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La specie che si autoassolve di Francesco D’Angiò

Ci sono domande che sembrano troppo grandi per entrare in una giornata normale. Le incontriamo magari leggendo un libro, dopo una notizia particolarmente feroce, oppure in uno di quei momenti in cui la vita rallenta abbastanza da lasciare affiorare qualcosa che di solito resta sotto. Poi il telefono squilla, bisogna andare al lavoro, fare la spesa, accompagnare qualcuno da qualche parte, pagare una bolletta. La domanda ritorna nel punto da cui era venuta. Una di queste potrebbe essere formulata così: siamo davvero convinti che l’essere umano sia quanto di meglio potesse accadere a questo pianeta?

Siamo abituati a rispondere senza nemmeno accorgerci di averlo fatto. La risposta è già contenuta nel modo in cui raccontiamo la nostra storia. Parliamo di progresso, di civiltà, di sviluppo, di conquista della conoscenza. Descriviamo l’evoluzione quasi fosse una lunga strada che, attraverso tentativi e deviazioni, avesse trovato nell’uomo una specie di approdo. È una rappresentazione potente, rassicurante. Ed è soprattutto una rappresentazione costruita da noi. Questo particolare dovrebbe almeno insospettirci.

Che l’essere umano possieda caratteristiche straordinarie è fuori discussione. Ha imparato a pensare ciò che non vede, a ricordare persone morte da millenni, a immaginare cose che ancora non esistono. Ha inventato alfabeti, sonde spaziali, antibiotici, sinfonie. Sa ricostruire la storia di una stella osservandone la luce, può operare un cuore, scrivere una poesia per qualcuno che non incontrerà mai. Di fronte a tutto questo viene naturale pensare che sì, qualcosa di eccezionale sia accaduto. La difficoltà comincia quando da “eccezionale” passiamo a “migliore”. Sono parole molto diverse.

L’evoluzione non contiene in sé una classifica morale delle specie. Che siamo riusciti a imporci su gran parte degli ambienti terrestri dice molto sulla nostra capacità di adattamento, sull’intelligenza, sull’organizzazione sociale. Dice molto meno sul nostro valore. Siamo stati noi a trasformare il successo della nostra specie nella prova della sua superiorità.

Forse dietro questa certezza sopravvive, in una forma molto più sofisticata, quella spinta alla conservazione che riconosciamo in molte forme della vita. Vogliamo continuare a esistere. L’uomo, però, sembra avere aggiunto un passaggio: non desidera soltanto sopravvivere, sente anche il bisogno di pensare che sia bene che esista. Una necessità vitale si trasforma così in una giustificazione morale. Vogliamo vivere, dunque la nostra presenza deve avere un valore. Ma non è detto che le due cose coincidano.

Questo passaggio è tanto radicato che quasi non lo vediamo. È naturale preoccuparsi del mondo che lasceremo ai nostri figli, delle condizioni nelle quali potranno vivere, dell’aria che respireranno. Molto più raramente ci domandiamo quanto del nostro rapporto con le altre forme di vita continui a dipendere dalla loro utilità per noi. Se ci nutrono, se ci minacciano, se possono essere allevate, sfruttate, protette, eliminate. Perfino la protezione nasce spesso da un criterio di valore stabilito dall’uomo.

Forse è inevitabile vedere il mondo dal punto in cui siamo. Più difficile è accorgersi che quel punto di osservazione non coincide necessariamente con il centro. Se avessimo davvero il coraggio di mettere su una bilancia ciò che la nostra specie ha prodotto, il problema apparirebbe immediatamente. Su un piatto dovremmo mettere la cura, l’arte, la conoscenza, l’amore, la capacità di sacrificarsi per qualcuno, le vite salvate, la bellezza costruita in secoli di lavoro. Sull’altro le guerre, la tortura, lo sterminio, la schiavitù, la distruzione deliberata, la fame usata come strumento di potere, la devastazione di ambienti dai quali dipendiamo, la sofferenza provocata sapendo di provocarla. La bilancia, però, avrebbe qualcosa di assurdo.

Come si pesa una poesia contro una città rasa al suolo? Quante vite salvate servono per compensarne una tolta consapevolmente? Una scoperta scientifica può riscattare la distruzione di un popolo? Una madre che si getta in acqua per salvare un bambino compensa da qualche parte chi un bambino lo ha ucciso? Probabilmente la domanda stessa è sbagliata.

