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 “Realtà multiple” di Alfred Schutz. Alcune riflessioni di Michele Curcio

La professione di psicoterapeuta, prima ancora che di psichiatra, mette nelle condizioni di doversi confrontare con esistenze diverse, veri e propri mondi, che racchiudono modi di pensare e di vivere sempre diversi e cangianti.

Discorsi che si intrecciano e si oppongono come ad ammettere che la realtà unica, determinata dalla legge di causa ed effetto, sia solo una illusione.

Anche la fisica classica si è arresa ai limiti descrittivi di un determinismo assoluto: la fisica quantistica e le teorie delle dinamiche non lineari (le teorie del caos deterministico) hanno aperto nuovi spazi conoscitivi, dove la non predicibilità si accompagna al ruolo giocato dall’osservatore. Il  singolo che crea una realtà od anche più realtà.

Alfred Schutz(1899 – 1958), filosofo austriaco, costretto ad emigrare negli Stati Uniti per motivi politici, è generalmente considerato una figura minore tra i fenomenologi, ma ha però compiutamente svolto una importante influenza sulla sociologia e sullo sviluppo dell’antropologia.

Tra i contributi teorici importanti accreditabili a Schutz c’è quello delle “realtà multiple”.

Nello scritto omonimo, del 1945, Schutz  parte dalle considerazioni di un altro importante intellettuale a tutto tondo quale W. James, il quale ritiene che si percepisce come reale tutto ciò che crea una grande emozione: “la credenza, o il senso di realtà, è una sorta di sentimento, più affine alle emozioni che a qualsiasi altra cosa” (James 1880)

Ciò perché tale sentimento riesce a porsi in primo piano nella coscienza, relegando il resto sullo sfondo.

“Quando non si tratta di conoscenza scientifica, ma di credenza, tutto si fonda sulla “commozione corporea messa in atto dall’idea eccitante, nulla che io possa sentire così può essere falso. Tutte le credenze religiose e soprannaturali sono di questo tipo” (1)

Ciò ad intendere che le emozioni distorcono se non costruiscono la realtà, che a questo punto non potrà essere più unica e sicuramente non più oggettiva.

Ma ciò non solo tra diverse persone, anche in una stessa persona che interpreta (o forma) la realtà secondo lo stato d’animo o il ruolo che in quel momento ricopre.

In tal senso Schutz parla di province di senso. Ogni provincia di senso è dotata di un proprio stile cognitivo che assicura la coerenza interna e la compatibilità tra le diverse esperienze che la caratterizzano.

“Il sapere (dell’uomo medio) è inconsistente. Nello stesso momento egli potrebbe considerare come egualmente valide delle affermazioni che sono in realtà incompatibili le une con le altre. In quanto padre , cittadino, impiegato o membro della parrocchia, egli potrebbe avere  su diversi soggetti  morali, politici o economici le opinioni più divergenti e meno congruenti, ma ciò che sta all’origine di questa inconsistenza non è necessariamente un errore logico”(2).

Queste affermazioni , a distanza di circa 70 anni, mantengono  ancora un valore, aprono spazi.

Intanto tali affermazioni sono state in qualche modo confermate dalle neuroscienze, in particolare è possibile accostarle all’ipotesi del marcatore somatico di Damasio.  Neurologo portoghese, il quale nel  libro “l’errore di Cartesio” (3) propone una propria concezione delle emozioni e la teoria del marcatore somatico.  Le ricerche di Damasio originano dalla ipotesi di emozioni rappresentate nel/dal corpo e si sviluppano in particolare sulle osservazioni di alcuni pazienti che per diversi motivi hanno subito l’asportazione di alcune aree del cervello. Il neurologo portoghese identifica come  marcatore somatico le alterazioni del corpo indotte dal sistema nervoso autonomo correlate alle emozioni (tensione muscolare, alterazioni del ritmo cardiaco, sudorazione ecc.).  Il  marcatore somatico interviene secondo Damasio, in particolare, quando siamo dinanzi ad una scelta complessa caratterizzata da possibilità multiple: nel prendere in considerazione le diverse opportunità il marcatore somatico ne marca alcune con una impressione negativa,  facilitando così la scelta che non sarà più puramente razionale.  I marcatori somatici rendono più semplice e rapida la scelta di quale comportamento adottare, detto ciò è evidente che non sempre si è consapevoli di tali aspetti.

Dunque viene confermato quanto già intuitivamente si concepisce, le emozioni entrano nelle nostre decisioni, ma come già ammesso da James e Schutz lo fanno “fisicamente” cioè attraverso sensazioni corporee. Questo aspetto viene ulteriormente enfatizzato da John Barch nel recentissimo “A tua insaputa” (4) ove,come ben affermato nel sottotitolo “la mente inconscia che guida le nostre azioni”. sottolinea l’importanza delle sensazioni corporee nel determinare le nostre reazioni. Lo psicologo sociale, docente di Psicologia a Yale, evidenzia ad esempio come la temperatura ambientale influenza i nostri giudizi, ovvero se l’ambiente è freddo saremo meno comprensivi, se ci sarà caldo più disponibili. Insomma gli stati del corpo, in quanto emozioni influenzano le scelte, i comportamenti ed ovviamente il nostro modo di percepire e rappresentare il mondo.

Il collegamento tra le emozioni ed uno stile cognitivo era già stato evidenziato da C. G. Jung, psichiatra svizzero, fondatore della psicologia analitica, con i “complessi a contenuto emotivo”(5) in cui ricordi, pensieri, sensazioni corporee sono raccordate intorno ad un affetto “nucleare”.  I complessi, come successivamente sono stati definiti più semplicemente, interagiscono con  il complesso centrale della nostra psiche che identifichiamo con l’Io.

Ma Schutz sembra andare ancora oltre ipotizzando appunto province di senso che pur non nettamente separate tra di loro comunque mantengono un nucleo di distinzione (il senso)in ciò riconoscendo le differenze di intendere ed essere al mondo in circostanze diverse (genitore, lavoratore, cittadino ecc.). Ciò lascia intendere che ognuno di noi è costituito non da una unicità ma piuttosto da una molteplicità che noi riconduciamo, in parte forzatamente, ad una identità unica: l’Io. Questa concezione a sua volta è stata sostenuta da culture diverse soprattutto orientali, tra queste si veda il Buddhismo, e riprese tra gli altri da uno psicoanalista Mark Epstein (6).

In conclusione si può affermare che se pure sono riconoscibili entità simili ma diverse quali le province di senso, i marcatori somatici ed i complessi è pur vero che ad una psiche che sembra sempre più variegata corrisponde sempre e solo un unico corpo che come un teatro lascia che le diverse istanze si rappresentino perché siano successivamente meglio riconosciute ed elaborate.

 

 

 

  • Gianni Trimarchi – La logica del pensiero quotidiano. Riflessioni sulle “realtà multiple”di Alfred Schutz – InCircolo n.2 – Dicembre 2016 (1-17)
  • Antonio Damasio – L’errore di Cartesio, Milano, Adelphi, 1995
  • John Barch – A tua insaputa, Torino, Bollati Boringhieri, 2018
  • Carl Gustav Jung – Considerazioni generali sulla teoria dei complessi, 1934, Torino, Bollati Boringhieri
  • Mark Epstein – Pensieri senza un pensatore, 1996 e Psicoterapia senza l’Io, 2008 entrambi Roma Astrolabio Ubaldini.

 

      MICHELE CURCIO

 

 

 

 

 

 

“Solo et pensoso” del XXI secolo, socio antropologia poetica del nostro tempo di Bartolomeo Di Giovanni

                           

 Posando ancora una volta gli occhi sul sonetto Solo et pensoso... di Francesco Petrarca  (1304-1374), non si può non cogitare sul più importante aspetto della vita, anzi sulla vita stessa: l’Amore. A-mors come non morte, quindi vita. Il poeta immerso nel suo pensiero amoroso cerca luoghi solitari dove non c’è possibilità di essere visto né di essere giudicato. Ma la chiosa del sonetto esprime tutta l’essenza dell’essere umano, ovvero non c’è luogo dove ci si possa riparare dal Sentimento perché è l’uomo stesso.

L’Amore è scritto nei geni, ogni essere umano nasce col bisogno di dare e ricevere amore. Ci si deve allontanare da quelle teorie mal interpretate che considerano l’amare come un quid senza condizione. L’Amore ha delle condizioni prestabilite dalla natura, il disamore è andare contro il vento del destino: l’individuo per forza, almeno una volta nell’esistenza, deve confrontarsi con il proprio cuore.

Dopo 1534 anni dalla dipartita di Petrarca si trova attuale più che mai il significato di questo sonetto. Questo XXI secolo da poco iniziato è forse caratterizzato ancor di più in negativo rispetto ad altri precedenti; è un periodo dove i valori sono sovvertiti dall’egoismo e dal continuo uso e consumo dei piaceri che si sgretolano nel momento dell’accadimento. Si inseguono chimere che illudono di poter trovare l’Eldorado, l’Uomo è sempre meno contento della propria vita ed allora si tuffa nel mare delle distrazioni momentanee; soprattutto per l’avvilente paura del futuro e della fine della vita, cerca di sforzarsi di annullare le percezioni spazio-temporali, affogando in un eterno presente illusorio. Non si curano i rapporti umani perché considerati solo una perdita di tempo, ed allora meglio saziare i propri istinti senza tener conto che questa voracità passa e si ripresenta ancora più forte di prima.

Quanto si è evoluto l’uomo? C’è davvero il coraggio di ammettere ciò che veramente si vive? Nell’era computazionale e sempre più tecnologizzata pare si viva in maniera rigidamente plastica, ovvero ci si modella solo in base agli stereotipi del momento per non rischiare di rimanere isolati e quindi fare i conti con il proprio animo, che conduce sempre al confronto con quelle zone di ombra, le quali ad ogni costo ci sembra opportuno evitare.

Gli slogan oggi sono:

“Dimentica”

“L’Amore non esiste”

“Se non ti va bene cambia”

Mercificazione dei sentimenti che trascinano l’Uomo verso una condizione di Erotismo bramoso di cui non si è mai soddisfatti.

Bauman parlava di una “società liquida”, a noi sembra più calzante affermare che la nostra  è un’epoca gassosa o rarefatta. Si contestano i valori universali considerandoli come obsoleti e privi di fondamenta, ma quanto questi dissidenti sono felici? Quanto veramente hanno chiaro il concetto di “Libertà”?

Selfie, corpi in mostra, sorrisi stampati, perché dimostrare la solitudine non si può. È una condizione contagiosa, dove ognuno conosce il proprio dramma ma deve solo dimostrare di essere felice.

Ma cos’è la felicità? Un tavolo da gioco, un fine settimana nei migliori alberghi, una lunga vacanza? Pensiamo di no, si può benissimo sperimentare lo stato di beatitudine quando ci si apre all’amore, alla fiducia reciproca, alla fedeltà nei confronti delle leggi dell’universo.

Questo continuo cambiare ha un significato in sé, è finalizzato all’acquisizione di un senso oppure è la ricerca di elementi che possano appagare lì per lì le aspettative di comodo? Epoca la nostra  in cui non puoi parlare d’amore perché ciò è considerato segno di debolezza. Inoltre, c’è l’insorgere di scuole di pensiero molto sintetizzate che interpretano l’amore come una forma di patologia e diagnosi di malattia da appiccicare a chi vive con empatia il percorso personale. L’Amare, quindi, viene considerato una forma di attaccamento patologico, segno di mancanza di completezza interiore. Queste pseudo scienze considerano i sentimenti come alienanti e talvolta deleteri.

Davanti a questi scenari non si può non rimanere basiti. L’uomo per sua natura è un “animale politico (sociale): più subisce castrazioni più l’umanità si trova nel baratro tra il voler essere ed il non aver raggiunto l’oggetto del suo desiserio.

I sentimenti, quelli autentici, persistono nel tempo, crescono, si sviluppano. Nel momento di crescita è possibile provare un senso di smarrimento. Ma è proprio quando due soggetti incontrandosi nel punto di sella diventano due essenze in una unica visione di inseme, dove il linguaggio verbale trascendendo da sé diviene linguaggio animico, intuitivo, è impossibile contemporaneamente provare Amore, voler bene e  continuarsi a farsi inutili guerre. Chi ama ha anche spirito protettivo, si preoccupa per l’altro, vive in funzione di un costante confronto.

L’appiattimento dei sentimenti accade quando da parte di uno non c’è più interesse, ed ha solo lo sfrenato desiderio di altro. Un’nterpretazione liquida della realtà dei sentimenti ha deviato l’uomo gettandolo all’interno di una profonda trincea dove egli crede esserci la realtà, l’unica vera realtà possibile.

Se amare fa soffrire non amare è anestetizzarsi, non sentire dolore ma neanche la vita. Non amare è devitalizzarsi.

Si è bisognosi di completarsi, ma non avendone consapevolezza il pensiero umano si accontenta di sentirsi appagato per mezzo di compagnie fittizie, mezzi fortuiti a cui aggrapparsi, sostegno per la propria solitudine. Dall’altro lato però c’è la negazione assoluta dei sentimenti.

Ci si accosta a chi corrisponde a determinati canoni, la diversità si scansa per paura del confronto del rivedersi nell’altro.

La letteratura socio-antropologica ha finalmente dichiarato il disimpegno dell’uomo nel portare avanti rapporti duraturi, nel concentrarsi su ciò che è hic et nunc, su certezze che non sono fondamentali ma assicurano un distacco da probabili scossoni.

Troppe aspettative deludono, il disattaccamento delude, l’attaccamento annoia.

Chi ha il coraggio di lottare per principi e valori aldilà del tempo cronologico?

Chi sente la frenesia magnifica di ri-guardarsi e ri-proporsi come essere nuovo?

Non c’è molto da vedere, forse neanche il coraggio di raccontarsi.

Si corre verso la felicità. Ma come si interpreta questo fonema?

Si lasciano punti interrogativi. Solo nel progressivo svolgersi degli eventi si potrà rispondere di questa epoca, non ancora lontana nella sostanza dalla visione che ne ha dato il cantore di Laura.

Amare è anche solitudine, si pone sempre questo quesito? Ma cos’è la solitudine: vivere da soli, o essere produttivamente soli?

 

BARTOLOMEO DI GIOVANNI (THEO JOHN)

Si ringrazia Giovanna Fasano.

                       

 

 

 

 

                                                            La fiaba di RUGGIÀ E I PULCINI COLORATI di Nino Velotti

Nella memoria per la foschia come

cime d’alberi affiorano ricordi

all’alba; come un corpo gonfio, come

 

vitalità annegata in monocordi

giornate, emerge da uno stagno in testa

un’immagine mossa… Tu ricordi

 

i tuoi giochi infantili, qualche festa

di paese, ma un dolore ti accompagna,

un palloncino che va e non s’arresta

 

col suo filo nel cielo che si ragna

di gesso – se ora ti sfugge di mano

la vita, lascia che sulla lavagna

 

del tempo scorra del tempo la mano:

sii come l’elio nell’aria pesante…

Un dolor non d’età perduta, insano

 

forse, presente in quel tempo distante,

capricci d’ansia che tu non capivi,

quell’angoscia di bimbo: tu mutante

 

che eri in te e che non cambi mai tra i vivi…

Triste d’essere al mondo, ingiusto mondo

che i vivi intrappola tra i recidivi

 

alla vita, allo sghembo girotondo

dove chi casca per uno sgambetto

fraterno non si rialza ed un affondo

 

da terra al prossimo osa accanto, detto

ragazzo forse nacque già ammuffito,

troppo sensibile, preciso, stretto

 

d’energie, poco propenso all’attrito

della gente, un po’ un cappio al proprio collo,

ma di fradicia fune. Crebbe unito

 

al fratello maggiore, al cui controllo

sfuggì appena possibile. Strappava

per gli errori i quaderni; da un controllo

 

in più la perfezione risultava?

Per la musica d’uno sceneggiato

in tivvù non dormì per un po’. Ornava

 

i diari di isole a tratto immediato,

ma questo fu alle medie e poi al liceo

altre figure abbozzava, baciato

 

da qualche Musa strana in un torneo

di fantasia… “C’è troppa fantasia,

più giornalista va reso il museo

 

di ragazzo!”, diceva la prof. “sia

regolando lo scritto che spronando

l’orale”. Accadde nella fattoria

 

delle medie che l’estro limitando

finì per perdersi nel mondo reale…

Ma torniamo nel tempo indietro, quando

 

era più piccolo, con quel suo ideale

immaginario antico procediamo;

magari confondendo nell’irreale

 

il vero e l’epoche mischiando, diamo

forma a una storia, inventiamo un racconto,

anzi, sia alone di fiaba! Un richiamo

 

a ciò che è stato e che sarà al tramonto

dell’esistenza del ragazzo, forse…

Quale fu la missione sua? Al confronto

 

di Eracle le sue imprese qui trascorse

furono inezie. Doveva portare

quattro pulcini colorati, in forse

 

per la vita, fin sopra a quell’altare

sul suo paese, al castello sulla cima

della collina; doveva salvare

 

i fluorescenti pennuti dapprima

dagli altri bimbi, poi dalle arpie brutte

che i nidi avevan tra le luci in cima

 

a quegli addobbi, immani aquile asciutte

nei visi umani di ogni debolezza

rapaci, lì in agguato farabutte

 

sbattendo le ali con sinistra brezza.

