L’ontologia critica della fisiologia giuridica: letteratura, criminologia e pragmatica del diritto in Jakob Moleschott di Ivan Pozzoni
Genesi evolutiva del materialismo socio-giuridico e fondamenti archivistici
La parabola teorica di Jakob Moleschott (1822-1893) incarna il momento di rottura in cui la fisiologia clinica ottocentesca travalica la pura indagine di laboratorio per farsi teoria del diritto e critica delle istituzioni punitive. Allievo ad Heidelberg di maestri della micro-anatomia come Friedrich Tiedemann, Theodor Bischoff e Friedrich Gustav Jakob Henle, Moleschott matura una rigorosa consapevolezza metodologica ed epistemica, dove l’uso del microscopio acquisisce una carica eversiva opposta alla metafisica giuridica tradizionale. Nel frammento autobiografico dedicato alla giovinezza, lo scienziato olandese individua la genesi dell’integrazione tra riflessione speculativa ed evidenza empirica: «Io volevo studiare medicina e lo dovevo, peró non potevo abbandonare la filosofia. […] Fu per me evidente che ogni mia ora dedicata alla filosofia doveva approfondire le mie basi della medicina». L’assimilazione dell’antropologia feuerbachiana e il serrato dialogo con la sinistra hegeliana spingono Moleschott a considerare la materia organica quale perno di ogni sovrastruttura etica e normativa. Nel Trattato dell’alimentazione, per il popolo (1850), l’analisi della sostanza nutritiva si traduce direttamente in rivendicazione di giustizia sociale e ridefinizione dei diritti dei lavoratori: «Soltanto se prospera l’operaio, può prosperare il lavoro. Ed il padrone che dà scarso nutrimento ai suoi operai perde più forza delle loro braccia di quanto gli costino i mezzi d’alimento». La tesi contiene, in forma fisiologico-economica, il nucleo di quella successiva giuridificazione della questione operaia che troverà una sistemazione organica nel socialismo giuridico di Anton Menger. Se per Moleschott la disponibilità di materia nutritiva costituisce la condizione concreta della capacità produttiva dell’operaio, per Menger questa dipendenza materiale deve essere tradotta in diritti economici fondamentali, capaci di incidere sulla distribuzione della ricchezza e sull’organizzazione del lavoro. Non casualmente, in Droit au produit intégral du travail, Menger individua tre diritti destinati a ridefinire l’ordinamento sociale: il diritto al prodotto integrale del lavoro, il diritto all’esistenza e il diritto al lavoro. La formula è esplicita: «Dès que l’on reconnait comme juste cette proposition qu’à chaque ouvrier est dû le produit intégral de son travail, il en résulte ce premier droit économique fondamental, le droit au produit intégral du travail» (Le droit au produit intégral du travail. Étude historique, V. Giard et E. Brière, 1900, 8). Il fondamento epistemologico della sua dottrina trova la massima consacrazione nell’opus magnum La circolazione della vita (1852). Contestando l’impostazione provvidenzialistica e dogmatica di Justus Liebig, Moleschott fonda una fisiologia del diritto in cui la norma deve conformarsi alle eterne proprietà della materia: «La vita non è il risultato di una speciale forza; è piuttosto uno stato della materia, basato sopra eterne proprietà». La radicalità di questa impostazione anticipa, sul piano metodologico, il successivo progetto di naturalizzazione della filosofia del diritto: come osserva Brian Leiter, «a naturalized philosophy of law, aiming to describe the reality of legal phenomena, should, it seems, eschew such methods as well» (Naturalizing Jurisprudence: Essays on American Legal Realism and Naturalism in Legal Philosophy, Oxford University Press, 2007, 183). L’immanenza del Stoffwechsel (il ricambio materiale) demistifica il concetto di colpa metafisica e di libero arbitrio astratto. La responsabilità individuale, il crimine e la pena vengono ricondotti alla struttura neuro-cerebrale e alle determinazioni ambientali. Nel medesimo testo, Moleschott traccia la celebre equivalenza tra fisiologia corporea e ordinamento giuridico-statale: «Come lo scambio molecolare si può misurare […] dal numero dei globuli sanguigni […] così nei corpi dello Stato gli scambi si possono valutare pelle celeritá con cui le monete passano dall’una all’altra mano». Costretto all’esilio dalle autorità bavaresi e del