Ci consola pensare che il male sia in qualche modo controbilanciato dal bene. È una delle narrazioni attraverso le quali riusciamo a tollerare l’immagine che abbiamo di noi stessi. L’uomo è terribile, diciamo, però sa essere meraviglioso. Distrugge e ricostruisce. Alla violenza oppone la pietà, all’orrore la solidarietà, alla morte la cura. Tutto questo è vero. Da qui, però, non discende che una cosa giustifichi l’altra.

Il bene non ha bisogno del male per essere bene. Una persona che salva uno sconosciuto non rende meno grave la sofferenza inflitta altrove. Le due realtà possono abitare la stessa specie senza costituire una compensazione. Forse dovremmo smettere proprio di cercarla, questa compensazione, perché ogni volta che tentiamo di far quadrare i conti finiamo per trasformare il dolore in una cifra e la bontà in una specie di credito morale accumulato dall’umanità. Non esiste una cassa comune nella quale il bene versato da qualcuno possa estinguere il male compiuto da un altro.

Eppure l’idea resiste. Ci permette di pronunciare una frase alla quale ricorriamo spesso: l’uomo è fatto così. Capace delle cose peggiori e delle migliori. È una constatazione ragionevole, finché non diventa un rifugio. Perché dentro quel “fatto così” può nascondersi una rassegnazione molto comoda. Se bene e male vengono assunti come i due esiti inevitabili della nostra natura, il rischio è considerarli entrambi parte di un ordine al quale non possiamo sottrarci. Alla fine l’orrore entra nel paesaggio. Forse è proprio qui che la nostra immagine comincia a incrinarsi.

La coscienza, la capacità di anticipare le conseguenze delle azioni e di riconoscere il dolore dell’altro fanno parte da sempre del racconto che l’uomo costruisce della propria eccezionalità. Possiamo immaginare ciò che potrebbe accadere prima che accada, giudicare un’azione mentre la stiamo compiendo, sapere che avremmo potuto scegliere diversamente. È una facoltà enorme. Proprio per questo non può funzionare soltanto come titolo di merito. La coscienza introduce la responsabilità.

Un terremoto distrugge senza conoscere la distruzione. Noi possiamo prevedere, organizzare, calcolare. Possiamo costruire una conseguenza nel tempo, dividerla in passaggi, assegnare compiti diversi affinché ciascuno ne veda soltanto una parte. Possiamo perfino trovare parole capaci di rendere sopportabile ciò che, detto nella sua forma più semplice, ci apparirebbe intollerabile. Ed è forse una delle nostre capacità più inquietanti: saper mettere distanza fra l’azione e ciò che l’azione produce.

Una decisione diventa procedura. Una persona diventa numero. Una sofferenza può diventare effetto collaterale, costo necessario, conseguenza inevitabile. Il linguaggio, che ci ha permesso di scrivere poesie e dire “ti amo”, può anche diventare il luogo nel quale la realtà perde lentamente il proprio nome. La stessa facoltà che invochiamo quando parliamo della nostra grandezza può allora pesare contro di noi. Perché sapere cambia tutto. O dovrebbe cambiarlo.

È qui che incontriamo una delle contraddizioni più difficili. Oggi possiamo conoscere le conseguenze delle nostre azioni con una rapidità e una quantità di informazioni che in altre epoche erano impensabili. Disponiamo di archivi, immagini, testimonianze. Conosciamo molti dei meccanismi attraverso i quali una società può abituarsi all’ingiustizia. Sappiamo come una persona possa essere progressivamente ridotta alla categoria cui appartiene, come la paura restringa lo spazio di ciò che siamo disposti a concedere agli altri, quanto il linguaggio contribuisca a rendere accettabile ciò che prima non lo era. Sappiamo molto. Eppure tra il sapere e il cambiare continua ad aprirsi uno spazio enorme.

Forse è proprio questo spazio che dovremmo osservare, più ancora dell’ignoranza. L’ignoranza consente almeno l’illusione che conoscere basti. Una volta riconosciuto il male, pensiamo, sapremo evitarlo. La storia ci ha dato motivi per essere meno sicuri.

Dopo le grandi catastrofi costruiamo memoria. Pronunciamo parole solenni, fissiamo anniversari, innalziamo monumenti, insegniamo ai figli ciò che è accaduto. Diciamo “mai più”. Poi il tempo passa.

Cambiano i luoghi, le uniformi, le parole usate per indicare il nemico. Cambiano le ragioni addotte. Compare una nuova necessità, una paura diversa, una situazione che viene dichiarata eccezionale. E ciò che sembrava definitivamente escluso può tornare, poco alla volta, nel campo delle possibilità. A volte viene da pensare che il nostro “mai più” significhi soltanto: mai più esattamente in quella forma.

