L’analisi del testo giuridico deve procedere su tre livelli: il significato letterale della norma, le presupposizioni che sostengono la sua interpretazione e gli effetti prodotti dalla sua applicazione. Questa metodologia permette di comprendere come le forme giuridiche concorrano alla stabilizzazione dell’autoritarismo quando non vengono abolite tutte le istituzioni rappresentative.
Dalla validità alla responsabilità: una lettura conclusiva
La vicenda ungherese mostra che la continuità costituzionale non coincide con la continuità democratica. La Legge I del 1920 contribuì a costruire un nuovo ordinamento richiamandosi alla tradizione monarchica, mentre l’assenza del sovrano e l’istituzione della reggenza modificarono concretamente la struttura del potere. Come osservano gli studi sulla costituzione storica ungherese, la restaurazione fu un processo selettivo e incompleto, segnato dalle trasformazioni politiche seguite alla guerra e alle rivoluzioni del 1918-1919. Il pensiero di Gyula Moór offre strumenti per affrontare il rapporto fra norma, realtà sociale e valori. Non consente, allo stato delle fonti, di identificarlo come teorico giuridico ufficiale dell’horthysmo. La sua importanza risiede nella filosofia del diritto e nella riflessione sulla normatività, mentre l’individuazione degli ideologi costituzionali del regime richiede una ricerca storica specifica. Kelsen permette di distinguere l’analisi della validità dalla valutazione morale; Schmitt mette in evidenza il problema della decisione nello stato d’eccezione; la pragmatica chiarisce come il linguaggio istituzionale possa produrre effetti politici. Sociologia, neuroscienza e antropologia dell’arte ampliano la prospettiva, mostrando come l’autorità dipenda anche dalle aspettative collettive, dai processi cognitivi e dalle rappresentazioni pubbliche. La conclusione è semplice: un ordinamento non diventa democratico perché conserva leggi, parlamenti e procedure. Occorre verificare chi partecipa alle decisioni, che diritti vengono effettivamente garantiti, che controlli limitano l’esecutivo e quanto spazio rimane alla contestazione politica.
L’Ungheria di Horthy dimostra che la tradizione è in grado di diventare una risorsa di legittimazione e che la forma giuridica riesce a convivere con limitazioni sostanziali della partecipazione. Per comprenderne il funzionamento bisogna leggere insieme le norme, le istituzioni e i linguaggi che ne sostengono l’autorità. La questione decisiva rimane la distanza fra la legalità dichiarata e le libertà concretamente esercitabili.