Baden a causa della carica eversiva dei suoi scritti, Moleschott trova rifugio a Zurigo, dove stringe una profonda intesa intellettuale con Francesco De Sanctis. Nel frammento autobiografico Per gli amici miei, lo scienziato rievoca l’impatto critico delle lezioni desanctisiane sull’Ariosto tenute sul ponte del Limmat, definendole «singolari, indimenticabili lezioni». Nel 1861, la chiamata di De Sanctis alla cattedra di Torino sancisce l’ingresso di Moleschott nel dibattito risorgimentale e post-unitario. Nominato Senatore del Regno nel 1876, lo scienziato promuove una visione dell’ordinamento fondata sulla tutela dell’igiene pubblica, la riforma della sanità e la laicizzazione delle istituzioni dell’istruzione. Nelle riletture contemporanee comprese tra il 2000 e il 2026, la figura di Moleschott è riconosciuta come un nodo cruciale per comprendere la genesi del pensiero biopolitico e la critica del diritto moderno. Giorgio Cosmacini ne Il medico materialista (Laterza, 2005, VIII) evidenzia l’attualità della sua prospettiva, intesa come «ammaestramento alla consapevolezza dell’insorgenza naturale dell’uomo secondo un processo in cui la spontaneità biologica coincide con la necessità biofisica e biochimica». Massimo Bucciantini in Esperimento e storia (Einaudi, 2018, 112) osserva che «il materialismo di Moleschott si trasforma in una prassi politica della scienza, in cui il laboratorio diviene il luogo primario di smantellamento dei dogmi sociali». Laura Sebastiani ne La materia pensante (Carocci, 2021, 45) rileva che «il riduzionismo moleschottiano non elimina la soggettività, ma la trasla all’interno dell’interazione energetica con l’ambiente circostante». Roberto Esposito in Pensiero vivente (Einaudi, 2010, 89) mostra come «il paradigma biopolitico italiano trovi in Moleschott l’anello di congiunzione tra la fisiologia germanica e la costruzione dello Stato unitario». Infine, Telmo Pievani ne L’imperfezione (Raffaello Cortina, 2019, 201) definisce l’opera di Moleschott come «la transizione tra l’anti-finalismo di matrice romantica e la piena assimilazione della rivoluzione darwiniana nell’Europa meridionale».
Analisi critica dei meccanismi testuali: Law and Literature, neuroscienze e politologia dell’arte
L’esame della fortuna critica di Moleschott attraverso le lenti della Law and Literature e della pragmatica analitica rivela la presenza di un articolato dispositivo retorico volto a de-costruire l’astrattezza del discorso giuridico tradizionale. Nei suoi scritti scientifici e nei suoi interventi parlamentari, la modalità espositiva alterna costantemente l’expositio clinica e il registro performativo della predicatio ideologica. I termini in lingua originale – quali Stoffwechsel (ricambio materiale), Kreislauf des Lebens (circolazione della vita), Gehirn (cervello) e Rechtsbegriff (concetto del diritto)- operano come vettori di eversione semantica. Moleschott decodifica il testo normativo non come un sistema dogmatico chiuso, ma come un ‘fatto letterario’ imbevuto di finzioni metafisiche che devono essere smantellate attraverso la critica sensistica. Nel solco dell’antropologia e della sociologia dell’arte, la prosa moleschottiana utilizza l’analogia organica come strumento di rappresentazione dello spazio pubblico. Trasponendo il metabolismo corporeo nel funzionamento delle leggi e dei flussi economici, l’autore dimostra che il crimine e la devianza non costituiscono rotture d’origine trascendente o peccati morali, sono alterazioni del ricambio materiale causate dall’ingiustizia sociale e dalla malnutrizione. Il diritto, spogliato della sua aura sacrale, rivela la sua natura di sovrastruttura tecnica destinata a regolare il bilancio energetico delle classi subalterne. Una simile torsione materialistica trova un interessante comparandum nell’antropologia giuridica contemporanea: Emilie Cloatre, applicando l’Actor-Network Theory allo studio del diritto, invita infatti a ripensare il sociale come «relational, heterogeneous, and fluid», sottolineando il ruolo della materialità nella costituzione dei fenomeni socio-giuridici («Law and ANT (and its Kin): Possibilities, Challenges, and Ways Forward», in Journal of Law and Society, 2018). Sul piano delle neuroscienze e della politologia dell’arte contemporanee, le intuizioni di