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Le radici del pensiero europeo e del pensiero orientale di Alfredo Lama

Le radici del pensiero europeo, come di tutta la scienza occidentale, vanno ricercate nel primo periodo della filosofia greca, nel VI secolo a. C., in una cultura nella quale scienza, filosofia e religione non erano separate[1]. I saggi della scuola di Mileto nella Ionia non erano interessati a tali distinzioni. La loro aspirazione era scoprire la natura essenziale, ovvero la costituzione reale, delle cose. Il termine «fisica» significa, originariamente, lo sforzo di scoprire la natura essenziale di tutte le cose. Naturalmente, questo è anche lo scopo principale di tutti i mistici, e in effetti la filosofia della scuola di Mileto era fortemente permeata di misticismo. La cultura greca successiva definì i filosofi della scuola di Mileto “ilozoisti”, cioè “coloro che pensano che la materia sia animata”, poiché non facevano alcuna distinzione tra animato e inanimato, tra spirito e materia. In effetti, essi non avevano neppure un termine per indicare la materia, in quanto consideravano tutte le forme di esistenza come manifestazioni della Phusis, dotata di vita e di spiritualità[2]. Cosi Talete sosteneva che tutte le cose sono piene di dèi e Anassimandro concepiva l’universo come una specie di organismo alimentato da uno “pneuma”, il respiro cosmico, allo stesso modo in cui il corpo umano è alimentato dall’aria. La concezione monistica e organicistica della scuola di Mileto era molto vicina a quella delle antiche filosofie indiana e cinese e le corrispondenze con il pensiero orientale sono ancora più forti nella filosofia di Eraclito di Efeso. Eraclito credeva che il mondo fosse in perenne mutamento, in eterno divenire. Per lui, la staticità dell’essere era pura illusione. Egli considerava il fuoco il principio universale, simbolo del continuo scorrere e trasformarsi di tutte le cose; riteneva che tutte le trasformazioni nel mondo nascessero dall’azione reciproca dinamica e ciclica dei contrari e pensava ogni coppia di contrari come un’unità. A questa unità, che contiene e trascende tutte le forze opposte, dava il nome di Logos.

La rottura di questa unità cominciò con la scuola eleatica, secondo la quale esisteva un Principio Divino al di sopra di tutti gli dèi e di tutti gli uomini. Questo principio fu inizialmente identificato con l’unità dell’universo; in seguito, tuttavia, esso fu visto come un Dio intelligente e personificato che sta al di sopra del mondo e lo governa. Ebbe così inizio una tendenza di pensiero che alla fine condusse alla separazione tra spirito e materia e a un dualismo che divenne caratteristico della filosofia occidentale[3].

Un passo decisivo in questa direzione fu compiuto da Parmenide di Elea il cui pensiero era in forte contrasto con quello di Eraclito. Parmenide chiamava il suo principio fondamentale l’Essere e lo considerava uno e immutabile. Riteneva impossibile il mutamento e giudicava pure illusioni dei sensi i cambiamenti che a noi sembra di percepire nel mondo. L’idea di una sostanza indistruttibile come causa delle proprietà cangianti nacque da questa filosofia e divenne uno dei concetti fondamentali del pensiero occidentale[4].

Nel V secolo a.C. i filosofi greci tentarono di superare l’acuto contrasto tra le concezioni di Parmenide e quelle di Eraclito. Allo scopo di conciliare l’idea dell’Essere immutabile (di Parmenide) con quella dell’eterno Divenire (di Eraclito), essi sostennero che l’Essere è manifesto in certe sostanze invariabili le quali, mescolandosi e separandosi, danno luogo ai mutamenti che si verificano nel mondo[5]. Questo portò al concetto di atomo, la più piccola unità indivisibile di materia, che trovò la sua espressione più chiara nella filosofia di Leucippo e di Democrito. Gli atomisti greci tracciarono una netta linea di separazione tra spirito e materia, immaginando la materia composta da diversi “mattoni fondamentali”. Questi erano particelle completamente passive e intrinsecamente inerti che si muovevano nel vuoto. La causa del loro moto non veniva spiegata, ma era spesso associata a forze esterne ritenute di origine spirituale e fondamentalmente diverse dalla materia. Nei secoli successivi, questa immagine divenne un elemento essenziale del pensiero occidentale, del dualismo tra mente e materia, tra corpo e anima[6].