Casette di cartone a più livelli

coi giardinetti intorno, una ricchezza

 

di rose a maggio affacciate ai cancelli,

gli erano accanto lungo il suo cammino;

come riscaldamento dei fornelli

 

elettrici alle pareti, un camino

che sbuffava aria pumblea anche in estate

da tubi d’eternit. Qualche tombino

 

di scarafaggi blu sciamava a ondate

lungo l’asfalto. Sulle case, fitte

di telescopi e di antenne puntate

 

verso segnali alieni, vi eran scritte

varie e spot su adesivi a brand ignoti.

Ruggià, con le piumate entità zitte

 

dentro una vecchia cartella, devoti

pennuti al buio, solcava i marciapiedi,

scenario noto, verso luoghi ignoti,

 

il noccioleto magico: “Tu chiedi

alla fata, abita nel tronco cavo

di un albero di noce enorme, chiedi

 

come raggiungere il monte. Sii bravo

nel proteggere questi pigolanti

bambini che non volano, sii bravo

 

Ruggià, ti do anche la pistola. Santi

Numi abbiatene cura!”. Ciò tuonava

detto al piano di sotto, lì davanti

 

al forno, dalla Boss che preparava

la pappa agli animali del quartiere,

la sua vicina di casa; levava

 

altrove, forse, quel che dava; alfiere

di accoglienza gentile, a lui era cara.

Quasi alle soglie del bosco, le schiere

 

selvagge dei nemici alla Calcara

gli avanzarono contro, con la calce

puntata contro, la furia corsara

 

di chi marchiò una gatta e con la calce

e con la pece e la impiccò balordo.

Uscì dalla pistola come falce

 

non un proiettile, un raggio e un suono sordo

che sparpagliò i bambini bianchi in fuga.

Giunto nel bosco, Ruggià stanco e ingordo

 

di sedersi pensò a una tartaruga

che si rintana nel guscio; uno schermo

giallo, che trasmetteva qualche ruga

 

d’interferenza e formicolii, fermo

tra i rami, catturò il suo sguardo. Vide

per un istante un teschio già malfermo

 

dietro foglie e sostanze pesticide

delinearsi sul monitor. Sudore

sulle mani, presagi d’omicide

 

furie, Ruggià proseguì con timore

il suo cammino, mentre la frangetta

di capelli rossicci con tremore

 

allontanava dagli occhi. Balbetta

tra sé e sé di voler tornare a casa,

quand’ecco quella sagoma, la detta

 

pianta apparire maestosa ed invasa

da mille occhi. Una stinta bacinella

azzurra ai piedi dell’arborea casa

 

gli balzò agli occhi; lì una colombella

venne ad abbeverarsi tra le spoglie

d’erbe ed il sottobosco… Sì, era bella

 

per Ruggià ogni pozzanghera, alle soglie

delle quali veniva sempre in vista

d’idrocarburi iridescenti, foglie

 

alla deriva, quei girini in pista

da ballo come aeroplani in un cielo

doppiato a terra. “Forse si rattrista

 

questo ragazzo al pensiero del cielo

e del mare lontano?” fa una voce

alle sue spalle, mentre ora in quel cielo

 

che non vede intravede sottovoce

nella marina plastica il suo viso

riflesso, poi altro. Si gira veloce.

 

La fata ha un volto strano che è diviso

a metà: è vecchia da un lato, dall’altro

è ragazzina. “Sulla faccia è inciso

 

il mio sentire duplice; peraltro

s’invertirà il processo delle parti

e presto giungerà un istante d’altro

 

accordo in cui sarò compatta. Darti

quest’esperienza potrei ogni mezz’ora.

Innocenza e saggezza, per spiegarti,

 

si manifestano in lotta e svapora

l’una nell’altra metà sovvertendo

questo sviluppo prima dell’aurora

 

e della morte corporea, fuggendo

l’irreversibile inizio. In effetti,

sono una bimba e un mago, stai capendo.”

 

Tuta dorata a zampa, dei difetti

di pronuncia, lo strambo personaggio,

di sesso fluido forse, i peli eretti

 

su una guancia, con chioma di piumaggio

come gli uccelli vari giunti addosso

a lui frattanto, dà dritte sul viaggio

 

da proseguire: botola nel fosso,

oltre il cavalcavia dell’autostrada,

bacchetta magica di noce e un osso

 

di frutto per placare la masnada

una volta all’aperto. Memorizza

tutto Ruggià, quand’ecco, come spada

 

morbida e salivosa che gli schizza

sulla mano, la lingua di quel cane

che poi ringhia, scodinzola, si rizza

 

rabbioso. “È il pitbull Natalino, un cane

abbandonato da combattimento.

Hai paura? In fondo è buono come il pane.

 

Però fa scena. Certo, è un po’ un tormento,

ha i vizi, ma verrà con te al castello.

Destino uguale di maltrattamento

 

per lui e i pulcini… E basta con l’agnello

dei sacrifici! Ti do un cibo buono

per tutti, mia creazione, che è anche bello

 

oltre che saporito. Il gran frastuono

che fa se abbaia terrà lontani i mostri.

Intasca questo sacchetto.” Un suono

 

sfrigolante seguì i lontani “mostri”

pronunciati con voce da orco. Strana

fata davvero… “Ruggià, se ti mostri

 

più coraggioso e non di porcellana

seguendo le istruzioni, arriverai

al castello volando. Che fiumana

 

lì di animali in pace troverai!

Sereni e senza stress, dalla Natura

e dal profitto umano li vedrai

 

lontani, liberi in una pianura

senza lottare, rotolar nel verde

sicuri e salvi ormai da ogni tortura.”

 

Inteso ciò Ruggià nel fitto verde

insieme a Natalino si incammina

salutando la fata; al sempreverde

 

luogo, a cui pensa fiducioso, abbina

l’ansia d’incognite. Tutto il dovuto

lui porta a termine. Da una cabina

 

telefonica uscendo preceduto

da Natalino, vede un mondo assurdo:

al suo nasino, al visino paffuto,

 

ai suoi occhi verdi giunge quell’assurdo

di un ospedale con mille finestre

come fauci distorte da un assurdo

 

dolore di fantasmi, implose orchestre

in un lamento solo. Luminarie

intermittenti, sotto la rupestre

 

parete, includono cangianti varie

torrette e alti tralicci; venditori

di palloncini neri mostran carie

 

di smorfie ad un corteo con portatori

di statue bieche; frattanto le arpie

lì in cima vanno, razziati i fetori

 

del crepuscolo in cielo, lungo strie

di divorate rondini. Già abbaia

Natalì a quelle ormai reali fobie,

 

già le mezze galline da quell’aia

eterea puntano su loro due,

quando Ruggià all’orribile ghiandaia

 

stridente oppone le armi lignee sue.

Defeca ed urla, latra Natalino,

una civetta sembra che le sue

 

tempie gira quel mostro lì vicino.

Prende in tasca quell’osso di albicocca

datogli dalla fata e il ramettino

 

stregato: mentre l’arpia apre la bocca

lancia quel nòcciolo dentro, lo ingoia;

gira poi la bacchetta e lei trabocca.

 

La donna uccello sembra senza foia,

catatonica e buona. Ce ne è un’altra.

Ruggià subito sale su quel boia

 

aereo ammansito con solerzia scaltra;

lo segue Natalino, che si mette

di traverso… Portò tra l’una e l’altra

 

arpia il pennato veicolo alle dette

amenità del castello, i capelli

usando come redini, alle vette

 

collinari approdò e scesero quelli

nella rocca oltre le torri. Si taccia

la meraviglia del luogo per quelli

 

che andavano leggeri nella traccia

felice. Quei pulcini, già fuor dalla

cartella, quell’arpia con una faccia

 

ormai tranquilla, insieme a una cavalla

lì vicina mangiarono il buon cibo

insieme ai nostri eroi. Poi una farfalla,

 

succhiato come nettare quel cibo

che rende bello il mondo e appaga il gusto

proprio, disse a Ruggià: “Lo sai, prelibo

 

questo pasto che rende il noi robusto,

l’altruismo che ci sgrava dall’angoscia

del tedio di noi stessi e dal trambusto

 

del tempo che non passa o con angoscia

passa in un attimo, ti dà energia

anche all’inferno – ma questa tua floscia

 

pancia non schiaccia -, che tra gente pia

ti eleva anche se ignoto e senza peso

resti al mondo, il qual forse a gente ria

 

associa un paladino d’indifeso

cosmo senza riscatto e ti fraitende.

Fu salvato Barabba, finì appeso

 

l’altro, e come eden c’è chi spesso intende

il proprio inferno… Ma il cuore or stupisci

con gli animali qui uniti! Si estende

 

lì un lago: ha carpe koi, balene e lisci

delfini grati… Dunque, pensi salvi

l’amor per solo amor che tu capisci

 

solo da nostalgie di casa? Salvi

come farete ritorno? Ti disse

qualcosa il mago? So che poi ti salvi,

 

che poi ritornerai… Ti svegli?!” Disse

l’insetto, quella mosca che sul bordo

del letto zigzagando fa un’ellisse…

 

A volte affiora un sogno da un ricordo.

 

Illustrazione di Marilena Imparato

 

NINO VELOTTI

 

 

Il filosofo come guida esistenziale di Carla Sala

La filosofia è sempre stata quella disciplina non solo misconosciuta, ma anche e più ridicolizzata. In un celebre testo di G.B. Achenbach l’autore torna sulla figura del filosofo. Il laureato in filosofia difficilmente si definisce un filosofo e questo, secondo Achenbach, perché la ‘nostra’ materia risulta un campo caotico.

È necessario, però, ripensare la figura del filosofo. Se si pone la mente al fatto che senza gli interrogativi e le risposte dei primi filosofi, da Socrate-Platone ad Aristotele, probabilmente non avremmo assolutamente o buona parte delle domande e delle risposte di settori di studio quali la fisica o la psicologia, potremmo ridonare il giusto, ciò che le è proprio alla stessa filosofia.

Durate il dibattito tedesco dei primi del novecento filosofi come E. Husserl si sono posti sul liminare tra filosofia pura e psicologia applicata e il suo contributo a quest’ultima è stato tanto importante da dar vita a veri propri filoni psicanalitici che dal suo pensiero prendono le mosse.

Faccio un passo indietro, ripensare la figura del filosofo: se dovessimo ritenere che il filosofo alla maniera di Talete sia il pensatore che con il naso all’in sù medita i suoi massimi sistemi e per ciò stesso cade quando ha a che fare con la vita reale, siamo un po’ fuori strada, e oggi più che mai.

La concretezza cui le esigenze del mondo di oggi ci conducono, o più ci forzano, sono vincoli per lo stesso ‘filosofo’, il quale se rimanesse nel suo pensatoio immobile alla vita sarebbe da essa divorato.

I filosofi latini avevano un’idea molto chiara della filosofia, era quella disciplina che curava l’anima, la mondava dalle passioni superflue e conduceva, educare significa propriamente e-ducere: condurre, a una qualità della vita per così dire superiore.

La felicità, poi tanto agognata, era, infine, lo scopo ultimo del vero filosofo, del filosofo di professione, non del sofista, ma di colui che faceva della filosofia il proprio habitus.

Giunti a questo punto dovremo chiederci qual è il ruolo del filosofo oggi, non del pensatore ma del laureato in filosofia, di colui che ha appreso a ragionare, a meditare la propria vita.

Se una tale impresa gli è riuscita potrebbe essere la guida atta ad insegnare agli altri questo stesso sistema, quello di meditare la vita, “non di pensare come vivere ma di pensare quello che si vive”.

CARLA SALA

 

 

 

La fissità del tempo nell’occhio mobile del fotografo di Carla Sala

Nei suoi scatti, il bisogno di testimoniare la realtà di mondi per la nostra concezione troppo lontani, il bisogno di rilevare la povertà e il disagio di luoghi che hanno deciso di non inseguire il tempo, a differenza del nostro mondo occidentale; nei suoi scatti, il bisogno, infine, di guardare verso nuovi punti di vista, verso diversi stati di cose.

Uno dei fotografi più noti della nostra bella terra è sicuramente Tano Siracusa, il cui retroscena teorico è veramente suggestivo.

Un’intervista, un incontro illuminante, che mette in chiaro come, dietro ad un semplice scatto fotografico, ci siano oltre ad una grande passione anche un impianto esistenziale non meno significativo.

Grande seguace di Bresson, più che un artista ama definirsi un reporter, distinzione di grande importanza. Sin dalla sua nascita nel 1840, infatti, la fotografia è stata protagonista privilegiata di una querelle che la voleva, a seconda dei punti di vista, una forma d’arte.

Per Tano la foto come momento veritativo, che inerisce alla verità assoluta, è soltanto un caso; la fotografia è uno “strumento di adeguazione alla realtà dei fatti”.

Realtà dei fatti, sì, ma non nega che dietro ogni scatto ci sia lo “zampino” dell’ “artista”. È sempre la sua interiorità che viene fuori “sia in pittura che in fotografia”, interiorità che è “una fusione di spazio e tempo” secondo il punto di vista del reporter: la differenza è che “il pittore immagina, il fotografo osserva”, e nell’osservare proietta naturalmente se stesso in quella porzione di spazio e di tempo che rimarrà eternamente uguale.

“La distinzione fondamentale tra un dipinto di Goya  e un reportage di guerra è che l’immagine di Goya può essere ripetuta infinite volte, lo scatto pur con uguale impatto estetico e struttura formale, non è ripetibile.”

Ma il fotografare per Tano Siracusa non è una forma d’arte “noi non abbiamo niente a che vedere con l’arte”, anche se considera il reportage “un genere letterario” e ritiene che sia sempre una “fruizione di tipo estetico” quella che ci si presenta innanzi ad una fotografia.

Qui si inabissa una profonda differenza tra il fotografo e il pittore, una differente mania, se così si può definire: l’uno è tutto preso dal mondo esterno, l’altro dal mondo interiore, anche se è necessario ribadirlo, è sempre l’autore ad impostare lo scatto, l’inquadratura, in generale il soggetto ed in qualche modo a plasmare l’opera compiuta. “Il fotografo racconta e si racconta” continua il reporter, per il quale Bresson è “un fotografo non un artista”.

Parla di “realtà” più che di “verità” il fotografo agrigentino, anche se emerge sempre più che questa realtà è quella del fotografo, è sempre lui che decide quale inquadratura portare fuori dal tempo. La verità non è mai un momento della realtà, ma un istante surreale: è proprio questa surrealtà, in vero, che affascina il fotografo, surrealtà che definisce “l’attimo privilegiato”, un istante nel fluire del tempo.

È questo, probabilmente, uno dei protagonisti privilegiati della sua costellazione teorica, il tempo, questo collante invisibile di tutte le cose che viene meno al cospetto del mirino della macchina fotografica, ciò che fa della fotografia un attimo eterno.

Tutto l’impianto teorico della sua fotografia è inestricabilmente legato al tempo, quello che una fotografia porta in scena “è già accaduto, è già stato; una foto riuscita è quella che coglie l’attimo privilegiato, un momento di estrema improbabilità”. Sembra quasi che il sottrarsi al tempo, il riuscire a sfuggire a questo tiranno che tutto domina sia il luogo principale della sua affezione nei confronti della fotografia.

E prosegue: “Se un uomo sparasse ad un altro in riva al mare, il mare sarebbe più interessante”. Queste parole mostrano pienamente il punto di vista di Tano Siracusa per il quale la fotografia è una sorta di testimonianza storica preservata dalla corrosività del tempo “la fotografia non è arte, ma emozione, e sicuramente informa di più, l’importante è sorprendere”, conclude il fotografo.

È sempre l’improbabilità di un attimo che “cade fuori dal tempo” un volta impresso nella “pellicola” fotografica, che affascina il fotografo, un momento irripetibile che la sensibilità del fotografo può cogliere; con ciò riemerge netto il ruolo di chi sta dietro la macchina fotografica, uno strumento che è unicamente mezzo per una testimonianza. “Non ho alcun rapporto feticistico con la macchina fotografica” afferma il fotografo in “Scattando incontro al tempo” edizione Officina Trinacria Palermo 2010.

