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I Sofisti e l’aretè di Michele Curcio

Nan-in, un maestro giapponese dell’era Meiji (1868 – 1912), ricevette la visita di un professore universitario che era andato da lui per interrogarlo sullo Zen.

Nan-in servì il tè. Colmò la tazza del suo ospite, e poi continuò a versare.

Il professore guardò traboccare il tè, poi non riuscì più a contenersi: “ E’ ricolma. Non ce n’entra più!”.

“Come questa tazza”, disse Nan-in “tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza?”.

(da 101 storie zen)

 

Anche noi siamo “pieni”, colmi di opinioni e congetture, pre-concetti a cui siamo stati educati.

La storia la scrive chi vince, chi perde lascia anche parte dell’identità.

La storia della filosofia è scritta da Platone e dal suo maestro Socrate avversari dei Sofisti.

 

La prima volta che mi imbattei nei sofisti fu al tempo del liceo scientifico. Nel corso di storia della filosofia si insegnava Platone, il principale nemico dei sofisti. Allora il fascino di Platone coprì qualsiasi critica. Ma rimaneva qualche dubbio, quel poco che veniva detto e quei pochissimi scritti rimasti dei sofisti mi erano parsi  interessanti. Ma Platone era Platone, ed il corso proseguì con la condanna storicamente definita dei sofisti.

Quando, qualche anno dopo, lessi il libro di R. M. Pirsig, “lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”, riscoprii i sofisti e mi affrettai a rileggerli con attenzione. Una luce si era accesa. Una luce che prometteva di illuminare zone oscure della conoscenza dell’uomo e di me stesso. Ho vagato per zone impervie alla ragione, dalla fisica quantistica al caos deterministico, in compagnia del pensiero Junghiano ho affrontato alti picchi dello spirito, ma ho sempre avvertito la presenza accanto a me di fantasmi: i sofisti”.

I retori dell’antica Grecia furono i primi professori del mondo occidentale (…) La chiesa della ragione (…) fu fondata sulle loro tombe e si regge ancora sulle loro tombe. E se scavi a fondo nelle loro fondamenta ti imbatti nei loro fantasmi. (R. M. Pirsig, 1981)

 

Il movimento di pensiero dei sofisti si sviluppò in Grecia nella seconda metà del V secolo a.c. In questo periodo, denominato pentecontaetia, successivo alle guerre persiane, vi fu un gran fermento sia sociale che di pensiero.

Atene divenne il centro della cultura greca, raggiungendo l’apogeo della sua potenza dopo la vittoria sui persiani. L’ordinamento democratico rendeva possibile la partecipazione alla vita collettiva e politica di tutti i cittadini.

In tale contesto si definirono delle antitesi che squarciarono l’unità del mondo ellenico: quello tra oligarchia e democrazia, tra l’impulso individuale e l’appartenenza ad una collettività, tra l’etica universale e la creatività del singolo.  Tutto quanto vi era di sacro e di certo venne messo in discussione e relativizzato.

Tra i principali protagonisti di questa stagione di trasformazioni ci sono proprio i sofisti.

Inizialmente il termine sofista significava solamente sapiente e venne adoperata per indicare i sette savi, Pitagora ed altri ancora che eccellevano in determinate abilità.

Nel periodo storico considerato invece assunse un significato specifico: sofisti erano coloro che insegnavano, dietro compenso, l’areté e la retorica.

In quanto filosofi essi piuttosto che ricongiungersi con le ricerche speculative della scuola  ionica si collegarono con la tradizione educativa dei poeti che da Omero, passando per Esiodo e Solone giungevano fino a Pindaro. Questi poeti nel linguaggio mitico svilupparono delle riflessioni sull’uomo, sul suo ruolo e destino ed impartirono consigli e ammaestramenti. (Untersteiner, 1972)

I sofisti si staccarono dal mondo certo ed assoluto del mytos e della religione per affermare l’uomo e le sue capacità, contribuirono alla nascita della ragione critica ed analitica ma anche creatrice ed artistica. Ed essendo i primi a riferirsi agli uomini, il loro insegnamento rimase sempre calato nel presente, a differenza dell’isolamento operato dai pensatori che ricercavano verità assolute e di dogmi: così essi piuttosto che sacerdoti divennero dei maestri, professionisti.

Con loro si passa dalla fase storica filosofica cosmologica o ontologica alla fase antropologica.

I sofisti elaborarono il concetto di cultura (paideia), intendendo con ciò non solo l’aspetto nozionistico ma anche e soprattutto l’aspetto formativo della persona che era finalizzato allo sviluppo dell’areté, tenendo in debito conto l’ambiente di vita dell’individuo.

Infatti affinché venisse loro consentito di insegnare nelle diverse città, ove si recavano, essi traevano spunto dagli valori e dalle credenze che vigevano nella comunità visitata. Ciò consentì loro di verificare le differenze ed eterogeneità dei valori e quindi di definirne anche i limiti, relativizzandoli, appunto (N. Abbagnano).

Proprio per questa loro natura non è possibile rintracciare una unica scuola: i sofisti hanno provenienza geografica diversa, diversi interessi teorici e orientamenti politici vari. Ciononostante si possono rintracciare elementi comuni della loro speculazione:

  1. L’interesse per le questioni antropologiche, etiche e politiche più che per i problemi fisico-cosmologici dei filosofi precedenti.
  2. Il problema educativo e della conoscenza; che conseguiva alla loro critica del sapere e dei valori ed usanze tradizionali e si palesava nell’idea che la cultura potesse essere appannaggio di chiunque seguisse i loro insegnamenti.
  3. Erano e si consideravano dei professionisti in quanto richiedevano ai loro allievi un compenso.