Il passato viene riconosciuto anche perché è passato. Ci riesce più facile condannare ciò che possiede ormai una data, un luogo preciso, responsabilità ricostruite, conseguenze visibili. Il presente è più difficile. Ha contorni incerti, interessi in corso, appartenenze. Ci coinvolge. Esige che giudichiamo mentre le cose stanno accadendo, quando la storia non ha ancora ordinato i fatti per noi. È allora che la memoria dovrebbe mostrare la propria utilità.

Se serve soltanto a riconoscere il male dopo che ha assunto la forma con la quale abbiamo imparato a identificarlo, resta commemorazione. Necessaria, ma insufficiente. La memoria comincia a incidere sul futuro quando ci permette di riconoscere un principio anche sotto sembianze diverse. Questo è forse uno dei fallimenti più difficili da ammettere: la fatica di trasformare la conoscenza del male in un limite abbastanza stabile da resistere al mutare delle convenienze.

Abbiamo imparato moltissimo. Non è affatto certo che ciò che abbiamo imparato ci abbia cambiati nella stessa misura. Sappiamo che cosa può accadere quando una categoria finisce per contare più della persona che contiene. Abbiamo visto fin dove può arrivare l’obbedienza, quanto facilmente la paura possa trasformarsi in autorizzazione, quanto rapidamente l’abitudine renda ordinario ciò che poco tempo prima sarebbe sembrato inaccettabile.

E tuttavia continuiamo spesso a riservarci il diritto di stabilire se, nel nostro caso particolare, quelle lezioni debbano valere fino in fondo. È qui che l’autoassoluzione diventa qualcosa di più di una debolezza morale. Diventa un modo per conservare intatta l’immagine che abbiamo di noi stessi.

Molti dei problemi che poi ci mobilitiamo a risolvere nascono dalle nostre stesse azioni. Produciamo condizioni che richiedono riparazione, inventiamo strumenti dei quali dobbiamo successivamente limitare l’uso, deterioriamo ambienti che siamo costretti a proteggere. E quando qualcuno dedica la propria vita a soccorrere le vittime di ciò che altri uomini hanno prodotto, siamo giustamente capaci di riconoscerne la grandezza.

Quel soccorso resta necessario e spesso magnifico. Una vita salvata non vale meno perché qualcun altro l’ha messa in pericolo. Ma esiste un momento nel quale dovremmo avere il coraggio di domandarci perché abbiamo così tanto bisogno di essere salvati da noi stessi.

La questione diventerebbe insopportabile se restasse soltanto a questo livello. Perché “l’umanità” è una parola comoda. È immensa, astratta, lontana. Possiamo attribuirle ogni colpa senza sentirci chiamati in causa. L’umanità fa le guerre. L’umanità distrugge. L’umanità ripete i propri errori. Noi, nel frattempo, dobbiamo arrivare alla fine del mese. Ed è vero.

Le persone vivono dentro problemi molto più vicini. Cercano un lavoro, crescono figli, assistono genitori anziani, affrontano malattie, rate, solitudini. Desiderano qualche giorno di vacanza dopo un anno pesante. Vorrebbero cambiare macchina, comprare una casa, concedersi un televisore migliore. Per chi ci vive dentro, non sono questioni piccole. Una famiglia può impiegare anni di sacrifici per raggiungere ciò che dall’esterno appare una semplice comodità.

Il rischio sarebbe guardare quella vita dall’alto e rimproverarla perché non pensa abbastanza al destino della specie. Sarebbe ingiusto, oltre che inutile. Il punto è che le grandi domande non abitano sopra la vita quotidiana. Abitano sotto.

La vita che conduciamo ogni giorno contiene già un’idea di essere umano, anche quando non abbiamo mai provato a formularla. La contiene nel modo in cui consideriamo chi non può esserci utile, nell’importanza che attribuiamo al possesso, nella quantità di sofferenza lontana che riusciamo a ignorare purché la nostra normalità rimanga intatta. Sta nel modo in cui parliamo di chi appartiene a un gruppo diverso dal nostro, nel valore che assegniamo alla forza, alla competizione, al successo, alla fragilità.