Oltre alla necessità di sorprendere, però, il fotografo deve rimanere legato ad una sorta di onestà che lo vede “ladro di immagini” che devono comunque rispecchiare un dato di fatto, è “il piacere di attestare qualcosa che per altri è sconosciuto”. Questa l’etica professionale del fotografo agrigentino.

Molti dei suoi scatti hanno per soggetto il movimento, il mosso della sua fotografia però non è un modo per eludere l’atemporalità dello scatto, il suo essere qualcosa di “permanente, che ha un chè di stregonesco, di magico, un ritorno dal nulla del passato, inquietante”, ma soltanto un caso, dovuto al fatto che gli scatti il più delle volte sono “notturni, presi a mano libera o sono ‘rubati'”. Continua il reporter: “Il rischio è che il mosso diventi una maniera, io ho scoperto solo successivamente le sue qualità estetiche.” Dunque il movimento che trapela dalle sue foto non è assolutamente un modo per oltrepassare la fissità dello scatto fotografico, ma appunto un caso; e per sopperire alle necessità del tempo nella sua opera il fotografo si è pian piano accostato ai video, sempre come momento che testimonia una realtà che è quella che il fotografo si trova innanzi.

Questa la nuova passione del fotografo che si trova a fare i conti con la completezza che soltanto il tempo può donare.

È insomma il tempo, oltre che naturalmente la luce, uno dei pensieri fissi del reporter agrigentino. Il tempo, questo oggetto così assolutamente soggettivo che impone la sua oggettività nello scandire le cose; questo soggetto di mille riflessioni che hanno portato uno dei più grandi pensatori del XIX secolo a negare addirittura la sua esistenza; questo chiodo fisso per chiunque si “soffermi ad annusare la vita.”

CARLA SALA

 

 

 

Edipo re : il complesso ritrovato di Nicola Velotti

Come per “Il Vangelo secondo Matteo” a cui “Edipo re si ricollega, in particolare nell’amore e nel gusto degli impasti colti e barbarici e delle contaminazioni figurative e musicali, ogni discorso sulla maggiore o minore fedeltà di Pier Paolo Pasolini al testo letterario, sarebbe inutile.

“Edipo re” è la trasposizione, sul piano del mito, delle inesistenti ossessioni dell’autore, una sorte di allucinazione drammaturgica e figurativa posta tra un prologo e un epilogo, collocati entrambi nella sfera della memoria. Un mito in cui le lacerazioni e i conflitti personali tendono ad oggettivarsi, attraverso la mediazione ironico – estetizzante di un modello culturale.

Dopo il Cristo de “Il Vangelo secondo Matteo”, anche Edipo è la metafora di una sofferta e scandalosa “diversità”, le cui implicazioni autobiografiche e culturali di stampo decadentistico sono fin troppo scoperte. La metafora, attraverso “l’inchiesta” del protagonista e il “ritmo tragico dell’azione”, appare intimamente ripiegata su se stessa e, come tale, vissuta e contemplata, quanto più l’autore cerca di allontanarla in un tempo senza storia.

Tutti hanno parlato della natura autobiografica di “Edipo re” e dei problemi di identità che esso pone, che appaiono più numerosi e determinanti, rispetto ai precedenti film di Pasolini.

In un dopo storia ideologico, nuova preistoria, egli è in piena linea con Freud quando afferma: “Nel crollo dei valori, solo la teoria psicologica si è salvata. La teoria dei sogni è pù valida che mai”. 1

Freud gli serve, più che mai, come fidato sostegno per la scoperta dell’inconscio nell’ uomo, gli fornisce uno strumento sicuro di indagine, per addentrarsi in questa “misteriosa religione”, in questa “via regia” verso l’incoscio.

La leggenda di Edipo è assurta a simbolo da Pasolini del suo doloroso turbamento nel rapporto con i genitori, verificatosi in seguito al manifestarsi della sua omosessualità.

Coinvolgendo Freud si può affermare, a questo proposito, che per gli omosessuali maschili c’è stato, nella prima infanzia, un legame erotico assai intenso a una persona femminile, generalmente la madre, provocato o incoraggiato dall’ eccessiva tenerezza della madre stessa, e favorito dall’assenza del padre nella vita infantile. Dato che l’amore per la madre non può partecipare all’ulteriore sviluppo cosciente, il ragazzo reprime questo amore ponendo se stesso al posto di lei, e prendendo per modello la propria persona, fra i cui simili egli sceglie i suoi nuovi oggetti d’amore.

Colui che tramite questa esperienza perviene all’omosessualità, rimane fissato nell’inconscio all’immagine della madre e, rimuovendo l’amore per lei, la conserva nel proprio inconscio, e le resta fedele evitando figure femminili che  potrebbero  invogliarlo ad essere infedele. Da ciò si deduce il motivo per cui l’amore per la madre, un amore viscerale, è posto al centro delle opere di Pasolini.

Ma è soltanto in”Edipo re” che esso assume le dimensioni, mai prima confessate, dell’incesto e della misoginia. Nessun altro dei suoi film è così angosciosamente storia privata.

Prologo ed epilogo rimandano, anche cronologicamente e geograficamente, alla nascita ed al presente dell’autore. Essi corrispondono ai luoghi della sua infanzia, dove seguì il padre ufficiale dell’esercito, e alle borgate remote, al paese materno, ai campi friulani d’oggi, dove un giorno corsero ragazze e gridarono allegre intorno al bambino.

Il mondo arcaico, in cui la tragedia si svolge ed è ambientata, rappresenta il corrispettivo delle borgate romane tra le quali Pasolini, “feto adulto”, si aggirava alla ricerca dei fratelli. Proprio perché il film è autobiografico, nel senso accennato, Pasolini volutamente insiste sull’ amore di Edipo per Giocasta; analogamente sostituisce Antigone con Angelo: mette un uomo al posto della donna.

Sembra quasi che egli avesse sempre presagito che il cammino che stava seguendo lo avrebbe condotto, presto o tardi, a terribili segreti che aveva paura di svelare pur essendo, proprio come Edipo, fortemente deciso a farlo.

In questo senso anche la fine del film è privata, simbolica, tristissima, senza tuttavia escludere la catarsi. Pasolini è dolorosamente rassegnato, la vita comincia là dove finisce e, al tempo stesso, dinanzi al sesso vissuto come schiavitù colpevole ma fatale e predestinata, la confessione, a suo modo cattolica, costituisce per lui una liberazione dalla colpa.

1 P. Pasolini – “Dialogo I” – in “Cinema e film” n. I 1966 – 1967

 

NICOLA VELOTTI

 

 

 

 

 

 

Intervista al pittore Gaetano Vella di Carla Sala

In arte creare innovazione è diventata la sfida più ardua, l’ultima frontiera dell’innovazione artistica sembra essere l’installazione, accompagnata da ciò che ha a che fare con la tecnologia; ma l’Arte, la sua ‘maniera’ non ha più le grandi possibilità sperimentali di qualche secolo fa.

Nonostante ciò, esiste un altro modo di innovare, che l’artista Gaetano Vella ha individuato e portato avanti nelle sue opere. La sua intenzione è quella di rivoluzionare l’idea di paesaggio, e nello specifico quella di paesaggio urbano.

Il soggetto delle sue opere sono, cassonetti, segnali stradali, cabine telefoniche e in generale gli arredi urbani.

La prima domanda che mi viene in mente di fare è: di norma chi dipinge paesaggi urbani cattura con l’occhio tutti quei posti che gridano vita: palazzi, strade, ponti etc., tu ti soffermi su ciò che è soltanto strumentale, su quegli oggetti, dimenticati, che non notiamo nemmeno, questo deriva da un qualcosa di particolare che sta nel tuo occhio o nel tuo intelletto?

La risposta è un po’ obbligata: “entrambi”. Il fatto di voler rivoluzionare il focus di un paesaggio urbano, porta con sé l’idea di cercare un soggetto altro e innovativo, ma l’aver individuato questo tipo di spostamento d’accento è certamente un fatto fisico, sta dunque nel suo occhio.

Nell’occhio e nell’ottica dell’artista c’è la volontà di creare dei veri e propri diari di bordo, vogliono raccontare “il viaggio, l’esperienza che qualcuno ha vissuto in qualche posto; l’aver gettato dei rifiuti in un cassonetto e l’avervi trovato una scritta che magari ha rappresentato un viaggio nel viaggio, sono come dei flash back”, racconta Gaetano, ma non soltanto la possibilità dei meta-viaggi, anche la quotidianità è oggetto del suo rappresentare, il fatto che come muta la realtà psichica del soggetto, può “mutare il paesaggio che si vive, e anche a distanza di poco tempo, più percepibile in un paesaggio urbano come il mio; nel giro di poco tempo sono scomparse dalle nostre strade cabine telefoniche e cassonetti, e la realtà è mutata” dà un senso di profondità e di maggior adeguatezza al continuo mutare interiore.

La produzione di Gaetano Vella è vasta e variegata nonostante la sua giovanissima età, e la seconda domanda: ‘l’esigenza di mutare completamente soggetto e tecnica è dovuta ad una sorta di irrequietezza esistenziale, al non aver trovato la propria dimensione o ad una continua e proficua evoluzione?’ mi viene spontanea.

“L’eclettismo è una cosa che mi affascina molto, direi un po’ entrambe queste ultime due. L’evoluzione non è una sfida per me, ha più a che fare con l’influsso di incontri diversi.” La ripetibilità di un soggetto alla Degas, e il fatto conseguente di esser ricordato sulla scorta di quella che potremmo definire un’icona, non è fatto apprezzabile per questo giovane artista; parla invece di una “evoluzione concentrica in cui ogni fase richiama, comprende e supera l’altra”.

Un’altra ‘rivoluzione’ messa in atto da Gaetano Vella è quella che riguarda i ritratti, parte da un oggetto e da un oggetto, a mio avviso molto adatto allo scopo, per delineare la personalità del suo soggetto. Da questo input è nata la serie che ha per oggetto le scarpe, “tento di dar vita a quello che potremmo definire un impatto emotivo diverso attraverso non un ritratto fotografico, ma attraverso quello che definisco un ritratto emotivo, che è tale sia nella rappresentazione che nel modo di trattarla”.

Dalla pittura ai pastelli, la produzione dell’artista passa attraverso acquerelli e acqueforti; l’arte è ancora una cosa viva e una prospettiva concreta nella mente e nell’occhio dei pittori del 2018.

 

CARLA SALA

 

Le opere grafiche di Joan Mirò a Monopoli di Mimma Leone

Quando la Puglia si propone nell’accoglienza che le è propria, conferma di poter competere con chiunque perché la bellezza nella bellezza non può che lasciare mozzafiato. Accade quindi che Monopoli venga presa d’assalto da turisti che una volta tanto sgomitano non per accaparrarsi l’ombrellone nel lido di turno o per prendere posto nel privé del locale notturno blasonato ma, suona strano e bellissimo dirlo, per ammirare una mostra artistica che arriva da lontano, di indubbio valore storico e creativo.

Fra le suggestive mura del Castello Carlo V, è possibile lasciarsi incantare, fino al 15 luglio, dalle opere grafiche di Joan Mirò, un itinerario nella straripante fantasia del surrealista per eccellenza che parte dal 1948 e arriva al 1974. Le quattro serie in mostra sono “Parler Seul” (1948-50), “Ubu Roi” (1966), “Le Lézard aux Plumes d’Or” (1971) e “Les Pénalités de l’Enfer ou les Nouvelles-Hebrides” (1974), raccolte seguendo quel “sogno poetico” che diventa quasi tangibile e di possibile accesso attraverso l’alfabeto dei segni, la tipicità delle linee e i colori accesi. L’universo immaginario di Mirò sembra quasi dimostrare che tutto possa prendere forma, e anche le parole sono in grado di rendere le immagini della fantasia se ci si muove in una dimensione liquida dove Arte e Letteratura s’incontrano fino a fondersi. Ecco che vien fuori un profilo forse ancora poco conosciuto dell’artista spagnolo, che arriva ad illustrare sé stesso attraverso i segni e i testi, in un linguaggio assolutamente unico, faticosamente ripreso dai posteri. La sperimentazione di Mirò rivela un campo d’indagine nel quale il suo spirito libero trova sfogo, grazie alle possibilità tecniche adottate e l’approdo a visioni impreviste e risultanze cromatiche che sorprendono il visitatore forse ancor più di quanto possa accadere di fronte alle sue opere pittoriche.

Eppure la forza espressiva di questi lavori non nasce da un viaggio solitario dell’Ego del surrealista, anzi; la coralità dell’esposizione si svela in tutta la sua vivace varietà, dai personaggi stilizzati alle rappresentazioni fiabesche, dalle forme antropomorfe al lirismo mitologico, prendendo a prestito produzioni di altri artisti contemporanei e dialogando con loro attraverso i simboli della litografia.

Anche chi, da profano, si ritrova ad ammirare le sale piene di colore allestite in mostra, non può fare a meno di partecipare a questo dialogo, dapprima probabilmente con sguardo spaesato, ma dopo, per i ben disposti, con la possibilità di entrare nel “tempio del sogno”, forse per vedere altro od oltre, o semplicemente specchiarsi meglio.

L’evento è promosso dal Comune di Monopoli e organizzato dalla Società Sistema Museo.

MIMMA LEONE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nuove prospettive filosofiche per una riflessione sulla musica di Mimma Leone

Se è vero che il ruolo atteso oggi dalla Filosofia comprende la sua eppur naturale capacità di dialogare con tutte le arti, con flessibilità di linguaggio e strumenti espressivi, è altrettanto inevitabile che, seguendo gli sviluppi di una siffatta comunicazione, si possa intravedere il perimetro di un mondo dapprima ignoto, dalla fisionomia trasversale e cangiante.

Negli anni dell’università è quasi accidentale la ricerca di connessioni fra teoria e pratica quotidiana, allorquando serve a rendere lo studio più concreto e il percorso accademico piacevole. Ma quello che succede dopo è molto più accattivante, se resta vivo l’interesse pragmatico per la più inutile e necessaria delle discipline, se resta accesa quella fiammella della conoscenza che si autoalimenta con la creatività. Ascoltare un brano musicale è un’azione ricorrente nella vita di ogni giorno, ma la musica non ha, di per sé, un livello semantico familiare, per raggiungerci deve perciò trovare un piano universale che permette, tramite l’ascolto, di giungere oltre passandoci attraverso, per intonazioni e accenti. Il dialogo, in questo modo, diventa interessante e gli interlocutori possono incontrarsi sul territorio delle assonanze.

Vladimir Jankélévitch affermava che la musica condivide con l’esistenza la stessa valenza oscillatoria, assumendone il profilo di fuggevolezza e, al contempo, di eternità che ne rafforza l’incertezza e l’imprevedibilità. Talmente lontano dall’astrazione concettuale e dall’idealità metafisica di molti filosofi che l’avevano preceduto, tanto da fare dell’ascolto una pratica costante (diresse per molto tempo i programmi di Radio-Toulouse Pyrénées) Jankélévitch dedicò la propria vita al tentativo di rendere l’ineffabile dello stesso vivere. Non a caso la musica, come esperienza ogni volta nuova, senza linearità, imprevedibile, invisibile e dunque difficilmente descrivibile come forse solo Dio può essere, è dotata di una potenza talmente onnicomprensiva da portarci a un passo dall’abisso, nella sua estinzione che ha sede nel silenzio. Dal movimento, quindi, alla stasi, fino alla morte.

E se i riferimenti del filosofo appartenevano al filone artistico russo-francese tra fine Ottocento e Novecento, oggi possiamo azzardare il cambio di prospettiva provando a rimodulare il pensiero di Jankélévitch anche senza oltrepassare i confini del territorio italiano. Conferme e smentite, a seconda dei punti di vista, sono riscontrabili nel lavoro “Inspiration”, dei pianisti Paolo Paliaga e Roberto Plano, dove la disciplina del pianoforte classico di Plano muove ad arginare l’anima jazz dei tasti di Paliaga, in un contrasto che sa diventare armonia nel gioco delle parti, orientato a inaugurare un genere. “Shared Souls” è un altro ascolto per-formativo: la musica per immagini di Francesca Badalini e Antonio Zambini riscopre il valore della rivisitazione e dell’interpretazione in un recupero del passato che include l’esperimento e l’innovazione, in un salto temporale ad indagare fotogrammi persi o non ancora ammirati. Dalla musica da grande schermo al raccoglimento introspettivo: quest’ultima dimensione sembra suggerire ”High winds may exist” del versatile flautista Fabio Mina, nella sua ricerca fatta di vertigini e vibrazioni nate dall’incontro fra elettronica e natura; un lungo viaggio dentro e fuori se stesso, dove il vento ha modellato le note diventando il vero direttore d’orchestra.