Moleschott svelano un’eccezionale prescienza nei confronti dell’atto normativo. Riducendo le funzioni cognitive e la volontà (Wille) a proprietà emergenti dell’attività cerebrale (Gehirn), Moleschott anticipa i correnti indirizzi della neuro-law e dell’embodied cognitivism. L’opera d’arte e il testo giuridico perdono l’attributo della trascendenza ideologica per diventare prodotti dell’interazione fisica tra il corpo biologico e l’ambiente circostante. La responsabilità penale si sposta dal dogma della retribuzione astratta al modello empirico della difesa sociale e della prevenzione sanitaria, prefigurando il definitivo superamento del dualismo cartesiano nel campo del diritto e delle scienze umane. Il nesso fra determinazione neurobiologica e responsabilità normativa è tuttavia più problematico: Stephen J. Morse, studiando il rapporto fra scienze del cervello, agency e diritto penale, sostiene che il determinismo causale degli stati mentali non renda incompatibile la responsabilità giuridica, poiché quest’ultima può fondarsi sulla capacità dell’agente di rispondere alle ragioni («The Inevitable Mind in the Age of Neuroscience», in Dennis Patterson, Michael S. Pardo [a cura di], Philosophical Foundations of Law and Neuroscience, Oxford University Press, 2016, 29–50).
Sintesi dei concetti e portata storica
La figura di Jakob Moleschott si rivela decisiva per comprendere come il metodo scientifico riesca a trasformare la teoria del diritto sottraendola alla tradizionale autosufficienza metafisica e riconducendola alle condizioni concrete dell’esistenza umana. La sua importanza non consiste nell’aver anticipato in forma compiuta la criminologia positivistica, la neuro-law o le contemporanee teorie materialistiche della normatività, sta nell’avere imposto una torsione epistemologica destinata a modificare il modo stesso di concepire il rapporto fra individuo, società e norma. Se la vita è un processo materiale, regolato da scambi, trasformazioni e condizioni fisiologiche, anche l’essere umano deve essere studiato entro la rete concreta dei rapporti che ne determinano la possibilità di nutrirsi, lavorare, conservarsi in salute e agire. Il diritto, conseguentemente, non deve essere separato dalle condizioni materiali alle quali si rivolge. Nutrizione, lavoro, salute, povertà e ambiente acquistano una rilevanza giuridica indiretta perché costituiscono le condizioni empiriche entro cui libertà, responsabilità e capacità d’azione possono concretamente manifestarsi. Il passaggio dalla fisiologia moleschottiana alla teoria del diritto diviene evidente quando si osserva la successiva riflessione italiana sul positivismo penale. Mario Calderoni, ricostruito da Ivan Pozzoni, individua nel conflitto fra scuola classica e scuola positiva una contrapposizione fondamentale fra libero arbitrio e causalità, nonché fra retribuzione e difesa sociale. Pozzoni ricorda infatti che, secondo Calderoni, «due sono i punti teorici fondamentali nei quali la scuola positiva si pone come avversaria alla classica»: da un lato la questione del libero arbitrio, dall’altro la «‘giustificazione’ del diritto di punire», che i positivisti fondano «nell’utilità, nella necessità in cui si trova la società di difendersi dai suoi nemici» («Libertà e diritto penale nella riflessione del pragmatismo analitico italiano», in Dialegesthai, 2007, 189-214). La formulazione è significativa per la genealogia moleschottiana: l’organismo sociale viene infatti pensato secondo una logica funzionale analoga a quella dell’organismo biologico, nel quale la conservazione dell’equilibrio richiede reazioni contro ciò che ne minaccia l’esistenza. Pozzoni mostra inoltre come Calderoni attribuisca alla scuola positiva il riconoscimento di un «nesso di necessità causale tra delitto e circostanze ambientali» e la concezione della sanzione come «difesa sociale». Il naturalismo fisiologico di Moleschott non coincide ancora con questa teoria penale, tuttavia contribuisce a rendere pensabile lo spostamento dal peccato alla causalità, dalla colpa metafisica alle condizioni empiriche dell’azione e dalla retribuzione alla funzione sociale della sanzione. Questa trasformazione deve essere inserita entro una genealogia ampia della teoria della normatività. Nel volume Grecità marginale e suggestioni