Identità di Laura Fanfani
Uno dei concetti più affascinanti nell’indagine filosofica è quello di IDENTITÀ. Quella che viene indicata nei nostri passaporti, nei nostri certificati di famiglia, quella a cui facciamo riferimento quando parliamo delle nostre origini, della nostra provenienza.
La parola identità etimologicamente deriva dal latino e vuol dire <<idem>> ossia <<ciò che è lo stesso>>. Seguendo questa logica, l’identità è ciò che fa sì che noi rimaniamo sempre gli stessi stessi nel corso della vita. Ma tutto ciò è davvero possibile? Per poter rispondere a questa domanda bisogna innanzitutto provare a rispondere ad un quesito precedente: chi sono io? Chi racconto di essere? Sono i tratti fisici che ci rendono riconoscibili agli altri o i nostri tratti caratteriali?
Quando ci viene chiesto di presentarci davanti ad altre persone, è come se nel nostro cervello si attivasse un radar, pronto ad individuare gli aspetti di noi che riteniamo più significativi. Ovviamente, le risposte cambiano in base al contesto in cui ci troviamo. Durante un colloquio di lavoro, tenderemo maggiormente a raccontarci attraverso le nostre esperienze lavorative o il percorso di studi intrapreso. Nell’intimità, invece, i contorni cambiano spesso e sono più confusi, le parole sembrano non bastare mai e, spesso, lasciano spazio alla frustrazione.
A molti sarà capitato di provare quell’insoddisfazione perché nulla sembra mai sufficiente per poterci definire, abbiamo sempre voglia di aggiungere qualcosa, di fornire quante più informazioni possibili, di trovare le parole giuste per completare il quadro. Questo accade perché è come se avessimo la pretesa che una fotografia possa testimoniare tutte le nostre espressioni. Un’immagine può cogliere un momento, ma non può contenere tutte le versioni della persona che ritrae. Ed ecco che, dopo aver detto tutto ciò che ci sembrava importante, rimane comunque la sensazione che manchi ancora qualcosa.
Ad altri, invece, sarà capitato di sentirsi prigionieri di un solo frammento della propria identità, come se quell’unico aspetto della loro storia rendesse tutto il resto secondario. Può accadere di lasciare che sia un episodio doloroso a definirci, un evento traumatico, un’infanzia difficile, un fallimento professionale o una delusione amorosa. Qualcosa che non siamo riusciti a superare e alla quale torniamo continuamente come se fosse l’unica cosa da raccontare di noi. Qualunque forma assuma, quel frammento finisce per occupare uno spazio sempre più grande, sottraendo visibilità a tutto ciò che siamo stati, che siamo e che potremmo ancora diventare. Perché, per quanto importante, nessun singolo episodio può esaurire la complessità di una persona.
Quel <<chi sono io?>> è tanto misterioso quanto molteplice e, che si cerchi di raccontare tutto in una volta, come se si volesse restituire una fotografia di noi stessi, o al contrario che si riduca tutto ad un elemento negativo, la difficoltà rimane la stessa. Per poterci orientare in questa ricerca, credo possa essere utile parlare del filosofo francese Paul Ricoeur.
Ricoeur ci prenderà per mano e cercherà di restituirci una mappa di noi stessi navigando fra due concetti chiave: medesimezza (mêmeté) e ipseità (ipséité). Partiamo dalla medesimezza: essa rimanda a ciò che in noi non cambia. Che si tratti delle nostre impronte digitali, della nostra morfologia, di alcuni tratti del nostro carattere oppure del DNA, attraverso la medesimezza costruiamo i nostri punti di riferimento. Rappresenta tutto ciò che ci rende riconoscibili, tutto ciò che permane nonostante il passare del tempo. Dalla medesimezza deriva anche quel curioso sentimento che proviamo quando rivediamo qualcuno dopo anni e, anche se invecchiato o cresciuto, lo riconosciamo subito perché nel suo comportamento o nelle sue espressioni vi è qualcosa di familiare che ci fa dire o pensare “non sei cambiato”.
Questa lista di nostri elementi immutabili, però, secondo Ricoeur, è solo una parte di noi, ed è a questo punto che la sua tesi si fa interessante. Qui entra in gioco il concetto di ipseità contrapposto a quello di medesimezza. A differenza di un oggetto che ha una forma ed un uso pressoché prestabiliti e costanti (per esempio possiamo fare molte cose con un mestolo da cucina, ma nella maggior parte dei casi il suo uso rimane comunque limitato), noi siamo l’opposto perché continuiamo a mutare.