Ma ogni suono, anche il rumore bianco, include già la sua assenza. Il silenzio è pausa necessaria, e poi cessazione. La musica sembra riempire il vuoto; nell’esecuzione appare improvvisata, opera di artisti ben allenati che afferrano lo strumento e producono note danzanti in grado di scomporre e destrutturare suoni e linee melodiche, dove anche la ripetizione sembra contingente e il cambio di passo s’inventa ogni volta, come in ogni processo creativo che non può far altro che sorprendere, ovvero sconvolgere.

Tre esempi da cui si possono sviluppare altrettante riflessioni per non far ammuffire l’eredità di pensatori che nella musica hanno saputo intravedere l’ignoto. Tutto e niente quindi, come per Jankélévitch.

MIMMA LEONE

 

 

Il Festival del Cinema Europeo di Lecce nella sfida del tempo di Mimma Leone

“L’arte si qualifica tale quando è capace di intuizione, quando l’artista dà prova di essere in grado di capire, prima degli altri, il senso del proprio tempo” : in questa premessa di Luciana Castellina e Carlo Verdone, al margine di un omaggio cinematografico al sessantotto, potrebbe racchiudersi anche il senso di una kermesse ambiziosa e di ampie prospettive come il Festival del Cinema Europeo, giunto alla XIX edizione e sempre più ancorato alla città di Lecce, che dopo l’esordio a Corato ne ha dato forma e carattere identitario.

Superata la maggiore età, non si intravedono crisi di sorta: il Festival regge la sfida del tempo e riesce ad alzare l’asticella della qualità promuovendo la filiera del cinema a partire dal basso, irradiando la coraggiosa proposta in un’ottica di lavoro, ricerca e divulgazione che il Sud sta dimostrando di poter sostenere (non sempre senza intoppi, ma con un impegno costante).

Merito di chi ci ha creduto in apertura di millennio, quando ancora il Salento non era certo una priorità fra i pensieri di registi, imprenditori e turisti last minute, quando per molti non poteva essere che un azzardo investire risorse a favore della settima (per alcuni decima) arte in un territorio bellissimo ma poco generoso. Eppure, il coraggio può premiare: in un barocco leccese bagnato dal sole, si è rinnovata anche quest’anno la possibilità di vivere un’occasione di intrattenimento in grado di stimolare il pensiero critico attraverso immagini in movimento, in un

periodo in cui il virtuale si insinua continuamente nel quotidiano e piattaforme quali Netflix si mostrano in tutte le loro luccicanti potenzialità alternative al grande schermo.

L’edizione appena terminata ha il volto di Cristina Soldano, direttrice artistica storica del Festival, alla cui memoria è stato conferito il premio principale, l’Ulivo d’Oro, che per il Miglior Film va a “The Party’s Over” di Marie Garel-Weiss, “per la maestria nel rappresentare il senso di dissoluzione dei rapporti sociali, la solitudine esasperata, la deriva sentimentale che è stato un fil rouge delle cinematografie europee proposte in selezione.”

Fra gli ospiti di spicco, due grandi protagonisti del cinema italiano, Kim Rossi Stuart e Jasmine Trinca, ai quali, oltre alla consegna dell’Ulivo d’Oro è stato dedicato un corposo omaggio alla carriera attraverso la proiezione dei loro film più significativi che ne hanno contraddistinto il percorso artistico. A rappresentare invece il cinema europeo, Ildikò Enyedi, regista e sceneggiatrice ungherese e Michael Winterbottom, regista, sceneggiatore e produttore della scena britannica.

Molto interessanti le anteprime presentate: “Rudy Valentino”, che arriva in sala a maggio ed è interpretato da Pietro MasottiTatiana LuterClaudia CardinaleAlessandro HaberNicola Nocella, Luca Michele Cirasola, Rosaria Russo, e “Broken” di Edmond Budina, che delinea un ritratto impietoso dell’Albania di oggi, devastata da corruzione politica, inquinamento ambientale e perdita di legami affettivi. Menzione particolare per l’altro evento speciale, ossia l’anteprima di “Respiri”, di Alfredo Fiorillo, con Alessio Boni, Pino Calabrese, Eva Grimaldi, Lidiya Liberman, Eleonora Trevisani, Milena Vukotic, Eva Grimaldi, Lino Capolicchio. Il film uscirà nelle sale il 7 giugno, distribuito da Europictures e L’Age d’Or.Francesco; si tratta di un thriller psicologico che riprende molti temi cari alla tradizione italiana fra giallo e horror, un genere che in Italia negli ultimi anni è stato poco diffuso, poco fortunato e, per questo, poco finanziato. Ma la trama è accattivante, lo scenario sembra giusto e l’atmosfera perfetta; al di là di questo, quando si parte da una buona idea e da un bel cast, essere fiduciosi è d’obbligo.

Il Premio alla Miglior Sceneggiatura va a Stienette Bosklopper per “Cobain” di Nanouk Leopold, “intenso ritratto di un adolescente perso nell’assenza di legami, dialogo, attenzioni e appartenenza”.  Miglior Fotografia a Marton Miklauzic per “Yellow Heat” di Fikret Reyhan, “per aver saputo rendere la fotografia protagonista assoluta del contrasto tra paesaggio rurale e industriale, in maniera calda e realistica”. Premio Speciale della Giuria a “Disappearance” di Boudewijn Koole, “per la capacità di inserire, in un paesaggio glaciale, la ricomposizione del rapporto interrotto, o forse mai esistito, tra madre e figlia. “.

Il Premio Mario Verdone 2018 è stato assegnato a Roberto De Paolis per “Cuori Puri” ” film intenso e insieme carico di realismo che rivela con l’attualità del tema, una capacità narrativa forte fin dalle prime inquadrature.  Raccontando marginalità e voglia di riscatto e senza alcuna tentazione retorica, il film dimostra infatti che – anche in condizioni di conflitti sociali evidenti – esiste la possibilità che un incontro d’amore possa vincere il doppio disagio esistenziale che il vissuto dei due protagonisti, grazie a una regia sensibile e attenta, racconta anche attraverso un’ottima direzione di tutto il cast”. Sul podio del Premio Verdone anche Simone Godano con “Moglie e marito” e Antonio Padovan con “Finché c’è prosecco c’è speranza”, mentre un Riconoscimento Speciale è stato assegnato ad Andrea De Sica per il film “I figli della notte”, escluso dalla gara per ovvie ragioni di legame familiare.

Nella rassegna “Fra cinema e realtà”, sono degni di nota “Mena” di Maria Cristina Fraddosio e “Il quartiere” di Filippo Maria Cariglia, per motivi molto simili: quello pugliese è un mondo che nel cinema ha trovato una chiave di volta per raccontarsi e guardarsi meglio allo specchio; una narrazione necessaria che è anche autoanalisi e denuncia sociale, senza pretesa di soluzioni da trovare nella celluloide ma nella consapevolezza del grande potere delle immagini che danno vita, voce, opinione, libertà.

Anche in questo senso il Festival gioca un ruolo importante perché regala il palcoscenico ad autori emergenti e a tematiche importanti che spesso s’incontrano sul medesimo piano dialettico.

La Puglia vuole quindi porsi in prima linea anche nell’arte e nella cultura, con tutte le difficoltà del caso ma con una forza dirompente in grado di superarle, insieme a tutti gli attori coinvolti, portandosi al di qua della camera tutto il dietro le quinte, gli autori, le idee, così come gli studenti, il turismo cinematografico, il territorio e la propria storia, per trovare e creare contesti nuovi e modalità di lettura inedite. Ma sotto i riflettori accesi anche le criticità diventano più accese ed evidenti: il Festival del Cinema Europeo non ha ancora il potere onnicomprensivo dei grandi eventi, non è in grado di coinvolgere tutti, non riesce a far respirare a pieni polmoni la sua atmosfera, non trasmette il suo carattere a contesti e cose. Dovrebbe, ad esempio, entrare in altri luoghi-simbolo di Lecce (vedi Castello Carlo V ed ex Convento dei Teatini). Dovrebbe essere volano di un percorso virtuoso di sale che aprono invece di chiudere, e la sua cadenza primaverile avrebbe più senso se finalizzata anche ad inaugurare una lunga stagione di rassegne estive.

Ma le contraddizioni sembrano essere strutturali dei nostri tempi, o forse lo sono di questa terra, meravigliosa e difficile. Ma l’ambivalenza solletica il pensiero e produce immagini nuove, forse un altro film, un’altra sfida del tempo proiettata sullo schermo. Intanto, ci si porta avanti con la prossima edizione, di cui sono già state fissate le date: l’appuntamento è dall’8 al 13 aprile 2019.

 

 MIMMA LEONE

 

 

 

 Resilienza: la forza di rialzarsi e adattarsi al cambiamento di Stefania D’Agostino

“Nel mezzo delle difficoltà nascono le opportunità” sosteneva Albert Einstein, e se definiva così la forza insita nelle avversità della vita, tale forza non può esistere senza chi ne scopre le potenzialità e ne è in realtà l’artefice: l’uomo. L’essere umano è da sempre portato a fronteggiare le difficoltà della vita adattandosi al proprio ambiente ed evolvendosi, idea che rimanda al concetto di evoluzione della specie teorizzata da Charles Robert Darwin, ma la forza dell’uomo risiede nella sua mente e nella sua volontà di non arrendersi, riuscendo a ridefinirsi e a reagire in modo opportuno di fronte alle circostanze della vita a volte negative per lui. Tale forza può essere denominata resilienza.

La resilienza è la capacità di un sistema di adattarsi al cambiamento. Termine usato in ambiti come l’informatica, l’ingegneria, l’arte e nel risk management, in psicologia indica la capacità di reagire in maniera positiva agli eventi sfavorevoli e traumatici, riorganizzando la propria vita, rimanendo sensibili alle opportunità’ positive, riuscendo ad “auto-ripararsi” nonostante le difficoltà’ senza perdere la propria identità’. La mente non è solo in grado di rialzarsi dopo un danno e riprendere il proprio cammino, ma ha anche la facoltà di perseguire i propri obiettivi nonostante le difficoltà che si presentano, rispondendo in maniera positiva agli eventi negativi che incontra lungo il cammino.

E’ dalla sofferenza che nasce tale forza, che forma i caratteri e scolpisce l’essere umano rendendolo più forte e in grado di fronteggiare in maniera efficace le contrarietà della vita. Non solo è in grado di resistere agli urti, ma anche di ricostruire la propria dimensione cercando e trovando una nuova chiave di lettura di sé stesso e del mondo che lo circonda, inclusi gli altri. Trova un nuovo percorso di vita, una nuova strada da seguire riscoprendo in sé stesso una nuova forza per affrontare e superare efficacemente gli eventi traumatici e le avversità che incontra.

Esiste un uguale grado di resilienza in ognuno di noi? Un individuo può aver sviluppato una capacità di reagire in modo più efficace rispetto a un altro? Ognuno di noi possiede differenti capacità e diversi livelli di resilienza; è un processo strettamente individuale che dipende dagli stili di vita, dall’attaccamento con le figure primarie, dalla personalità, le esperienze di vita vissute e dall’apprendimento. Noi elaboriamo e filtriamo in maniera differente ciò che ci accade quotidianamente e attribuiamo significati diversi ai vari eventi che ci colpiscono o ai quali assistiamo. Diverso è anche il modo di reagire e di immagazzinarli nella nostra memoria.

I fattori che influenzano il diverso grado di resilienza possono essere riassunti cosi: relazioni affettive familiari soddisfacenti, che incrementano la fiducia in sé stessi e verso gli altri; una buona autostima e un buon grado di ottimismo che implica la capacità di reagire con positività e di trovare nuove soluzioni più efficaci ai vari problemi che si presentano. Inoltre i più resilienti mostrano tre tratti di personalità rilevanti, come spiega Susanna Kobasa, psicologa dell’università di Chicago; impegno: la persona si lascia coinvolgere in attività, si dà da fare, non ha paura della fatica, non è ansiosa, può fronteggiare le varie situazioni che le si presentano avendo una reale percezione delle difficoltà da affrontare ed obiettivi da raggiungere, crede e lotta per realizzarsi, elemento fondamentale perché’ l’impegno sussista ; controllo: la persona ha la convinzione di non essere “vittima” degli eventi e di poter dominare ogni cosa, è in grado di modificare i propri interventi guidando le attività e i progetti intrapresi verso il successo e in alcuni casi può decidere di fermarsi o indietreggiare aspettando momenti migliori per intervenire. Infine c’è il gusto per le sfide che rimanda a una persona aperta e elastica, capace di accettare i cambiamenti e di esaltare gli aspetti positivi, minimizzando quelli negativi. Il cambiamento e le difficoltà sono uno stimolo e una opportunità per crescere e non un rischio e una minaccia da cui fuggire.

La resilienza è innata o è qualcosa che si può apprendere? Come dicevamo è una capacità che dipende, tra le altre cose dalle esperienze di vita e dal modo di vedere e affrontare la vita. E’ una caratteristica che non è naturalmente presente o assente, ma si riferisce a pensieri, comportamenti e azioni che possono essere appresi nel corso della vita. E chi ha un livello alto di resilienza non significa che non sperimenta la sofferenza e lo stress derivante dalle difficoltà della vita, o che sia infallibile, ma ha appreso la capacità di cambiare quando è necessario, accettando i propri limiti e i propri sbagli, imparando da essi e cambiando la rotta indirizzandola verso un comportamento migliore che punta alla realizzazione efficace di sé stesso e della propria vita. Ha imparato a modificare i propri pensieri per adattarli alle circostanze adottando nuove strategie e idee creative.

Tante sono le strade e i modi che possono portare ad accrescere il proprio bagaglio di resilienza. La tecnica più adatta per aumentare il proprio livello di resilienza può essere quella di focalizzare l’attenzione sulle esperienze del passato ricercando le risorse che si possono attivare e cercando di puntare sui propri punti di forza personali. Farsi le domande giuste, ad esempio, cosa mi ha spinto a reagire in quel modo? Cosa avrei potuto fare di diverso? E cosa posso imparare da tutto ciò in modo da trasformarlo in una risorsa per il futuro? Inoltre bisogna migliorare la propria autostima, cambiare il modo di guardare le cose attivando una prospettiva più positiva e ottimista, ricercando l’occasione di cambiare che la difficoltà può dare. Inoltre contando su un aiuto sociale efficace è possibile sviluppare un nuovo modo di vivere più aperto e disponibile, capace di riorganizzare tutto il nostro mondo e di portarci così a un buon livello di resilienza.

 

STEFANIA D’AGOSTINO

 

 

 

 

FORMARE AL «MESTIERE DI VIVERE». Pratiche filosofiche rinnovate ed educazione degli adulti di Andrea Ignazio Daddi

 

Nell’era della formazione continua e del lifelong learning l’educazione degli adulti è ormai da tempo una prassi diffusa quanto una disciplina pedagogica consolidata; ciò nondimeno pare significativamente interessante continuare a chiedersi a cosa, di fatto, venga formato il soggetto postmoderno. Per quanto non esclusive, a tutta prima restano quantitativamente predominanti finalità di recupero e/o acquisizione progressiva di conoscenze, procedure, competenze e abilità[1], skills sempre più specialistiche poi spendibili sul mercato del lavoro, anche quando il lavoro viene a mancare (perché comunque resta il mercato che – al fine incurante di quanto si sia specializzato il singolo – sembra essere il protagonista assoluto/ab solutus di questi nostri tempi travagliati) e l’individuo-prodotto deve trovare un nuovo datore cui «vendersi». La mia stessa esperienza personale di formatore attesta, ad esempio, un cospicuo ricorso allo studio meramente strumentale della lingua inglese e una crescente richiesta di percorsi di (ri)orientamento professionale.

Eppure ci è ben noto che l’educativo, in ogni stagione della vita, è assolutamente irriducibile al solo registro utilitaristico e a ogni imperante logica economicistica. Non a caso, secondo Duccio Demetrio,

[…] nel momento in cui la formazione è considerata soltanto una tecnologia che eroga saperi per l’adattamento ai contesti organizzativi, per il miglioramento di capacità, competenze e gestioni di ruolo, per l’incremento di consumi e produzioni, essa vede scemare e sbiadire del tutto la sua consistenza ontologica, per assumere significati per lo più sul piano tecnologico[2].

Come bene ci ricorda Elena Marescotti, inoltre, il termine ‘formazione’ deriva

[…] dal greco phorein […], che ritorna nel latino fero, portare, ma anche mostrare il proprio portamento, ovvero costruire ed evidenziare le caratteristiche portanti del proprio essere, la propria forma, appunto […][3].