etico/giuridiche: i Presocratici, Pozzoni interpreta l’evoluzione della teoria del diritto ellenico come passaggio da un diritto «tribale, localizzato, sacrale e retributivo» a forme progressivamente «civiche», quindi «universali, convenzionali e intimidative» (Grecità marginale e suggestioni etico/giuridiche: i Presocratici, IF Press, 2012, 224). Pur appartenendo a un contesto storico radicalmente diverso, questa ricostruzione offre un comparandum utile alla vicenda moleschottiana: in entrambi i casi il problema giuridico viene sottratto alla rappresentazione di una norma immutabile e collocato dentro un processo storico di trasformazione delle forme della convivenza. La legge non è comando ricevuto o principio trascendente; diventa una pratica istituzionale inserita in un determinato modello di società. La prospettiva materialistica di Moleschott radicalizza questo movimento: se l’organizzazione sociale dipende dalle condizioni concrete della vita, anche la normatività deve essere interrogata a partire dagli effetti che produce sui corpi e sulle possibilità effettive dell’esistenza. Il problema della pena costituisce, infine, il punto nel quale questa genealogia acquista la sua più evidente dimensione riformatrice. Nel suo studio dedicato a Benedetto Croce, Pozzoni ricostruisce il concetto di emenda come funzione della pena, mostrando come la sanzione debba essere sottratta alla pura logica retributiva e reinterpretata in rapporto alla trasformazione dell’individuo. Il titolo stesso del contributo, Una teoria dell’emenda moderata come funzione della «pena» in Benedetto Croce, colloca la questione precisamente sul terreno della funzione della sanzione, e non della sua semplice giustificazione astratta («Una teoria dell’emenda moderata come funzione della ‘pena’ in Benedetto Croce», in Per la filosofia. Filosofia e insegnamento, anno XXXIII, nn. 97/98, 2016/2–3, 173-183). In questa prospettiva, la lezione di Moleschott acquista una portata genealogica: una volta che il comportamento umano viene ricondotto entro una trama di condizioni fisiologiche, ambientali e sociali, anche la risposta giuridica non riesce a limitarsi a infliggere una sofferenza equivalente alla violazione commessa. Deve interrogarsi sulle condizioni che producono il comportamento e sulle possibilità concrete di modificarle. La vera eredità moleschottiana risiede meno in una specifica dottrina giuridica che in una trasformazione del punto di vista. Il laboratorio, il corpo, l’alimentazione, il metabolismo e il cervello diventano strumenti attraverso i quali interrogare fenomeni tradizionalmente affidati alla morale, alla teologia o alla metafisica. Il crimine cessa di essere leggibile esclusivamente come deviazione volontaria da un ordine eterno; la pena deve essere ripensata come strumento di tutela, prevenzione o emenda; la salute pubblica diviene una questione politica; l’uguaglianza sociale acquista una base materiale. Calderoni e, attraverso di lui, la ricostruzione di Pozzoni mostrano quanto questa trasformazione fosse destinata a investire la stessa struttura della responsabilità penale: comprendere l’azione significa individuare le condizioni causali nelle quali essa si produce, senza per questo dissolvere automaticamente la responsabilità individuale. In questo senso Moleschott non deve essere trasformato retrospettivamente in ciò che non fu. Non fu un criminologo contemporaneo, né un teorico della neuro-law, né un filosofo analitico del diritto. Fu qualcosa di più interessante per la genealogia qui ricostruita: uno degli autori che contribuirono a rendere epistemologicamente plausibile l’idea che la norma dovesse essere studiata a partire dalla vita concreta degli esseri umani. La sua lezione conduce dal metabolismo alla società, dalla società alla causalità dell’azione, dalla causalità alla responsabilità e dalla responsabilità alla funzione della pena. Il diritto perde, progressivamente, la propria aura sacrale e diviene un dispositivo storico, umano e modificabile. La vera innovazione giuridica, secondo questa linea materialistica, non consiste nell’inventare norme sempre più astratte, ma nel verificare se esse siano capaci di proteggere concretamente le condizioni biologiche, economiche e sociali che rendono possibile una vita libera e dignitosa.