Anche se alcuni comportamenti rimangono ben radicati, cambiamo attraverso gli eventi, gli incontri, le diverse tappe della nostra vita. Basta pensare ai bambini che eravamo e agli adulti che siamo diventati. I nostri tratti somatici possono conservare una certa somiglianza con quelli di allora, ma nel frattempo sono cambiate le nostre idee, le nostre abitudini, i nostri gusti e le persone che abbiamo accanto.
Talvolta la distanza tra ciò che eravamo e ciò che siamo diventati è così grande che, guardandoci indietro, facciamo persino fatica a riconoscerci. Eppure continuiamo ad utilizzare il termine <<Io>> per definirci. Come è possibile? Come viene garantito questo filo conduttore?
La risposta ha il nome di ipseità. Per Ricoeur l’identità è composta quasi interamente da questi due aspetti: una parte fissa chiamata la medesimezza e una parte dinamica chiamata l’ipseità. Ma è quest’ultima, paradossalmente, a garantirci di non diventare estranei a noi stessi.
L’ipseità ci permette di accogliere tutti i nostri cambiamenti e di riconoscerli come parte della nostra storia. La flessibilità che caratterizza l’ipseità presuppone però la continuità della medesimezza.
Vale a dire che possiamo continuare a dire sempre «Io» anche mentre cambiamo perché, attraverso le trasformazioni della vita, conserviamo la possibilità di riconoscerci e di sentirci fedeli a noi stessi.
Quindi, in realtà l’identità non è qualcosa di statico, ma nemmeno un insieme di frammenti slegati tra loro. Ecco perché non possiamo ridurci a un singolo dettaglio, né pretendere di raccontarci una volta per tutte.
E non è finita qui: tra questo nucleo duro della medesimezza, che non cambia, e la flessibilità dell’ipseità, che non smette di trasformarsi, Ricoeur costruirà un ponte tra le due nozioni, rendendole perfettamente complementari. Questo ponte lo chiamerà identità narrativa.
Esso appare per la prima volta nella sua opera “Tempo e racconto” e si fonda sull’idea che l’identità, in fondo, possa andare ancora oltre la medesimezza e l’ipseità. Forse l’identità, alla fine, è ciò che desideriamo raccontare di noi stessi.
Ed è proprio qui che si trova l’unica domanda veramente valida, una domanda molto più pertinente del «chi sono?». E cioè : «quale racconto desidero fare della mia vita?». Ma attenzione: non si tratta di costruire una versione idealizzata della nostra vita, né di inventare una storia diversa da quella che abbiamo vissuto.
Si tratta piuttosto di chiederci: «che cosa desideriamo raccontare di noi e che cosa no? ». Un po’ come fa un narratore, possiamo scegliere da quale punto cominciare, quali passaggi approfondire e quali connessioni mettere in luce.
Non siamo soltanto il luogo in cui siamo nati, o un tratto del carattere che ci è stato attribuito, né l’episodio che più ci ha segnati, al contrario quando prendiamo in mano il racconto della nostra vita, ce ne appropriamo e ne assumiamo la responsabilità.
È qui che il racconto diventa uno spazio di possibilità. Possiamo riconoscere i nostri fallimenti senza trasformarli nell’unica misura del nostro valore; accettare ciò che ci è mancato senza lasciare che definisca tutto ciò che potremo avere; guardare alle ferite senza essere costretti a raccontarci sempre e soltanto attraverso di esse.
Cambiare racconto, dunque, non significa riscrivere il passato, ma scegliere il posto che gli assegniamo nella nostra storia e, soprattutto, proiettarci verso il nostro futuro perché proprio questa apertura ci permette di continuare a scrivere, senza essere obbligati a rimanere fedeli per sempre a una versione passata di noi stessi.
Ovviamente, nessun racconto potrà mai essere completamente definitivo, dal momento che continuiamo a cambiare, incontriamo nuove persone, attraversiamo esperienze impreviste e scopriamo parti di noi che ancora non conoscevamo. Tuttavia, sarà quello che ci corrisponde in quel determinato momento. In fin dei conti, l’identità personale si costituisce attraverso il susseguirsi delle narrazioni che produce.
Forse, allora, il compito che ci aspetta non è trovare una definizione definitiva di noi stessi, ma imparare a narrare noi stessi in modo inedito abbracciando la complessità e lasciando spazio a ciò che ancora possiamo diventare.
LAURA FANFANI