Non si può, allora, non concordare con Eduard C. Lindeman (1926) nel sostenere che il vero scopo della formazione in età adulta è quello di attribuire un senso all’esistenza e che una tale azione formativa possa effettivamente avere inizio una volta accantonati gli interessi professionali.

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[1] Finalità presenti, del resto, anche nei curricoli scolastici di ogni ordine e grado, e che troppo spesso danno adito a pratiche didattiche ispirate al puro nozionismo o a varie forme di tecnicismi.

[2] D. Demetrio, Filosofia dell’educazione ed età adulta. Simbologie, miti e immagini di sé, UTET, Torino 2003, p. 137.

[3] E. Marescotti, Educazione degli adulti. Identità e sfide, Edizioni Unicopli, Milano 2012, p. 52. Per un’analisi più dettagliata dell’attuale significato del termine in seno alle scienze dell’educazione cfr. R. Massa, Istituzioni di pedagogia e scienze dell’educazione, Laterza, Roma-Bari 2000, pp. 566-569.

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La ricerca di un ‘senso’ – nella duplice accezione del termine (‘significato’, ma anche ‘orientamento’) – è una necessità umana imprescindibile che, come scrive Romano Màdera,

[…] promana dalla libertà originaria della cultura […]. Statura eretta, liberazione delle mani dalla deambulazione e loro uso per fabbricare e usare strumenti, vista panoramica, corticalizzazione e differenziazione cerebrale: queste le premesse condizionanti della possibilità di ″immaginare altrimenti″, di vedere in altre forme potenziali il dato. Una possibilità che diventa necessità una volta superata questa soglia, dalla quale non si può più tornare alla condizione precedente[1].

Sin dalle sue origini la filosofia ha costituito una forma di accoglimento di detta necessità e una possibile risposta alla domanda che ne stava alla base, mostrando in tal modo la sua costitutiva natura pratica e pedagogico-andragogica di ‘esercizio’, poi vittima della separazione forzata tra ‘discorso’ e ‘vita’ impostale dalle esigenze della nascente teologia cristiana che ne ha decretato la riduzione a pura speculazione. È grazie all’impareggiabile opera di esegesi testuale e ricostruzione filologica di Pierre Hadot[2]e Michel Foucault[3] se oggi possiamo disporre di una visione non manualistica e stereotipata della filosofia antica: una visione che restituisce alla filosofia stessa la sua più propria natura e offre a noi contemporanei la prospettiva di nuovi possibili scenari formativi.

Perché qui sta proprio il punto: dopo la svolta pratica che l’ha caratterizzata nel corso del Novecento, la filosofia è tornata ad abitare la polis, uscendo dalle esclusive e a volte anguste mura delle accademie e proponendosi come

[…] movimento di formazione degli adulti in palese controtendenza culturale […] volto a restituire agli individui il desiderio di […] [perseguire] lo sviluppo della pensosità e della problematizzazione – individuale e condivisa – di ogni momento di vita[4].

La (ri)nascita e il tuttora crescente sviluppo delle pratiche filosofiche costituiscono, così, un passaggio che credo non sia azzardato definire epocale; sono infatti convinto che il ritorno della filosofia alla vita vissuta sia più che salutare (e forse salvifico) per la nostra umanità disorientata.

Certo quella delle pratiche filosofiche è una galassia composita di realtà fortemente eterogenee che in questa sede non può essere presa compiutamente in esame. Quel che segue è, invece, una rapida rassegna delle principali caratteristiche delle pratiche filosofiche rinnovate proposte

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[1] R. Màdera, La carta del senso. Psicologia del profondo e vita filosofica, Raffaello Cortina Editore, Milano 2012, pp. 158-159.

[2] Cfr. P. Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica (2002), trad. it., Einaudi, Torino, 2005; Id., Che cos’è la filosofia antica? (1995), trad. it., Einaudi, Torino, 1998; Id., La filosofia come modo di vivere (2001), trad. it., Einaudi, Torino, 2008.

[3] Cfr. M. Foucault, L’ermeneutica del soggetto. Corso al Collège de France (1981-1982), trad. it., Feltrinelli, Milano, 2003; Id., La cura di sé (1984), trad. it., Feltrinelli, Milano, 1985.

[4] D. Demetrio, “Dia-logo versus mono-logo? Riflessioni sull’esercizio autobiografico come incontro filosofico”, Adultità, 27, 2008, p. 7.

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da Màdera, collaboratori ed allievi, nonché delle notevoli ricadute formative che queste possono avere per gli adulti che noi siamo.

La sfida è quella di adattare alla contemporaneità gli esercizi spirituali antichi di cui Hadot si è fatto testimone d’eccezione e di rinnovarli quale stile di vita.

Nel farlo si adotta un approccio eclettico e sincretico e si rideclina la sapienza greco-romana secondo modalità più prossime alla comune sensibilità attuale.

Necessariamente si parte dalla dimensione individuale, così centrale oggi quanto invece marginale era per gli antichi: il dato biografico e la concentrazione su di sé, però, danno il là ad un percorso composito che accompagna un soggetto narcisisticamente ripiegato su di sé verso forme di trascendenza plurime.

La trascendenza non indica, da questo punto di vista, una realtà “altra” trascendente e inattingibile, nel senso metafisico o religioso del termine […]; essa è piuttosto immanente alla vita e si palesa come la capacità di stabilire delle connessioni con qualcosa di più grande dell’io e di percepirsi come parte di esso, riconoscendo in questa privilegiata esperienza di senso che esistere è prendere parte [alla] tessitura dell’ordito del mondo […].[1]

La verità, il rapporto con gli altri, il sentirsi parte di una cultura e del cosmo tutto sono la posta di una serie di veri e propri esercizi che vanno a formare una dieta quotidiana[2]. La comunicazione di sé all’altro è solidale e prevede la sospensione di ogni tendenza confutativa e di ogni tentativo di interpretazione sostitutiva; si tratta di una forma di educazione alla pace, incentrata sulla regola d’oro e sul “principio misericordia”.[3]

L’apporto della psicologia del profondo junghiana indica, poi, nuovi obiettivi: il riconoscimento e l’accettazione della parte di Ombra che dimora in ciascuno di noi e la sua trasformazione anamorfica così come la consapevolezza di essere soggetti desideranti in balìa di un desiderare infinito, destinato a non essere mai pago di qualsivoglia desiderata, segno inequivocabile della nostra costitutiva mancanza.

La dimensione corporea non è trascurata, ma riconnessa allo psichismo che in lei trova le sue stesse radici e al registro logico-razionale si affianca quello simbolico-figurale, altra forma di comunicare propria dell’umano e parimenti degna.

Qui non ci si sofferma oltre sulle specifiche, rimandando alla lettura dei testi citati e – auspicabilmente – alla messa in atto delle prassi.

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[1] M. Montanari, Vivere la filosofia, Mursia, Milano 2012, p. 11.

[2] Cfr. R. Màdera, La carta del senso, op. cit.; Id., Una filosofia per l’anima. All’incrocio di psicologia analitica e pratiche filosofiche, Ipoc, Milano 2013; C. Mirabelli, A. Prandin (a cura di), Philo. Una nuova formazione alla cura, Ipoc, Milano 2015; S. Fresko, C. Mirabelli (a cura di), Qual è il tuo mito. Mappe per il mestiere di vivere, Mimesis, Milano, 2016; A. I. Daddi, Filosofia del profondo, formazione continua, cura di sé. Apologia di una psicoanalisi misconosciuta, Ipoc, Milano, 2016.

[3] Cfr. R. Màdera, La carta del senso, op. cit. e A. I. Daddi, “Principio Misericordia, perfezionismo morale e nuova etica. La proposta màderiana per l’Occidente del terzo millennio”, in I. Pozzoni (a cura di), Rassegna storiografica decennale II, Limina Mentis, Monza, 2018, pp. 141-148.

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Quanto brevemente delineato vorrebbe semplicemente rendere atto delle effettive potenzialità delle pratiche filosofiche a formare al «mestiere» più difficile: quello di vivere e di essere più pienamente sé stessi.

 

ANDREA IGNAZIO DADDI

 

 

Intelligenza Immunologica di Marco Canzanella

 

Un’arte difficile è portare aiuto agli altri. Soccorrere va oltre l’ascolto, attività che pare così necessaria, e pure così pallida a volte, così poco costruttiva per l’altro che si torce sotto il giogo di conflitti severi, in taluni casi, e non raramente, incomprensibili. Forse, la cosa migliore, se si desidera volgere alla realtà uno sguardo coraggioso, umano e del tutto privo di altezzosità, è riconoscere il più presto possibile le proprie insufficienze. Ma qui è il punto: ogni individuo è un nodo, un labirinto cioè, un luogo fisico e mentale di attraversamenti, e, in parole semplici, di costrizioni: come riconoscerle? Da dove incominciare per muovere i primi passi verso l’equilibrio, qualunque esso sia? E, infatti, non sappiamo ancora neanche questo: che cos’è l’equilibrio per un essere umano? Un essere umano può aspirare all’equilibrio? Alla quiete, alla pace? La sua natura, glielo consentirà? E che cos’è questa natura? E poi, ancora, continuando, la sua lingua madre gli sarà d’ausilio o no sulla via di questa ricerca? Perché è necessaria questa ricerca, e perché sembra che alcuni non ne abbiamo bisogno? E in tutto questo, non resta con piena evidenza ancora da assodare il ruolo della famiglia, del contesto storico, della situazione familiare, del ruolo, degli altri, del lavoro, della capacità della persona di raggiungere obiettivi, spesso non suoi, ma sui quali misurerà la sua capacità di assumersi come soggetto degno, oppure no?

Troppe domande, si dirà, e, francamente, si dirà bene. La ricerca del bandolo della salvezza, perché di questo si sta parlando, è difficile; in numerosi casi, impossibile. Il desiderio umano, anche quello apparentemente semplice, naturale, non è mai né semplice né naturale. Non sappiamo, e forse non lo sapremo mai, se siamo liberi o no. Non sappiamo come immaginare questa libertà: quante volte una certa immagine di libertà ci fu fatale, siamo palesemente pericolosi a noi stessi, e in questo la natura stessa della libertà sembra tradirci, appare come compromessa da una sua intima frattura, una contraddizione insuperabile. Tutta la scienza del mondo non può donare a un bambino il sorriso cui ha diritto, e tutta la fede del mondo non basta a sostenerci nel lutto, nell’abbandono, nel fallimento nero, tremendo, irreversibile. Ci sono momenti in cui tutti i sentimenti sono volti al negativo, e agire distruggendo ci sembra la sola cosa necessaria; anzi, nemmeno ci sembra, è così e basta.

La società non sembra in grado di aiutarci; al contrario, essa ci incalza coi suoi modelli, ci raffronta di continuo a i suoi ideali attuali di forza, efficienza e successo, e non esita a scartarci col sorriso sulle labbra, se non siamo più in grado di funzionare, proprio così, come prescritto. E il fardello di frustrazioni e lamenti che opprime il cuore di chi ci sta vicino, ci annoia e spaventa, perché è orribilmente tossico, invasivo, violento, contamina e sconocchia come una malattia mortale. Non resta che asserragliarsi in una identità fittizia, fare come la volpe con l’uva, andare avanti come sonnambuli, e soprattutto distogliere lo sguardo dall’amico che cade, dal vicino che muore.

Non sappiamo come dipanare la matassa, ignoriamo perfino se esista il bandolo, se abbia senso la ricerca: tradizioni millenarie, forme di tradizionali, e, oggi, le neuroscienze, la neurobiologia, e, ancora come sempre, la psicologia, l’arte, la letteratura sembrano additarci, se non la soluzione, una soluzione provvisoria, di sopravvivenza, di piccolo cabotaggio, e che tale resta anche nelle vette più alte della creatività, della ricerca e dell’azione: che fare?

In primo luogo, imparare a pilotare la propria mente. Ma occorre comprendere bene subito, che in questo nessuno ci aiuterà, a parte qualche vero maestro, ma, anche in quel caso, dovremo avere già la capacità di riconoscerlo: è necessario il valore per riconoscere il valore, e sentire il danno di non averlo riconosciuto: tutto questo non è insegnato dalla rete, non dai media, non dalla televisione: nessuno di questi soggetti si occupa di voi, e prima lo capirete, tanto meglio sarà per voi.

In secondo luogo, è necessario imparare la complessità, per poi sperimentare la gioia di procurarsi da sé quella semplicità luminosa che ci permette di crescere mentalmente e spiritualmente.

In terzo luogo, non stancarsi mai di domandarsi di che cosa abbiamo bisogno perché è vitale per noi: non ce lo dirà nessuno, perché nessuno può dircelo, ma almeno lo sapremo.

In quarto luogo, comprendere che abbiamo alle spalle una storia, personale e collettiva, che è indispensabile conoscere per dare corpo al proprio avvenire: è assolutamente necessario studiare le storie universali di tutto, arte, letteratura, scienza, religione, insomma di tutto perché tutto ci riguarda: tempo fa imparai moltissimo sul tempo e la velocità dalla lettura di un testo sulla chirurgia del cavallo, e da un altro libro su come si fabbricano le scarpe: attualmente sto leggendo un saggio altamente filosofico sulle carabattole assolutamente prive di pregio che ingombrano i mercatini delle pulci, e ho appena terminato la lettura dell’autobiografia del Mago Zurlì.

In quinto luogo, occorre aver fiducia nel prossimo, ma non bisogna aspettarsi niente da nessuno, non attendere il sorriso di nessuno, sopportare la vergogna in solitudine, imparare a stare da soli prima che la nevrosi o la psicosi prendano in mano la situazione e facciano sul serio, sprofondandoci là dove nessuno può più umiliarci, mistici felici, fusi non già con Dio, ma col cervello rettile, il nucleo più antico secondo il tradizionale modello di MacLean.

In sesto luogo, è altamente raccomandabile, l’impegno della mente, imparare ad attendersi molto dalla propria mente. La mente si offende se non la consultiamo, se tiriamo a campare, ed è per questo giustamente vendicativa. Potete ispirarvi a chi vi pare, da circa diecimila anni vale la pena, su questo pianeta, di chiedere l’opinione di qualcuno che ci sta vicino, ma suggerirei anche di interessarsi a ciò che non è immediatamente a un tiro di mano.

In settimo luogo, bisogna praticare sistematicamente l’odio delle malattie, della nausea, delle dipendenze di ogni genere, della schiavitù dell’ipocrisia (è una grave malattia, compatiamoli gli ipocriti, e diamo loro una pensione sociale); liberarsi dei vizi, delle perversioni, delle voci, delle immagini televisive, delle gazzette spocchiose, degli allestimenti scenici, delle allucinazioni, delle recite a soggetto, delle finzioni, tanto alla verità non crede nessuno, e pochi sanno riconoscerla: dei linguaggi paradigmatici, del bianco e del nero. Insomma, del falso, perché, dopotutto, la paura di essere, è stressante, e io, per me, vivendo, non mi voglio stressare, le emozioni negative mi impediscono di capire e mi fanno fare solo sciocchezze.

 

MARCO CANZANELLA

 

 

 

 

 

Il cammino della Consulenza Filosofica (Una breve guida) di Mimma Leone

 

Nel caos del web, può capitare di smarrirsi fra notizie parziali, informazioni corrette ma prontamente rimosse per motivi imperscrutabili e fakenews che depistano i ben intenzionati seguendo una delle più antipatiche mode del momento. Considerando che tale tendenza riguarda anche l’argomento di cui si tratta, abbiamo pensato che cercare di fare un po’ di chiarezza non possa che giovare.

Come Wikipedia giustamente riporta, la Consulenza Filosofica nasce in Germania nel 1981 grazie a Gerd Achenbach, rispondendo all’esigenza di svincolare la Filosofia dalla morsa opprimente del regime accademico per riconsegnarla al quotidiano, finalmente libera di tornare a occuparsi della vita degli uomini, dei loro interrogativi e dei loro disagi. La Philosophische Praxis, come d’altronde è facile immaginare, divenne molto presto fulcro di numerose polemiche, sia per la costruzione di un nuovo paradigma di dialogo, sia per la nascita dell’inedita figura professionale che inevitabilmente andava a delinearsi mettendo in crisi metodologie e riflessioni psicologiche ormai arrugginite e tuttavia ben ancorate. Secondo il ricercatore tedesco, il ruolo del filosofo è quello di accompagnare il consultante attraverso il dialogo, alla scoperta dei differenti percorsi che possono condurre alle risposte di una ricerca esistenziale che non pone l’esaustività come obiettivo perseguibile. Del resto, le domande della contemporaneità non coincidono più con i quesiti kantiani della filosofia tradizionale, ma sono corredati da molteplici derivazioni soggettive e concrete, che spingono l’uomo a cercare soluzioni uniche, personali e funzionali alla propria verità.

