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I Promessi Sposi: “Pensieri Ribelli” di Fausto Corniani

Tutti noi conosciamo la vicenda dei “Promessi sposi” di Alessandro Manzoni, per averla incontrata nel corso dei nostri studi e in più di una riproduzione cinematografica. Si tratta infatti del romanzo che più di tutti è presente nella “cultura di base” del popolo italiano, forse per quel taglio popolare e realistico che l’autore cercò di dare ai suoi personaggi (la poetica del vero), i quali di fatto quasi uscirono dalle pagine del romanzo e ci divennero familiari.  Alcuni entrarono anche nel nostro vocabolario come “Perpetua” (la domestica del parroco), o sono a volte citati in modo metaforico, come “il dottor Azzeccagarbugli” (per indicare un avvocato puntiglioso e inconcludente) o “un don Abbondio” (cioè un codardo).

Chiaramente non posso addentrarmi in una critica o in un commento a quest’opera (non sono competente in materia e non vorrei apparire presuntuoso), vorrei solo esporre un paio di osservazioni personalissime (quindi “ribelli”) su un momento del romanzo che, modestamente, non mi ha mai convinto o non ho mai capito. Cioè la sua conclusione. Il lungo romanzo infatti termina con un breve epilogo in cui Manzoni dice che Renzo e Lucia si sposarono, ebbero una bambina e Renzo imparò a essere più prudente e soprattutto a non alzare il gomito.  Tutto qui? Pagine e pagine di prosa mirabile, elegante e vivida, episodi indimenticati quali l’“addio ai monti”, la monaca di Monza, la peste di Milano, per giungere a una conclusione di una pagina al massimo, simile al “e vissero sempre felici e contenti”.  Per non parlare poi del nome dato alla piccola. Cioè Manzoni dice rivolgendosi ai lettori: “indovinate come la chiamarono? Maria”.  Francamente non capisco come avrebbero potuto indovinare, visto che nel romanzo non si parla mai della Madonna. Forse per la grande diffusione nel popolo cristiano della devozione verso questa figura.  Ma non importa … il punto è che manca la conclusione. Secondo me. E la conclusione è importante in un opera. L’autore infatti vi dice perché l’ha scritta e a cosa è giunto.  Vi giunge e si scioglie la tensione, il pathos che scorreva tra le pagine.  Qui non c’è. E allora, mi chiedo: se a Manzoni non “interessava” tanto il matrimonio di Renzo e Lucia (altrimenti vi si sarebbe soffermato con la capacità di cui disponeva), qual è e dov’è quella “cosa” che lo interessava. Lo muoveva la passione letteraria? Certo. Il gusto di dipingere con tanta delicatezza e perizia personaggi, ambienti situazioni? Certo. Ma c’era qualcos’altro? E ora, scusandomi per l’ardire, vado a cercare quel qualcos’altro, quel pathos (passione) che manca nella conclusione.

Pensiamo bene e andiamo a riprendere qualche nostra lettera per noi importante, scritta o ricevuta, qualche tema delle superiori in cui abbiamo detto quello che ci stava a cuore.  In quelle brevi pagine dove si trova il “centro”? Quello per cui le avevamo scritte? Si trova poco sotto la metà del testo.  Di seguito abbiamo organizzato la conclusione e il tono dello scritto è gradualmente calato fino alla breve conclusione (proprio come ha fatto il Manzoni).  Questo centro poi può anche essere nascosto tra le righe, magari posto lì non del tutto consapevolmente.  Io lo chiamerei: “il centro emotivo”, per cui abbiamo scritto.  Allora facciamo la stessa cosa con i Promessi Sposi.  Cosa c’è dopo la metà del testo? C’è la descrizione della peste a Milano, che in effetti è un momento molto intenso.  Già, siamo a Milano e Manzoni è milanese, non di Lecco; Renzo e Lucia sono nati sulle rive del lago, come suo padre certo, ma lui no. E cosa trova Renzo (o possiamo dire Alessandro ora) camminando per le vie della sua città? <<Scendeva d’uno di quegli usci …. Cecilia … tornate a prendere me … viva, ma con i segni della morte in volto>>.  La nota scena della giovane madre che deposita il corpicino della figlioletta Cecilia sul carro dei monatti, chiedendo di ripassare a raccogliere lei e l’altra figlia.  Al posto di Cecilia però, forse, si potrebbe mettere un altro nome: Enrichetta, sì Enrichetta Blondel che lui amò, sposò ma che morì dopo avergli dato dieci figli, otto dei quali morirono e mori soprattutto la prima, Giulia.

Questo secondo me è il centro del racconto, ciò che in fondo all’animo ha spinto Alessandro a scrivere i Promessi Sposi, appunto “Promessi”, che il fatto che poi si fossero sposati a quanto pare a lui interessava poco.  Enrichetta muore nel 1833, Giulia nel 1837, la sua opera esce nel 1840. L’opera però ha una lunga gestazione; prima ci furono Fermo e Lucia e non so onestamente se l’episodio fosse già presente in quel testo (mi è difficile reperirlo). Si potrebbe anche obiettare che Manzoni lo riprende da Virgilio e dal Cardinal Borromeo, nonché che l’episodio sia una metafora sul significato del dolore. Ma sta di fatto che in fondo, assomiglia tanto a ciò che Alessandro ha vissuto, sta vivendo o vivrà da li a poco. Una serie di morti femminili che lo feriscono e, plausibilmente, lasciano un segno, una nostalgia o una “compagnia” indelebile.  E’ inoltre un episodio che non incide per nulla sulla trama del racconto, lo si può togliere e non cambia nulla; inserito lì per parlare del significato del dolore? Forse. Non sono un letterato, solo mi sono accorto che raramente diciamo con chiarezza ciò che è importante, che è intimo, e più spesso lo vestiamo in modo accettabile ed elegante, magari senza accorgercene, inconsciamente.  E se stiamo scrivendo lo mettiamo (o nascondiamo) dopo la metà.

FAUSTO CORNIANI

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