Non appena si affermò l’idea di una separazione tra spirito e materia, i filosofi rivolsero l’attenzione al mondo spirituale, più che a quello materiale, all’anima umana e ai problemi etici. Questi problemi dovevano occupare il pensiero occidentale per più di duemila anni dopo l’apice raggiunto dalla scienza e dalla cultura greca nel V e nel IV secolo a. C.

Le conoscenze scientifiche dell’antichità vennero sistematizzate e organizzate da Aristotele, il quale creò lo schema che doveva diventare la base della concezione occidentale dell’universo per duemila anni.  Ma Aristotele stesso era convinto che i problemi riguardanti l’anima umana e la contemplazione della perfezione di Dio fossero molto più importanti dell’indagine del mondo materiale. Il motivo per cui il modello aristotelico dell’universo non venne messo in discussione per tanto tempo fu proprio questa mancanza di interesse per il mondo materiale di cui la Chiesa cristiana  si fece interprete per tutto il Medioevo.

Nelle tradizioni del pensiero dell’antico oriente si trova un’analoga successione storica. Le scuole indiane che cercavano i fondamenti ultimi dell’universo e che corrispondevano, dal punto di vista tipologico, al periodo iniziale del pensiero ellenico, raggiunsero livelli assai elevati con la Samhita vedica e soprattutto con la dottrina delle Upanishad all’incirca nei secoli VI – V a. C. Qui, sin dal I e II sec. della nostra èra, l’esigenza di distinguere gli aspetti ontologici, soteriologici ed epistemologici di tutta la realtà, era già fortemente sentita. La filosofia veniva considerata nell’Arthasastra[7] come una scienza particolare e insieme una fonte di unità dei metodi di ricerca delle diverse scuole filosofiche. Nel pensiero indiano, proprio come in quello greco-romano, ma forse in maniera ancora più netta, lo studio filosofico funzionava nel quadro di correnti religiose a carattere pre-analitico (induismo, buddismo, giainismo). Anche per la Cina si può parlare di somiglianza fra le concezioni della cosiddetta “scuola dei Nomi” (IV-III sec. a. C.) e quella dei circoli ionico-italici.

Un tratto specifico delle tradizioni orientali antiche è la pratica della psicotecnica, che in occidente ha cominciato a diffondersi solo in questo secolo. Un’altra particolarità è l’attenzione che i filosofi indiani prestano al sistema delle fonti del sapere e il rifiuto di isolare singole discipline filosofiche (metafisica, etica, filosofia della natura, ecc.), come invece noi, a partire da Aristotele, abbiamo sempre fatto. Anche la logica del sillogismo è diversa da quella aristotelica: gli esempi vengono usati per confermare e non per contraddire la tesi iniziale[8].

L’accresciuto interesse per la filosofia orientale è legato oggi non solo alla crisi dell’eurocentrismo, ma anche alla crisi dei valori tradizionali del modello di vita occidentale: troppo sicuro di sé, individualista e sprezzante della natura. Un modello che affonda le sue radici nel Rinascimento, in particolare in alcune formulazioni del Novum Organum di F. Bacone, secondo cui il nuovo ideale di sapere doveva sostituire l’ideale contemplativo risalente ad Aristotele. Con Bacone e, prima di lui, con Pico della Mirandola si fa strada l’idea di un “sapere-potere”, cioè di un sapere che vuole impadronirsi della natura.