Nonostante le difficoltà nella costruzione di un proprio profilo identitario, la Consulenza Filosofica riesce a sbarcare altrove a partire dagli anni 80, trovando prospettive e declinazioni interessanti nei campi d’applicazione della materia e della sua duttilità, che da difetto fondante si converte in ventaglio di possibilità terapeutico e relazionale. Ecco perché in Francia il Cafè-Philo di Marc Sautet è in grado, dagli anni novanta in poi, di sottrarre le disquisizioni filosofiche alle cattedre universitarie per dare più respiro al carattere dialettico della Filosofia stessa e portarla in uno spazio aperto, a sviluppare discussioni pubbliche, dirette e non sempre corredate dal carattere dell’ufficialità. In Inghilterra nasce con Lipman la Philosophy for Children, un’altra pratica che ha trovato poi diffusione in moltissimi Paesi poiché mette in discussione il concetto di educazione convertendo il ruolo dell’insegnante in facilitatore dei processi del pensiero e del dubbio, a partire dalla scuola per l’infanzia. Nonostante anche nei Paesi Bassi si sia assistito a uno sviluppo della disciplina con un’attenzione particolare verso la formazione nel settore del lavoro e all’interno di aziende e organizzazioni, la grande spinta propulsiva arriva dagli Stati Uniti per merito di Ran Lahav e Lou Marinoff, divenuti fra i maggiori esponenti della disciplina, divulgatori e promotori di ogni iniziativa a favore del potenziamento del ruolo del consulente filosofico e dell’applicabilità del pensiero critico.

In qualche modo, l’esperienza italiana si lega a quella dei due ricercatori statunitensi: nel 1994, infatti, il Prof Nicola Velotti partecipa alla prima Conferenza Internazionale sulla Consulenza Filosofica, organizzata a Vancouver proprio da Lahav e Marinoff, evento che apre scenari nuovi ispirando e motivando Velotti a stilare il “Manifesto Italiano della Pratica Filosofica” con Flaccovio Editore, coadiuvato da filosofi come Gerardo Marotta, per gettare le basi per la nascita e la diffusione della disciplina nel territorio italiano. Negli anni successivi, Velotti diventa il riferimento nostrano di Achenbach dopo aver partecipato ai suoi corsi tenuti all’Università di Colonia, ed è il primo in Italia ad attivare un corso di formazione in Consulenza Filosofica Online. Impegnato anche nella ricerca di forme d’arte orientate al benessere psicofisico e alla connessione dell’uomo con l’ambiente, il Prof Velotti è presidente del “Philosophic Therapy Center” con sedi a Nola, in Lombardia, Lazio, Emilia-Romagna, Calabria, Puglia e anche in India, a Mumbai, e proprietario della relativa rivista specializzata. Valido e degno di nota è senz’altro l’impegno a formare nuovi consulenti filosofici, professionisti che, dopo la laurea in Filosofia, intraprendono un ulteriore percorso di studi che prevede l’indispensabile messa in pratica dell’abilità di dialogare, diventano interlocutori ideali nella messa in discussione socratica per limitare il disagio o superandolo, schiudendo una visione di se stessi, degli altri e del mondo spesso inaspettata.

Doveroso è sottolineare che la psicoanalisi e la consulenza filosofica non sono la stessa cosa, riportando un dibattito annoso e non ancora prossimo a dissolversi. Come nella psicoanalisi, e come tiene a chiarire anche Lacan, il consultante non è un paziente da guarire. La differenza sostanziale è, quindi, nel metodo: la Consulenza Filosofica non avvia lunghe ricerche sulle cause originarie o sui traumi del passato rimossi, a meno che non si tratta di episodi scatenanti che abbiano una diretta correlazione con i pensieri, influenzandoli e inquinandoli. La consulenza filosofica si occupa delle idee e si prende cura, come afferma Galimberti, “delle emozioni, degli affetti, dei progetti e di tutti i contenuti del pensiero, con un andamento “filosofico” fedele alla ricerca della verità, ossia delle buone pratiche del conoscere, dell’agire e del sentire.”

Al consulente filosofico spetta il compito di condurre questo viaggio, nella consapevolezza di partecipare a un’evoluzione reciproca, che interessa spesso in egual misura entrambi i viandanti. La nostra speranza è che questa figura professionale possa essere riconosciuta nella sua importanza e crescere in tutte le realtà in cui è possibile, citando Socrate, “mettere sotto esame la vita”, un luogo dove le domande diventano fari e i disagi opportunità.

MIMMA LEONE

 

 

 

Emozioni positive: ricchezza e risorsa interiore di Stefania D’Agostino

Le emozioni positive, come la felicità e la gioia, aiutano a raggiungere i nostri obbiettivi e a coltivare i nostri punti di forza, avviando processi positivi utili a un duraturo e maggiore benessere psicofisico e sociale. Le emozioni rappresentano un’esperienza unica e di rilevante importanza nella vita di ognuno di noi. Esse “ci trasformano” in risposta a un evento, interno e esterno, negativo o positivo, permettendo di adattarci all’ambiente circostante (fisico o sociale). Oggetto di studio, di ricerca e di elaborazione teorica nella storia della Psicologia, l’emozione è da essa definita un fenomeno complesso e multidimensionale in cui i processi mentali e le componenti somatiche si influenzano a vicenda dando luogo a esperienze soggettive, mutazioni corporee, espressioni facciali, tendenze al pensiero, all’azione e risposte all’emozione. Le esperienze soggettive, o sentimenti positivi o negativi, rappresentano una guida nei comportamenti e nelle decisioni: il giudizio, la memoria, la valutazione dei rischi e l’apprendimento sono influenzati dai vissuti emotivi personali. Alcune emozioni inducono all’urgenza di pensare e di agire. Queste emergenze sono definite da Fredrickson “tendenze al pensiero e all’azione”, o talvolta,tendenze all’atto. Ad esempio la rabbia ci induce ad attaccare, la paura alla fuga, la tristezza a ritirarci e la gioia a giocare. È utile chiarire che non si tratta di pensieri e di azioni di per sé, ma di ” tendenze” a reagire in un determinato modo. Tali tendenze delimitano lo spazio di possibili idee e azioni. Metterle in atto dipende dal controllo individuale, da norme sociali e altri fattori. Mentre le emozioni negative riducono la specifica urgenza comportamentale di agire e pensare in un determinato modo, le emozioni positive amplificano le possibilità di azione-pensiero in maniera rilevante e nel tempo possono portare a un bagaglio di risorse personali utili per la sopravvivenza. Tale amplificazione delle possibilità di pensiero e di azione è sostenuta dalla teoria di ampliamento e costruzione di Barbara L. Fredrickson che afferma che le opportunità di risorse date dalle emozioni positive rappresentano un modo per renderci persone più elastiche, aperte alla vita, capaci di trovare soluzioni innovative ai problemi che si presentano e più complesse di quello che in altre circostanze saremmo. Se ad esempio trascorriamo piacevoli momenti insieme agli amici, a ridere insieme, o ad apprezzare una semplice passeggiata nel parco, stiamo coltivando molto più che sentimenti positivi momentanei. Quello che si fa in ogni momento potrebbe essere la base per il nostro benessere a lungo termine e per la nostra salute. Sentirsi bene è qualcosa di molto più di quello che crediamo usualmente. Permettendoci di avere una vasta gamma di pensieri e di conseguenza di possibili azioni, le emozioni positive producono in noi idee innovative e creative. Rappresentano, inoltre, una possibilità maggiore di stringere legami sociali più solidi. Il gioco, ad esempio permette di istaurare relazioni amichevoli e dar vita a risorse fisiche e sociali che altrimenti non avremmo. Esplorare, conoscere e essere consapevoli di ciò che ci accade, permette di conoscere l’altro e di definire le priorità nella nostra vita. Questi effetti dati dalle emozioni positive vissute nel momento della relazione amichevole con l’altro perdurano anche una volta svaniti le emozioni stesse. Le emozioni positive in questo modo amplificano il magazzino di risorse interiori a cui attingere in caso di difficoltà, esse possono essere: fisiche (salute e efficienza del funzionamento fisico); intellettuali (costruzione di una mappa cognitiva che porta a riconoscere la strada giusta nelle diverse circostanze della vita); sociali (richiesta di aiuto in caso di bisogno). Molti studi nel campo mostrerebbero che attraverso la mediazione aumenta il fabbisogno di emozioni positive e ne consegue una crescita ampia a livello di risorse personali. I sentimenti positivi allargano la nostra percezione visiva del mondo e delle persone, permettendo di vedere ciò che abitualmente non vediamo e possono aiutarci a bloccare gli effetti distruttivi frutto delle emozioni negative.

STEFANIA D’AGOSTINO

 

 

 

La ricerca della verità di Mimma Leone

Mi piace l’idea di scrivere questo primo editoriale a cavallo fra l’uno e l’altro anno. E’ un ottimo pretesto per sottolineare l’importanza di trovare l’equilibrio nel presunto bordo degli eventi, imparando a stare nel divenire.
La filosofia si occupa delle domande, le alimenta e se ne prende cura. Questione di punteggiatura e messa in scena esistenziale; ossia, una costellazione di punti interrogativi che cambia il nostro essere al mondo. Questa meravigliosa scienza che non serve a niente eppure è fondamentale, sopravvivendo al paradosso per eccellenza che la porrebbe al di fuori di qualsiasi dissertazione, ci racconta ancora qualcosa di nuovo e sorprendente, trasmettendo un forte messaggio di attualità che la restituisce a noi come inevitabile compagna del comune cammin terreno. E’ questo il significato da attribuire all’avvento della consulenza filosofica, al proliferare di figure di riferimento sperimentali sempre più autorevoli, alla stessa diffusione di riviste specializzate (la nostra spera di diventarne valido esempio). Segnali inconfutabili che rendono l’immagine di una materia viva, riabilitata proprio da chi ha compreso di dover uscire dalle stanze claustrofobiche della tradizione accademica per entrare nel vivere quotidiano, nella relazione, nel confronto più diretto e fruibile possibile. Un passaggio obbligato direi, perché la filosofia, più che l’esistenza, riguarda l’Esserci e il saperCi qui, adesso; nella consapevolezza di essere coscienza in evoluzione, s’impara infatti a conoscere se stessi attraverso l’alterità, e quindi a svelare il lato oscuro trasmutando l’angoscia nei molteplici volti della creatività.
Se allora la filosofia accetta la sfida del presente senza rischiare di perdere la sua sostanza, possiamo ancora sperare che il cerchio dell’agorà possa con-vivere e con-tenere la tecnologia e l’innovazione, risultanze dell’epoca che abitiamo non necessariamente incompatibili con lo spirito filosofico. Ma sussiste un altro se: se lo scopo della nostra ricerca riguarda la verità, l’unica mano che riesce a spiegarne il velo è quella della meraviglia. Si potrebbe infatti anche dire che la filosofia stessa non sia altro che la capacità di lasciarsi senza tregua meravigliare dal traffico mondano, cogliendo l’occasione delle domande che ne conseguono per rintracciare quei sintomi di imminente verità che riconducono al sacro e al senso, sinonimi dello stesso indicibile concetto.
Si potrebbe altresì obiettare aggrappandosi alla retorica della frenesia della società, in special modo occidentale, evidentemente poco amica della ricerca del vero che invece sembra essere cruciale nell’indagine filosofica in esame. Il problema è lo sguardo, il linguaggio, il dialogo. La comunicazione spesso compressa e il bisogno di conformità inquinano discorsi e pensieri, ponendo tutti i presupposti di una vera e propria competizione. Ma la relazione non è una gara; non deve prevalere la mia opinione sulla tua, non devo uniformare una pluralità di idee a un’unica realtà delle cose e dei fatti supposta, ritenuta legittima da una serie di motivazioni più o meno giustificate, più o meno condivise. Insomma, non devo aver ragione. Per questo stesso motivo, il piano della verità non corrisponde al piano del sapere; si tratta invece di un “sistema di apprendimento”, direbbe Foucault, finalizzato all’ ‘acquisizione di proposizioni altre’, che già per questo si avvicinano di più al vero poiché messe in discussione dalla dialettica e soprattutto dalla pratica, che poi è la vita stessa. La vita, appunto; ossia, qualcosa che riguarda tutti. Allo stesso modo, non occorre guarire, ma conoscersi. Antifonte suggeriva l’arte della parola come terapia nel 400 a. C, ovvero molto prima di Freud. Ippocrate ne rafforzò il messaggio quando capì che mente e corpo si scambiano continuamente messaggi.
Fare luce su noi stessi, sugli aspetti nascosti della nostra essenza, guardare il mondo da una prospettiva alimentata dal dubbio è, socraticamente, uno stile di comportamento che vuole escludere l’indifferenza e avvicinare alla felicità. E la felicità non è altro che pura vita messa continuamente alla prova senza indugi, nella gioia di perdersi e ritrovarsi, nella scoperta dell’ignoto, nell’accettazione del Tutto, nel contatto con la parte più profonda della nostra anima.

MIMMA LEONE

 

 

 

La Curcuma di Elisabetta Rainone

La Curcuma longa (Turmeric) ed i suoi composti attivi, i curcuminoidi, sono divenuti di estrema attualità da quando si è compreso che gran parte delle patologie croniche del nostro secolo sono imputabili allo stato infiammatorio cronico. Recentemente esiste anche un crescente interesse sul ruolo dell’infiammazione e dei processi ad essa collegati nell’insorgenza dei tumori maligni. Oggi sappiamo infatti che l’infiammazione cronica di basso grado o silente, a carattere persistente dopo molti anni può portare ad affezioni croniche degenerative ed al cancro e favorirne l’evoluzione. Secondo Oshima  (2014) il 25% di tutti i tumori maligni sono la conseguenza di infiammazione cronica e stress ossidativo. Agli inizi del nostro secolo un particolare interesse è stato rivolto agli enzimi infiammatori ciclossigenasi COX-2 che sono iperespresse in numerosi tumori maligni. L’inibizione farmacologica di questi enzimi con i FANS ha permesso di ottenere la riduzione di incidenza di neoplasie in animali da esperimento tanto da far sostenere il possibile utilizzo di questi farmaci nell’uomo per un’azione chemiopreventiva. L’inibizione COX-2 con questi farmaci è tuttavia caratterizzata da gastrolesività e cardiotossicità tanto che sono state esplorate possibili alternative. In base alle stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) circa l’80% della popolazione fa ricorso a fitocomposti naturali per il trattamento dell’infiammazione cronica e per primarie necessità di salute. Fra i numerosi composti studiati i curcuminoidi rappresentano indubbiamente un punto di riferimento. Inoltre Turmeric “the golden spice” è stato utilizzato in numerose affezioni incluse le malattie della pelle, infezioni batteriche, virali e fungine, nelle patologie metaboliche, cardiovascolari, neurodegenerative e tumorali. I curcuminoidi, infatti, agiscono attraverso complessi meccanismi antiossidanti, antinfiammatori e la regolazione di numerosi fattori di trascrizione, fattori di crescita, enzimi, etc.. La curcumina o “curcumin”, il principio attivo da essa derivato, rappresenta un vero banco di lavoro per gli studiosi esercitando numerosissime azioni molecolari.

Se questo composto possa rappresentare “il vero chemiopreventivo naturale” è troppo presto per poterlo affermare, anche se il Turmeric è consumato da oltre 4000 anni e fa parte della composizione del curry. Troppe volte composti considerati chemiopreventivi hanno in realtà dimostrato azioni opposte quando impiegati per lungo tempo. Il genere Curcuma comprende piante provviste di rizoma che si caratterizzano per gli aspetti  floreali, culinari, folcloristici, religiosi e sanitari. Il numero delle specie che vi fanno parte è molto elevato tanto che il nome delle piante botanicamente correlate o simili risulta spesso oggetto di confusione se si prendono in considerazione Paesi diversi fra cui l’India, il Giappone, la Cina. Dalle 70 alle 110 specie di curcuma sono native di aree geografiche con clima tropicale tanto che l’identificazione delle piante del genere curcuma rappresenta, nella materia medica cinese, un problema classificativo molto complesso (Bensky, 2004). Fra le varie specie la Curcuma longa è la più conosciuta e la più studiata. Il nome “curcuma” deriva dalla parola araba “Kurkum” che significa “giallo”. Probabilmente si riferisce al colore giallo intenso caratteristico del rizoma del vero Turmeric, parola questa che ha origine dal latino medievale “terra merita” o “ottima terra” riferita al colore del suolo ricco di metallo dove cresce la pianta. La Curcuma è nota anche come Haldi in India, Jiang Huang in Cina e come Indian saron (zafferano delle Indie) in Europa (Aggarwal, 2007). Il nome “longa” deriva invece dalla forma allungata del rizoma. Il Turmeric appartiene alle tradizioni religiose e culinarie dell’India. È infatti un componente essenziale della medicina Ayurvedica da oltre 4000 anni e fa parte della composizione del curry. Questa spezia riveste, da non molti anni, un notevole interesse in ambito medico.Si deve al Prof. Bharat B. Aggarwal, noto studioso di biologia molecolare e delle attività antitumorali della spezia indiana, l’aver approfondito la conoscenza delle proprietà di questa spezia e dei suoi principi attivi “i curcuminoidi”.