Sta anche nelle cose più piccole, quelle che non finiscono nei libri di storia. Nella facilità con cui accettiamo un’ingiustizia perché opporvisi ci complicherebbe la giornata. Nel modo in cui trattiamo una persona quando non abbiamo niente da guadagnarci. Nella distanza fra quello che diciamo di ritenere giusto e ciò che siamo disposti a perdere perché lo sia davvero. È in quella distanza che i grandi principi mostrano quanto valgono. Abbiamo vite codificate.

Nascere, crescere, studiare, trovare un lavoro. Se possibile innamorarsi, costruire una famiglia, comprare qualcosa che testimoni che le cose stanno andando discretamente. Concedersi una vacanza. Arrivare alla vecchiaia con abbastanza sicurezza da non avere paura del giorno dopo.

Non c’è nulla di spregevole in questo. Può esserci amore, sacrificio, responsabilità. Può esserci molta felicità. E sarebbe una strana idea dell’uomo quella che gli chiedesse di vivere perennemente sotto il peso delle tragedie del mondo. Il problema nasce quando quel percorso occupa tutto l’orizzonte.

Quando smettiamo di chiederci da dove provengano le cose che desideriamo, quale sistema le renda possibili, chi ne sopporti il costo. Quando chiamiamo inevitabile ciò che abbiamo semplicemente trovato già lì. Quando il funzionamento della nostra giornata diventa, senza che ce ne accorgiamo, il criterio con cui misuriamo ciò che siamo disposti a vedere.

C’è forse qualcosa di profondamente umano anche in questo restringimento dello sguardo. Per vivere dobbiamo selezionare, dimenticare, lasciare fuori una quantità enorme di dolore. Nessuno riuscirebbe a fare colazione pensando contemporaneamente a tutte le persone che in quello stesso momento stanno soffrendo.

La questione non è vivere in uno stato permanente di colpa. È impedire che la necessità di proteggerci diventi indifferenza organizzata. Forse basterebbe conservare una piccola frattura nella normalità. Uno spazio nel quale qualcosa continui a disturbare. Quello che considero normale, lo è davvero?

La domanda sembra modesta. Può diventare molto scomoda. Perché una parte enorme della storia è stata attraversata da persone convinte di vivere normalmente. Uomini e donne che lavoravano, mangiavano, si occupavano dei figli, si innamoravano, facevano progetti per l’estate successiva. La storia non è abitata soltanto dai carnefici e dagli eroi. La sua materia più vasta è composta da persone comuni che, mentre gli eventi si preparavano intorno a loro, continuavano a vivere. Questo non le rende automaticamente colpevoli. Sarebbe troppo semplice distribuire responsabilità retroattive a chiunque abbia attraversato un tempo oscuro.

Ci obbliga però a riconoscere qualcosa che preferiremmo evitare: alcune forme di male collettivo non richiedono una società popolata interamente da persone malvagie. Possono crescere anche dentro una società occupata, stanca, impaurita, distratta, desiderosa soprattutto di continuare la propria vita. È questo che rende la responsabilità tanto difficile da circoscrivere.

Non possiamo attribuire al singolo individuo tutto ciò che accade nel mondo. Possiamo però chiederci quanta parte della realtà diventi possibile quando un numero enorme di persone, comprensibilmente assorbite dalla propria esistenza, smette di guardare oltre il perimetro immediato. Ed è qui che la riflessione sui massimi sistemi torna a bussare alla porta di casa.

Il modo in cui una civiltà concepisce l’uomo tende a filtrare nel linguaggio delle persone, nei loro desideri, nelle paure, nelle cose che trovano normali. Il movimento avviene anche nella direzione opposta: una moltitudine di piccole accettazioni quotidiane può contribuire a consolidare ciò che un giorno chiameremo sistema. Forse il punto di non ritorno comincia proprio qui.

Siamo abituati a immaginarlo nelle grandi dichiarazioni pronunciate dopo che un limite è stato oltrepassato. Una guerra, uno sterminio, una catastrofe costringono a stabilire che qualcosa non dovrà ripetersi. Si costruiscono regole, trattati, memorie comuni.

Ma un confine collettivo difficilmente resiste se non entra anche nella cultura ordinaria. Deve diventare qualcosa che una società riconosce senza doverlo ridiscutere ogni volta da capo. Un limite che continua a valere quando rispettarlo costa, quando sarebbe più conveniente sospenderlo, quando la persona alla quale dovrebbe applicarsi ci è estranea o perfino ostile.