Vediamo che ciò che caratterizza la svolta dell’Europa che ne fa la potenza vincente nel mondo non è tanto l’idea sapere-potere, come, invece, si verifica in Oriente, ma piuttosto la separazione della teologia e dell’etica dal sapere scientifico e politico. Per chiarire meglio possiamo citare il pensiero di Hobbes[9] e di Machiavelli. Il primo aveva assunto una concezione della natura in particolare, la natura umana, come assenza di ordine, morale o politico, presente o finalistico. Le passioni umane, poi, sono movimenti interni all’uomo che precedono i suoi movimenti fisici verso l’esterno, indotti nell’uomo dalle cose; ad esempio, quando un uomo vuole andare verso qualcosa o la vuole evitare, prima sente al proprio interno amore o avversione, desiderio o repulsione, senza alcun fine metafisico o morale. Da ciò scaturisce che l’uomo non ha in sé fini suoi propri, raggiunti i quali troverà pace e quiete; ma cerca sempre di soddisfare i propri desideri di ricchezza, onore e comando, proiettando nel futuro la propria incompletezza. Machiavelli, invece, sembra avere una concezione dell’uomo ancora più dura. Infatti, afferma che esiste un’etica, una morale che però riguarda solo la Chiesa. Il potere politico si sottrae a quest’etica in quanto si fonda su un’altra etica in cui il bene è il successo del principe e di conseguenza la potenza dello Stato. Tale obiettivo, secondo Machiavelli, va perseguito a tutti i costi, anche a costo di violare l’etica religiosa e di perdere l’anima, quando è necessario, per salvare lo Stato: “il principe deve saper entrare nel male se necessitato”[10].

Di qui l’importanza del lavoro, dell’attività sociale, della produzione scientifica. Questo atteggiamento, che pure è stato fonte di enormi progressi in occidente, non è mai esistito nella filosofia orientale. Una delle ragioni che da noi lo ha messo seriamente in discussione, è stata senza dubbio la crisi ecologica. Albert Schweitzer fu uno dei primi a comprendere che, sotto questo aspetto, la filosofia orientale aveva conservato un rapporto più equilibrato con la natura[11].

A ben guardare, però, è assurdo parlare di un occidente “materialista” e di un oriente “spiritualista”: sia perché il vero spirito consumistico e aggressivo nei confronti della realtà è nato solo con lo sviluppo dei rapporti sociali capitalistici (sostenuti dalle scienze sperimentali e matematiche), sia perché anche in occidente non sono mai mancate correnti mistico-contemplative[12]. Anche nei paesi di cultura musulmana, il sufismo è strettamente imparentato al neoplatonismo. La dottrina sufista sulla unione estatica con la divinità ha dei paralleli evidenti con la descrizione poetica fatta dal mistico s. Giovanni della Croce nel suo famoso libro Salita sul monte Carmelo. Peraltro, prima di osannare o rifiutare il misticismo orientale, bisognerebbe valutarne le implicazioni socio-politiche e, in questo senso, quanto a forme politiche stagnanti di dispotismo, poteri illimitati di principi e monarchi, assenza totale di diritti dell’individuo, l’oriente non è stato certo da meno dell’occidente.

[1] Cfr. MCLLWAIN C., Il pensiero politico occidentale: dai greci al tardo medioevo, a cura di G. Ferrara, Venezia, 1959.

[2] Idem.

[3] Idem.

[4] Cfr. AMPOLO C., La politica in Grecia, Roma-Bari, 1981.

[5] Idem.

[6] Cfr. ROSEN K., Il pensiero politico dell’antichità, Bologna, 1999.

[7]Arthasastra: testo del 3 secolo aC ma scoperto e pubblicato solo nel 1909 dC.

[8] Cfr. BIEN G., La filosofia politica di Aristotele, Bologna, 1995.

[9] Cfr. GALLI, op. cit., pp. 197 ss. Ancora GALLI, Spazi politici. L’età moderna e l’età globale, Bologna, 2001. Cfr. ancora TUCK R., Hobbes, Bologna, 2001.

[10] MACHIAVELLI, Il Principe, XVIII, citato in GALLI, op. cit., p. 109 ss.

[11] Cfr. GALLI, op. cit., p. 110.

[12]Si pensi, ad esempio, al neoplatonismo, che ha avuto una marcia inarrestabile da Plotino a Marsilio Ficino; lo stesso Hegel considerava Proclo uno dei più grandi dialettici della storia della filosofia.

ALFREDO LAMA

Questo lavoro tratto da una ricerca più ampia dello stesso autore propone una riflessione sulle radici del pensiero europeo e orientale.

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