Il genere CURCUMA appartiene alla famiglia delle Zingiberaceae, come lo zenzero o ginger, che comprende piante provviste di rizoma che rappresenta la parte sotterranea del fusto della pianta. Il numero delle specie che vi fanno parte è molto elevato tanto che il nome delle erbe botanicamente correlate o simili risulta spesso oggetto di confusione. Secondo Subhuti Dharmananda, Direttore dell’Istituto di Medicina Tradizionale a Portland (USA), le sorgenti primarie di curcuma sono rappresentate da: Curcuma longa (Turmeric, Curcuma domestica), Curcuma aromatica e Curcuma zedoaria. La Curcuma è un’antica spezia ed un rimedio tradizionale, che è stata usata come medicina in scritti risalenti a oltre 2000 anni fa. Marco Polo,raccontando i suoi viaggi in Cina, descrive la Curcuma nel 13° secolo: “Vi è anche un vegetale, che ha tutte le proprietà del vero zafferano, così come il colore, ma che non è vero zafferano”. La Curcuma, chiamata Jiang Huang in Medicina Cinese cura i meridiani di milza, stomaco e fegato. Rinvigorisce il sangue, favorendone il movimento, sblocca la mestruazione e il dolore addominale, allevia amenorrea e dismenorrea con dolore o gonfiore. Espelle il vento. La Curcuma è usata in Ayurvedica per equilibrare vata, pitta e capha, anche se in eccesso, può aggravare pitta e vata. Ha un particolare effetto benefico per il sistema circolatorio. Accelera anche agni (fuoco), aiutando a ridurre kapha e ama (tossine e muco). Il suo gusto amaro, pungente e riscaldante, permettono di far fluire l’energia ristagnante, rimuovendo le scorie. La Curcuma, conosciuta anche come Haridra, si dice dia l’energia della Madre Divina e infonda la prosperità. Spesso in India la radice di curcuma viene scolpita con l’effigie di Ganesha, divinità che invoca la forza per superare gli ostacoli, conferendo prosperità e successo. La curcuma è anche popolare nelle tradizioni yogiche, in quanto viene usata per pulire i canali sottili e i chakra ed è tradizionalmente utilizzata per sostenere i legamenti nelle pratiche Hatha Yoga.
Molti indiani iniziano la loro giornata spazzolando i denti, e poi bevendo un bicchiere di acqua calda con un cucchiaino di curcuma come misura preventiva o con latte (golden milk). E’ pratica comune in India applicare la Curcuma sulla pelle come trattamento di bellezza. Numerose sono le applicazioni della Curcuma longa e del curcumin. La spezia è nota nel mondo alimentare in quanto viene utilizzata per la conservazione degli alimenti; inoltre è parte del curry ma è anche un colorante vegetale utilizzato nell’industria tessile e chimico-farmaceutica. Il curcumin manifesta le sue azioni come anti-aging, in malattie neurodegenerative come il morbo di Alzheimer in cui, grazie alla struttura bifenolica, lega le placche di amiloide, ed ancora nelle malattie metaboliche come insulinosensibilizzante. Non esiste in pratica settore della medicina in cui il composto non sia stato sperimentato con incoraggianti risultati da riferire alla sua prevalente attività antiossidante e antinfiammatorie. Gli estratti di Curcuma longa sono rappresentati dai curcuminoidi di cui il curcumin (che costituisce il 95-97% dei curcuminoidi) è la forma più attiva nel modulare i segnali infiammatori e la proliferazione cellulare.

Per incrementare la biodisponibilità del composto numerose sono le strategie utilizzate:

-associazione con Piperina (principio attivo estratto dal Piper nigrum): determina un incremento dell’assorbimento del curcumin. Da trials clinici risulta che la piperina incrementa la biodisponibilità del curcumin quando viene assunto per via orale. La piperina è infatti un potente inibitore del metabolismo dei nutrienti ed ingredienti dietetici e per azione inibitrice della glucoronidazione epatica e intestinale può rallentare il metabolismo del curcumin e incrementarne la biodisponibilità, il rapporto fra i due composti  deve essere pari a 100:1 (ad es. 400 mg di curcumina – 4 mg di Piperina): così facendo l’assorbimento del curcumin risulta venti volte maggiore. Il curcumin ha, in linea generale, un ottimo profilo di sicurezza anche a dosi molto elevate (10-12 g/die) come è stato osservato in pazienti oncologici trattati anche per un lungo periodo di tempo.

Tuttavia è sempre opportuno iniziare qualsiasi trattamento con basse dosi del composto per alcune settimane incrementandole progressivamente in modo da creare le condizioni favorevoli per una buona tollerabilità. La curcuma ha effetto coleretico e colagogo, di conseguenza stimola la secrezione biliare ed il flusso biliare nell’intestino. È quindi controindicata in presenza di ostruzione biliare e deve essere somministrata con cautela nei casi con calcolosi della colecisti. Non sono dimostrati effetti gastrolesivi nell’uomo. Occorre porre attenzione all’impiego del curcumin in pazienti in trattamento con farmaci anticoagulanti. Inoltre, inibendo l’attività di enzimi che metabolizzano i farmaci come il citocromo P450, sussiste il rischio di accumulo di composti che sono metabolizzati da tali enzimi. Secondo Burgos-Moron (2009) il curcumin potrebbe determinare danni del DNA e alterazioni cromosomiche a concentrazioni pari a quelle considerate sicure. Inoltre mentre basse concentrazioni del composto hanno attività antiossidanti, alte concentrazioni incrementano i livelli cellulari di ROS.

ELISABETTA RAINONE

 

 

Poetry Therapy e Scena Primaria di Nicola Velotti

 

Una prospettiva interessante, all’interno del movimento psicoanalitico, per comprendere i fondamenti teorici della Poetry Therapy è costituita da quella che tende verso un’analisi intrinseca della opera poetica, affrancata dalla personalità di chi la produce e volta a cogliere la specificità dell’opera stessa.
Il testo poetico sarebbe legato alla realizzazione simbolica del desiderio inconscio, attraverso un processo di significazione ambigua, cioè di una significazione che nasconde ciò che rappresenta nello stesso momento in cui lo manifesta.
Il testo poetico esprimerebbe, dunque, l’istituzionalizzazione culturale del desiderio inconscio, e diventerebbe così il terreno privilegiato per l’individualizzazione dei desideri umani e il superamento delle problematiche esistenziali.
Fondamentale in questa prospettiva è il contributo di Franco Fornari che analizza il rapporto tra scena primaria e linguaggio poetico.
Per Fornari la scoperta del linguaggio poetico può essere pertanto considerata come un grande processo di riparazione: solo attraverso il linguaggio poetico, il lutto, determinato dalla perdita del rapporto diretto con la natura, può essere elaborato.
Il motivo per cui i desideri inconsci, i rappresentati, non possono essere presentati direttamente, è dovuto ad un’esperienza che l’individuo deve negare di conoscere, pur conoscendola: quella dei rapporti sessuali tra i genitori, nota come “scena primaria”. La scena primaria è immaginata esistente, prima di essere rappresentata: in una modalità allusiva, la si può rappresentare solo negando di conoscerla, nell’attimo stesso in cui la si raffigura. Essa implica l’accoppiamento dei genitori e l’esclusione del bambino e, nello stesso tempo, l’accoppiamento di tutti i personaggi della famiglia, ma anche la loro morte.
Esiste pertanto un accoppiamento orale, un accoppiamento orale-uretrale e un accoppiamento genitale, ma anche una relazione distruttiva tra essi. Intesa in tale prospettiva, la scena primaria contiene tutti gli stati affettivi umani fondamentali.
Il fatto che il bambino sperimenti sia la proibizione dell’amore che quella dell’odio, determina in lui la sensazione del fallimento della natura, con la quale egli si sente legato. Il fallimento della natura induce il bambino ad accettarne la rimozione, ed egli quindi la rimpiazza con la cultura.
Elaborato nella rappresentazione simbolica, il desiderio umano cessa di essere valido in quanto natura, per poter essere sottoposto al consenso della cultura attraverso la rappresentazione simbolica; la scrittura poetica diventa, allora, la rappresentazione simbolica della scena primaria. Dato che gli enunciati simbolici sono in grado di determinare processi di identificazione quanto più sono realizzati in una forma universale, il segreto fondamentale dell’opera poetica dovrebbe essere quello di instaurare una funzione culturale e di superamento del desiderio proibito attraverso una forma accessibile a tutti. Per questo motivo, la rappresentazione poetica che piace universalmente solo ed unicamente per il modo in cui è rappresentata, dovrebbe svincolare l’uomo dalla natura e, nello stesso tempo, dovrebbe permettere di trasformare qualsiasi vissuto in una sua rappresentazione piacevole e accettabile, che può essere fruita terapeuticamente da se stessi e da tutti. Grazie a questa rappresentazione simbolica che è la poesia ogni individuo sarebbe in grado di rielaborare in modo positivo la scena primaria,e di affrontare e superare in modo attivo le angosce e le frustrazioni connesse alla sua esistenza.

NICOLA VELOTTI

Bibliografia:
F. Fornari ” Nuovi orientamenti nella psicoanalisi”, Collana: Biblioteca di psichiatria e di psicologia clinica, 14, Milano, Feltrinelli, 1979.

 

 

Il mio incontro con Jung di Antoine Fratini

 

Svizzera. Nazione dei famosi orologi, dove la pulizia è di norma, dove i treni sono sempre ben tenuti e partono e arrivano spaccando il minuto… Per chi vive in Italia, queste semplici caratteristiche bastano per produrre un totale spaesamento.

“Küznacht, stazione di Küznacht”.

Scendo dal treno e decido di avviarmi a piedi lungo il cammino che porta alla residenza dell’illustre collega, immergendomi nei dolci e austeri paesaggi che costeggiano il lago di Zurigo…

Dopo circa 30 minuti di marcia, giungo finalmente alla frazione di Bollingen. Davanti a me si erge una grande casa sormontata da torri rotondeggianti. Accanto al campanello dell’imponente portone in legno massiccio è scritto: “Famiglia Jung”. Sopra la volta una iscrizione in latino: “vocatus atque non vocatus deus aderit”. Ci siamo. Sto per incontrare “il saggio di Küsnacht”. Mille sono le domande da porgli. Mille e nessuna, perché al momento non saprei veramente da dove incominciare.

Suono il campanello, mi accoglie una donna di servizio sulla cinquantina, elegantemente vestita, che mi introduce in un giardino molto verde e ben curato, diciamo pure “alla svizzera”. Mi pare di sentire come dei colpi di martello… In piedi all’ombra di un albero, il mio ospite intento a scolpire un blocco di pietra…

Cameriera: “Il Sig. Antoine Fratini”.

Lui rimane in silenzio, totalmente assorbito dal suo compito. La sua silhouette quasi si confonde col paesaggio.

Io: “Buongiorno Prof. Jung. O dovrei dire Sig. sciamano?!”

Silenzio.

Io: “Sa che lei sarebbe considerato uno sciamano presso qualsiasi comunità tribale?!”

Jung: “Buongiorno Sig. Fratini, vedo che lei ama entrare senza indugio nel vivo delle questioni. Che cosa le fa credere che io non sappia di avere qualcosa di sciamanico?”

Io: “Se lei ne fosse veramente convinto suppongo che se ne troverebbe traccia nelle sue opere. Invece, che io sappia, lei non ha mai veramente osato proporre tale accostamento”.

Jung: “Dovrebbe sapere che certe affermazioni si possono pagare a caro prezzo. Le parole posso diventare macigni e bisogna stare sempre molto attenti a non regalare varchi ai propri detrattori.”

Io: “Così, anche il grande Jung può trovarsi in difficoltà di fronte al compito di deporre la Maschera!”

Jung: “Sono alto un metro e ottantacinque … Direi che solo in rare occasioni conviene deporre la Maschera, ancora meno davanti ad uno sconosciuto, anche se ha l’accortezza di usare termini che fanno parte del mio vocabolario”.

Io: “Mi perdoni, mi rendo conto di avere in effetti saltato la formalità delle presentazioni. Probabilmente, con la sua sopraffine conoscenza dell’animo umano, lei avrà già captato qualcosa circa la mia personalità!”

Jung: “Se lo dice lei…”

Io: “Proverò a colmare la lacuna. Svolgo l’attività di psicoanalista e ad un certo punto del mio percorso di formazione mi sono interessato alla sua teoria e alla sua pratica clinica. Questo mi è valso l’allontanamento dall’Associazione che frequentavo. Occorre aggiungere che rivendica paternità freudiana!”

Jung: “Bene, direi che al momento questa breve descrizione possa bastare. Allora, quale è la ragione della sua visita?”

Io: “La ragione, in pratica, potrebbe chiamarsi semplicemente transfert. Fermo restando che l’interpretazione di quest’ultimo non è univoca… Diciamo che desidererei affrontare alcune questioni assieme a lei. Vede, ho letto con molta attenzione la sua opera. La sua concezione dell’inconscio e della personalità ha rappresentato un allargamento dei miei confini. Converrà che dal punto di vista psicologico non è cosa da poco. A tale proposito ricordo un sogno che ebbi durante il mio iter formativo e che ha forse rappresentato la mia prima vera esperienza consapevole dell’inconscio collettivo: camminavo lungo il piccolo marciapiede di una fogna sotterranea dove scorreva acqua sporca, probabilmente inquinata. Se ne intravedeva la foce in fondo, illuminata da un debole bagliore. Il marciapiede si faceva sempre più stretto e il cammino sempre più difficile. Ad un tratto, vidi un passaggio sulla mia destra. Lo presi ed arrivai ad un mare sotterraneo che si estendeva a perdita di vista e dove alcuni uomini dalle teste calve facevano il bagno. Regnava una luce meravigliosa. Entrai in mare e incominciai a nuotare, ma l’acqua era leggera come l’aria e quindi era molto difficile stare a galla. Anzi, rischiai di affondare, ma poi riuscì comunque, anche se con grande affanno, a tornare a riva. A quei tempi, oltre ad interessarmi di ecologia e a preoccuparmi per le sorti del pianeta, ero ancora molto attaccato alla teoria freudiana e non capivo bene che cosa fosse l’inconscio collettivo. Dedussi dal mio sogno che avrei dovuto impegnarmi di più sulla mia evoluzione interiore e che avrei potuto fruire di quella acqua meravigliosa solo in un futuro, dopo avere “perso parecchi capelli”, cioè dopo avere acquistato maggiore saggezza. Alcuni anni dopo mi imbatté per caso nell’immagine alchemica, che lei conoscerà senz’altro, del “mare dei saggi”! L’immagine simbolica, archetipica, mai vista prima di un mare interiore di smisurata estensione accessibile ai solo iniziati aveva fatto la comparsa in un mio sogno proprio nel periodo in cui mi ponevo intensamente il compito di capire la sua tesi sull’inconscio collettivo…”

Jung: “Un sogno interessante… Un freudiano avrebbe probabilmente fissato la sua attenzione sulla ricerca, da parte del sognatore, di una via per sfuggire all’acqua sporca della fogna… Personalmente, concordo in grandi linee con la sua interpretazione. Il fatto che lei non riuscisse a nuotare denota una impreparazione che può farsi pericolosa quando ci si avventura nell’inconscio. Tuttavia l’immagine dei saggi sulla quale il suo sogno si conclude era di buon auspicio.

Io: “Prof. Jung, uno storico inglese ha emesso una tesi secondo la quale la rottura con Freud in verità sarebbe stata da lei vissuta come una liberazione anziché come una tragedia. Egli smentisce di fatto quanto è invece scritto in un passo della sua autobiografia e che sarebbe, sempre secondo lo stesso autore, frutto di una scelta editoriale che avrebbe scartato molti altri passi che appunto salutano la rottura del suo sodalizio con Freud come una vera e propria fortuna…”

Jung: “Non vedo perché non potrebbero essere vere ambedue le cose. L’animo umano è naturalmente conflittuale e non si cura delle apparenti contraddizioni. Diventare sé stessi risponde ad una spinta tanto necessaria quanto vitale, ma implica anche di andare incontro a mille incomprensioni e ad un sentimento di solitudine. Ci si sente abbandonati a sé stessi, e in effetti è così. È il prezzo da pagare per scoprire il Mistero vitale che alberga nel proprio essere e che rende unici e al contempo ci lega alla comunità e all’intero cosmo. Penso che Freud soffrisse di un forte complesso paterno che gli impedì di riconoscere e accettare le mie legittime esigenze individuative, scambiandole con pulsioni parricide. Ma torniamo piuttosto alla ragione della sua visita. Lei prima ha parlato vagamente di transfert… Potrebbe essere più preciso?”