Altrimenti non abbiamo costruito un limite. Abbiamo espresso una preferenza. È questa, forse, la parte più difficile. Un principio morale mostra la propria consistenza quando continua a valere anche per chi non avremmo spontaneamente scelto di proteggere. Se dipende soltanto dalla vicinanza, dalla somiglianza, dall’appartenenza, rimane esposto alle circostanze. E ciò che viene continuamente rimesso alle circostanze può essere ridiscusso appena le circostanze cambiano.

Il punto di non ritorno dovrebbe contenere qualcosa di irrevocabile. Non perché l’uomo diventi incapace di violarlo. Sarebbe un’illusione. La vera svolta avverrebbe se la violazione non potesse più essere trasformata ogni volta in una possibilità legittima attraverso una nuova giustificazione.

Qui non si tratta di immaginare un’umanità finalmente buona. Sarebbe un’altra delle storie rassicuranti che ci piace raccontarci. Si tratta di diventare capaci di rinunciare a qualcosa che potremmo fare. Forse la civiltà dovrebbe essere misurata anche da questo: dalle possibilità alle quali sappiamo rinunciare dopo averne conosciuto le conseguenze.

Abbiamo passato millenni ad ampliare ciò che siamo capaci di fare. Molte delle nostre conquiste sono state vissute, comprensibilmente, come un’espansione della libertà umana: andare più lontano, produrre di più, intervenire sulla materia, sulla vita, sul pianeta.

La domanda che ci aspetta potrebbe essere un’altra: che cosa siamo ormai capaci di non fare? È molto meno esaltante. Non produce monumenti con la stessa facilità. La rinuncia lascia poche tracce, perché ciò che decidiamo di non fare non accade. Eppure potrebbe essere una delle forme più alte della responsabilità: possedere una forza e accettare di limitarla, avere una possibilità e riconoscere che non tutto ciò che è possibile debba per questo entrare nel mondo. Sarebbe una prova severa della nostra intelligenza.

Sapere che una strada conduce verso qualcosa che abbiamo già conosciuto e decidere di chiuderla davvero, senza attendere la prossima emergenza per convincerci che questa volta sia diverso. Abbiamo memoria. Abbiamo conoscenza. Abbiamo una straordinaria capacità di analizzare i nostri fallimenti.

Ciò che ancora non siamo riusciti a rendere stabile è la loro irreversibilità. Prendere atto dovrebbe significare questo. Non fermarsi alla constatazione che il passato è stato terribile. Significa sottrarre qualcosa al futuro. Dire: questo è accaduto, ne conosciamo le conseguenze, dunque non può tornare a essere una possibilità tra le altre. È una richiesta enorme, probabilmente sproporzionata rispetto alla storia che abbiamo alle spalle. E forse ciò che inquieta maggiormente è il sospetto che non ne saremo mai capaci fino in fondo. Che continueremo a conoscere, ricordare, condannare e poi, davanti a condizioni nuove, a riaprire la discussione. Se fosse così, il nostro limite più grave non sarebbe l’incapacità di distinguere il bene dal male. Sarebbe l’incapacità di lasciarci cambiare definitivamente da ciò che abbiamo compreso.

Perché autoassolversi non significa soltanto negare le proprie colpe. Esiste una forma molto più sottile di assoluzione: riconoscere ciò che abbiamo fatto e continuare, nello stesso tempo, a concederci la possibilità di rifarlo, persuasi che le circostanze siano cambiate abbastanza da renderlo nuovamente discutibile. È qui che la domanda iniziale ritorna. L’essere umano è davvero quanto di meglio potesse capitare alla Terra?

Forse non possediamo uno strumento per rispondere. Siamo parte in causa. Abbiamo scelto i criteri, attribuito i valori, costruito il tribunale e occupato il banco del giudice. Potremmo però smettere almeno di considerare l’assoluzione come la sentenza naturale. Non sappiamo se siamo la migliore possibilità prodotta dalla vita. Sappiamo di essere una specie capace di incidere sul pianeta in misura enorme e, nello stesso tempo, di interrogare sé stessa. Proprio questa capacità rende sempre più difficile rifugiarsi nell’inconsapevolezza.

Forse la grandezza dell’uomo, ammesso che abbia ancora senso cercarla, non si misura soltanto da ciò che è riuscito a portare nel mondo. Dovremmo cercarla anche in ciò che, dopo averne conosciuto il prezzo, saprà finalmente lasciare fuori. Perché arriva un momento in cui prendere coscienza dovrebbe significare perdere per sempre qualche possibilità. Altrimenti abbiamo soltanto ricordato.

FRANCESCO D’ANGIÒ

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