Io: “Per come la vedo io, desiderare interloquire con qualcuno che sappia ascoltare o/e che si ritiene abbia qualcosa di importante da insegnare, è già transfert. Trattasi in altre parole di un transfert di sapere nel senso lacaniano del termine. Per telefono ho detto alla sua segretaria che intendevo realizzare una intervista, possiamo quindi inquadrare il nostro incontro in questo senso. Anche se non ho un vero progetto strutturato d’intervista. Mi interessa più che altro conversare liberamente con lei, se è d’accordo.”

Jung: “Ritiene forse di avere anche lei qualcosa da insegnare, oltre che da imparare?”

Io: “Perdoni la ma presunzione ma in un certo senso si, è così. Per esempio ritengo che il suo interesse per l’alchimia, con le difficoltà che la decifrazione pionieristica dei testi alchemici ha comportato, l’abbia allontanato dallo studio delle culture cosiddette “primitive” verso le quali all’inizio della sua carriera sembrava nutrire molta curiosità. Fino ad organizzare vere e proprie spedizioni antropologiche, in Africa e in Nuovo Messico, se ben ricordo. Ritengo che se all’epoca l’antropologia si fosse già sbarazzata dei propri pregiudizi lei avrebbe probabilmente trovato molti altri spunti di vivo interesse circa le culture tribali e l’animismo in generale e sarebbe forse giunto ad altre scoperte. O comunque la sua strada avrebbe preso una piega un po’ diversa”.

Jung depone martello e scalpello, compie un paio di passi in mia direzione e poi si ferma per qualche attimo, a circa mezza distanza tra me e il blocco di pietra, lo sguardo fisso rivolto all’ingiù … Poi, con voce calma ed espressione incuriosita…

Jung: “Nutrivo in effetti un interesse genuino verso i popoli tribali e ho veramente organizzato qualche piccola spedizione. Volevo imparare da loro qualcosa di primigenio sulla natura umana e sulla maniera di rapportarsi all’inconscio. Ma ad un certo punto trovai la loro psicologia troppo irrazionale e il loro linguaggio troppo distante dalla mentalità moderna. Fu, credo, per questa ragione e non a causa dell’alchimia che il mio interesse si spostò. Anche se, in effetti, l’incontro con l’alchimia avvenne all’incirca in quel periodo, in maniera apparentemente fortuita”.

Io: “Si, grazie ad un manoscritto cinese mandatogli dal sinologo Richard Wilhelm. Ma ora, considerando i lavori antropologici più recenti, sarebbe ancora dello stesso parere rispetto alle culture tribali e all’animismo ?”

Jung: “Ci stavo pensando… Per risponderle dovrei però approfondire ulteriormente lo studio dell’antropologia moderna…”

Io: “In qualche modo ha già risposto alla mia domanda!”

Jung: “In qualche modo… Circa la questione da lei sollevata non posso essere così affermativo come lo era prima. La distanza che separa le culture tribali, pre-scientifiche, dalla nostra è grande ma potrebbe non essere poi così insormontabile. Quando m’intrattenni con alcuni capi indigeni devo dire che non ho mai avvertito difficoltà particolari per capire loro e per farmi capire da loro. Eccetto, forse, quando cercai di spiegare la mia concezione scientifica degli archetipi… Per loro il sole è una divinità, punto e basta. Esso ha realmente una entità trascendentale. Per lo scienziato è semplicemente una entità fisica, una stella composta in massima parte da elio e da idrogeno. La psicologia del profondo conserva la definizione scientifica, ma la completa agganciando l’astro all’impronta originaria che evoca in noi e sulla quale natura ciascuno è libero di pensare quello che vuole”.

Io: “Era pretendere troppo in effetti dai tribali! Essi sono giunti ad un tipo di conoscenza non oggettivante, che conserva un forte legame con l’anima, una conoscenza che ci può sembrare inferiore o meno evoluta, ma che in realtà è diversa e più completa della nostra, come alcuni epistemologi moderni non hanno mancato di evidenziare. Si tratta forse per noi moderni di colmare una lacuna. A tale proposito vorrei sottoporre alla sua attenzione un nuovo concetto mediato dallo studio incrociato tra psicoanalisi e antropologia moderna: quello di inconscio animistico.

Jung: “Inconscio animistico… Che cosa intende di preciso con questo neologismo?”

 Io: “L’uomo ha vissuto per decine di migliaia di anni a strettissimo contatto con la Natura trovando in essa tutti gli elementi necessari non solo per la sopravvivenza fisica, ma anche per le proprie esigenze spirituali. Ancora oggi esistono numerosi popoli indigeni che vivono nello stesso identico modo che noi, superficialmente, definiamo “primitivo” o “non evoluto”. Alla base di queste civiltà troviamo quella dinamica psicologica e culturale complessa che l’antropologo Lévy-Bruhl chiamò impropriamente participation mystique. Dico “impropriamente” perché la mistica, come lei sa, inerisce alla parte segreta, esoterica, delle grandi religioni mentre l’animismo non è un sistema religioso ma, si potrebbe dire, religiosità allo stato puro. L’animismo non contempla né Scritture né dogmi. A mio parere l’errore in cui è caduto Lévy-Bruhl e che ha poi coinvolto molti altri autori, è di avere interpretato la commistione tra Psiche e Natura come derivante da una mancata differenziazione psicologica e quindi da un arresto dell’evoluzione culturale. Psichiatri e psicologi hanno addirittura voluto parlare di una condizione patologica dei tribali. Questa tesi è figlia di un punto di vista evoluzionista ingenuo ed errato in quanto le ricerche scientifiche ulteriori sul DNA mostrano che anche i popoli tribali hanno avuto i loro step genetici. Il loro stile di vita pare quindi dipendere maggiormente da una scelta che da qualche mancanza. Questa tesi tra l’altro ben si accorda con il fatto che molti popoli indigeni odierni hanno rapidamente rifiutato il “progresso” chiedendo ai capi delle varie nazioni “evolute” di potere continuare a vivere secondo le loro modalità tradizionali”.

Jung ascolta in silenzio, seduto su un tumulo di pietre, grattandosi d’ogni tanto il capo e tracciando sul terreno con un bastone piccoli mandala rudimentali.

Io: “I primi psicoanalisti hanno voluto dipingere lo stato di partecipazione animistica come se fossi una psicosi, dimenticando che è perfettamente funzionale alle aspettative di questi popoli e che, così come lo psicotico trova grosse difficoltà ad adattarsi alla società, allo stesso modo nessun sistema psicotico saprebbe prosperare per migliaia di anni. Nell’animismo l’inconscio è si proiettato in gran parte sulla Natura, ma da lì può essere in qualche modo capito ed integrato grazie ad una cultura che funge adeguatamente da medium. Se, per Freud, l’Es parla, si può dire che per i tribali è la Natura che parla attraverso le sue entità spirituali”.

Jung: “Humm… ma che cosa c’entra tutto ciò con la psicologia dei moderni? Dovremmo forse, secondo lei, regredire ad uno stadio evolutivo e culturale del passato e fare tabula rasa delle nostre tradizioni?”

Io: “Ci stavo arrivando. Lei è passato alla Storia per avere formulato, tra l’altro, l’esistenza di un inconscio collettivo costituito da archetipi che stimolano gli stessi motivi di fantasia in tutte le persone e che strutturano sia i miti che i deliri schizofrenici. A me è parso di scorgere, sotto alle nostre sovrastrutture mentali di uomini moderni, “civilizzati”, delle modalità di pensiero, di percezione e di comportamento rapportabili all’animismo. Per esempio in certe mode come quelle del tatuaggio e del piercing, in certi comportamenti come quello del ballo scatenato su sfondo di musica techno, nella sacralizzazione della Natura spronata dalla corrente New Age, o ancora in certi sogni efficacemente interpretabili come sogni di iniziazione o di vocazione sciamanica…”

Jung: “Di questo passo, lei potrebbe dirmi che anche la pratica religiosa del pellegrinaggio è il prodotto di una spinta inconscia di origine animistica visto che ricorda riti tribali durante i quali si compiono viaggi a piedi verso luoghi sacri! Ma in quel caso le si potrebbe facilmente ribattere che se la spinta è della stessa natura, la cultura che la sorregge e la struttura differisce in quanto risulta più elaborata e quindi più evoluta nelle grandi religioni. Intendo dire che l’evoluzione culturale da sola potrebbe spiegare i fenomeni di cui ha accennato, senza dovere ricorrere alla sua tesi, pur interessante, dell’inconscio animistico. Mi viene ora in mente che prima, quando lei è entrato in giardino, io ero talmente concentrato sulla mia arte che per un certo tempo non mi ero accorto della sua presenza. Ero effettivamente in trance e mi stavo intrattenendo con entità inconsce. Una esperienza che, volendo, si può avvicinare a quella specifica degli sciamani”.

Io: “Forse lei dimentica che esistono forme inconsce di pellegrinaggio apparentemente non legate a nessuna religione, in particolare quelle camminate, a volte anche rischiose o comunque molto impegnative, che hanno come meta luoghi naturali selvaggi e particolarmente suggestivi… Ma, a proposito di trance, colgo l’occasione per chiederle se ritiene che ci siano differenze sostanziali tra la trance sciamanica e l’immaginazione attiva”.

Jung: “Qui dovrei entrare qui in questioni tecniche. Sintetizzando, direi che l’immaginazione attiva è dal punto di vista neurofisiologico e psicologico una forma di trance benché meno profonda rispetto alla trance sciamanica vera e propria. Tuttavia, gli incontri che si hanno in entrambe le esperienze sono ben reali dal punto di vista psicologico. Le entità con le quali si viene a contatto durante l’immaginazione attiva godono di un certo grado di autonomia e in questo senso rammentano gli spiriti di cui parlano i tribali. Anzi, tale autonomia può a volte essere così forte da possedere la persona. Per questo motivo ho sempre voluto mettere in guardia contro il pericolo che questo metodo può comportare nei casi di psicosi latenti. Un’altra grande differenza riguarda ovviamente la terminologia. Nominare le cose è già una maniera di addomesticarle, e attribuire ai complessi autonomi della fantasia una realtà tutta psicologica aiuta a… diciamo, a non cadere troppo in soggezione d fronte all’irrazionale”.

Io: “Quali possono essere le conseguenze o gli effetti delle azioni compiute in immaginazione attiva e in stato di trance sul soggetto e eventualmente sul mondo?”

Jung: “Dal punto d vista psicologico l’immaginazione attiva può essere utile per proseguire un sogno interrotto e capire meglio l’importanza determinante delle dinamiche inconsce che si giocano in noi. La realtà esteriore viene coinvolta in queste dinamiche, ma solo indirettamente, per via dei comportamenti e delle azioni concrete che si attuano. L’animismo invece pone un filo diretto tra quel che avviene in trance e quel che si verifica nella realtà, ipotesi che si ritrova tra l’altro anche nella grande tradizione della magia occidentale. Lo sciamano è, almeno per noi moderni, oltremodo difficile da seguire quando dice di essere capace in stato di trance di agire sulla realtà fisica; quando sostiene per esempio di potere sorvolare la capanna di qualcuno per vedere cosa vi succede, o di lottare contro spiriti maligni che causano le malattie. Riti e cerimonie si svolgono prevalentemente in gruppo, i membri tribali quindi assistono a queste messe in scena e ne vengono fortemente suggestionati. Non si possono negare l’esistenza di effetti concreti relativi a queste pratiche ma ci risultano basati unicamente sulla suggestione. Anche se non posso essere categorico circa la non esistenza di fenomeni puramente irrazionali o comunque non spiegabili in termini causalistici”.

Io: “Mi perdonerà se trovo la sua posizione circa l’irrazionale un po’ troppo timida, diciamo ‘relativista’. Ma torniamo all’inconscio animistico, la cui esistenza si evince dai fenomeni più vari. Per esempio, esso presiede alla nascita del neo-sciamanismo e al fenomeno di tribalizzazione nel web e nei quartieri cittadini, ci fa indossare magliette con impresso “animali totem”, spinge ad addentrarci in luoghi selvaggi alla ricerca di un non so che… In questi casi l’assenza di un chiaro simbolismo porta ad escludere l’interpretazione archetipica. Così come vi è una assenza o carenza di motivazione razionale. Migliaia di giovani e meno giovani nel mondo scelgono di frequentare luoghi selvaggi, luoghi che vengono definiti “energetici” ma che hanno le stesse caratteristiche di quelli che i membri tribali considerano dotati di mana, cioè luoghi dove gli spiriti amano rivelarsi. Quando i tribali vanno in quei posti sanno che cosa si possono aspettare, a differenza dei moderni che generalmente ne sono del tutto inconsapevole. Tutto quel che percepiscono è una vaga quanto forte attrazione. Manca loro la cultura per potere vivere la dimensione spirituale legati a questi luoghi e apprezzarli sino in fondo”.

Jung: “E, mi dica, dal punto di vista topologico dove situereste questo inconscio animistico?”

Io: “Tra la coscienza e l’inconscio personale da una parte, e l’inconscio collettivo dall’altra. In questo schema l’inconscio collettivo costituisce sempre la base più profonda, archetipica, dello psichismo, mentre l’inconscio personale rimane un po’ spostato, in disparte rispetto ad esso e alla coscienza. Quindi può essere corretto ubicare più semplicemente la nostra parte animistica tra coscienza e inconscio collettivo. Tuttavia va precisato che mentre tale parte è inconscia nei moderni, i tribali la vivono consciamente. Noterà che il postulato dell’inconscio animistico non toglie nulla alle concezioni già esistenti dell’inconscio, ma al contrario vi aggiunge qualcosa suscettibile di rendere maggiormente giustizia alla complessità della psiche”.

Jung: “Sig. Fratini, si ritenga fortunato di non stare parlando con Sigmund Freud, il quale non avrebbe certo gradito che si tocchi al “suo” concetto di inconscio, neppure con l’intento positivo di completarlo. Per quanto mi riguarda, non posso che incoraggiare uno slancio innovativo che potrebbe aprire nuovi orizzonti interpretativi del materiale culturale e clinico. L’elaborazione dell’inconscio continua e va vista come un segno di vitalità della nostra scienza“.

Io: “La ringrazio di cuore per queste sue preziose parole di incoraggiamento. A proposito di clinica, sto sperimentando da alcuni anni un nuovo approccio che prevede lo svolgimento delle sedute in un ambiente naturale, con tutte le conseguenze che ne derivano. Senza dilungarmi oltre, lei sa che tutti i simboli archetipi rimandano a elementi naturali. È il caso per esempio, del Sole, la Luna, l’Uroboros, la Foresta, la Grotta, il Mare, l’Albero, la Pietra, l’Animale selvatico ecc. Questa universalità mostra che Psiche e Natura intrattengono legami profondi e che l’una non può essere separata dall’altra senza subire una grave mutilazione. Oggigiorno l’uomo vive in uno stato di alienazione rispetto alla Natura e quindi anche alla sua psiche. Qualcuno parla addirittura di una vera e propria guerra dell’uomo contro tutto quel che appartiene al campo della Natura. Per riparare questa frattura non ci si può limitare a guardare documentari (pur bellissimi che siano) o a sognare la Natura, ma occorre frequentarla onde tornare a percepirla parte integrante di noi stessi e re-imparare ad ascoltare le sue voci”.

Jung: “Non sarò io a negare le virtù delle passeggiate in mezzo ai luoghi naturali, pur non essendomi spinto alle sue considerazioni sull’animismo e sul legame atavico tra Psiche e Natura. Una concezione originale che, ricorrendo alla mia tipologia caratteriale, mi verrebbe da definire “intuitiva estroversa”, almeno basandomi sulla limitata conoscenza che ho al momento della sua personalità e delle sue tesi. Ma il tempo che potevo riservale sta per scadere. Mi ha dato nuovi stimoli di riflessione e penso proprio che il nostro scambio debba proseguire in futuro. So che lei viene da lontano, contatti la mia segretaria e cercherò di venirle incontro almeno per quanto riguarda le date dei prossimi appuntamenti”.

Io: “Grazie professore. Contatterò quanto prima la sua segretaria e sarò ovviamente onorato se vorrà dare seguito a questa nostra prima conversazione”.

ANTOINE FRATINI

 

 

 

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