Infine vanno distinti quei più tardi sofisti, appartenenti già all’era platonica che si confondono con gli eristi.

I sofisti professavano di essere maestri di areté e di impartire un insegnamento, ai loro discepoli, con finalità individuali e sociali.

 

La retorica con la dialettica e la filosofia, che conteneva i primi germi della futura scienza, furono protagoniste di una disputa epocale.  Esse furono considerate fondamentali in tutto il mondo antico occidentale. La loro importanza fu paragonabile a quella oggi detenuta dalle materie scientifiche.

La disputa vide come protagonisti coloro che furono rappresentanti di ciascuna di esse: Socrate per la dialettica; Gorgia per la retorica e Platone per la filosofia. L’apice di questa contesa fu raggiunta nel 387 a.C. quando Platone nell’opera intitolata all’avversario Gorgia, si contrappose violentemente alla retorica. Tale opera ha alimentato la convinzione che la retorica vada considerata come l’arte di aver successo a qualsiasi costo, anche attraverso l’imbroglio.

I sofisti, divergendo per finalità e metodo, finirono per contrapporsi ai rappresentanti della filosofia e della dialettica, sostenitori di una verità assoluta.

La disputa si concluse con la sconfitta dei sofisti. Fu una sconfitta atroce le cui ripercussioni giungono fino ai nostri giorni con l’uso in senso dispregiativo dell’appellativo sofista o sofisma. Nella storia chi vince ha sempre ragione. Tanto più che della sofistica è rimasto prevalentemente ciò che è stato utilizzato nella disputa dai suoi nemici. Solo alcuni frammenti sono rimasti degli scritti originari. La maggior parte del materiale su cui si è basato il giudizio storico proviene da Platone che ad essi si oppose. Di tutto l’insegnamento dei sofisti, Aristotele, utilizzò solo la retorica, limitandone l’applicazione alle dispute di “palazzo”.

Eppure l’accanimento di Platone, Aristotele e di loro contemporanei sembra svelare qualcosa di più di una semplice disputa tra discipline.

A ben vedere sembra che a contrapporsi siano coloro che sostengono una verità assoluta ed oggettiva (filosofi e dialettici) e coloro, i Sofisti, che proclamarono la relatività della verità.

“In quanto come le cose appaiono a me, tali sono per me, come a te. Tali sono per te” così nel Cratilo, Platone fa dire a Protagora, il quale in un frammento, in modo ancora più chiaro e netto, sostiene che “di tutte le cose  è misura l’uomo”.

La sconfitta dei Sofisti segna l’avvento della filosofia e della dialettica, della logica analitica.

Attualmente la critica filosofica tende ad emanciparsi dalla storica condanna e  fu Hegel che per primo rivalutò l’opera dei Sosfisti soprattutto per la componente “illuminista”, sottolineando nel loro insegnamento il primato della ragione, la critica razionale nei confronti dei luoghi comuni e della religione, l’uguaglianza universale degli uomini. Ma i sofisti non insegnavano solo questo, il resto che fine ha fatto?

 

I sofisti non insegnavano solo la retorica ma erano soprattutto maestri dell’areté, ma questo non viene sempre riconosciuto dagli studiosi della storia della filosofia.

Il concetto di aretè proviene da epoche remote, sicuramente è preesistente all’insegnamento dei sofisti, risalendo anche al VIII o VII secolo a. c.

In effetti gli antichi greci furono i primi a porsi il problema di cosa dovrebbe essere un uomo, ciò li spinse ad affrontare il problema dell’educazione (paideia) e delle sue finalità (areté).

Viene unanimemente riconosciuto ad Omero il primato di primo grande educatore  per i greci. Nei due poemi, l’Iliade e l’Odissea, è possibile cogliere il significato originario di areté come concepita nell’antichità ovvero come virtù intesa come ciò che ognuno dovrebbe essere.  Ma questo ideale è soprattutto aristocratico. Il nobile è per nascita portato al combattimento ed alla vittoria. Si tratta dunque di un concetto strettamente connesso con la forza: la forza fisica, per prevalere nella lotta e la forza del carattere, per prevalere nelle dispute verbali. Ma essa è anche strettamente associata all’onore, quindi al riconoscimento pubblico, ma anche alla felicità in quanto coloro che raggiungono la virtù lo fanno anche per se stessi, per sentirsi pienamente realizzati.

Successivamente saranno proprio i sofisti partendo da un ideale più democratico di uguaglianza tra gli essere umani a pensare che tutti i cittadini possano usufruire degli insegnamenti essere pienamente sviluppati e quindi partecipare attivamente alla vita sociale e politica della città.

Pirsig, nel suo libro già citato,  approfondisce le ricerche sull’areté e cita H. D. F. Kitto per meglio definire il significato. “Ciò che spinge il guerriero greco a compiere imprese eroiche non è il senso del dovere come noi oggi lo intendiamo, dovere cioè nei confronti degli altri: è piuttosto dovere nei confronti di se stesso” (Pirsig, 1981, pag 359) e poi ancora Kitto “Quando in Platone incontriamo la parola areté la traduciamo con “virtù”, e di conseguenza veniamo a perdere  tutto il sapore. “Virtù”, almeno ai nostri tempi, ha un senso quasi esclusivamente morale; aretè, invece viene utilizzata indifferentemente in ogni ambito e significa semplicemente eccellenza. Quindi l’eroe dell’odissea è un grande combattente, un astuto intrigante, un ottimo parlatore, un uomo dal cuore saldo e di grande saggezza che sa di dover sopportare senza lamentarsi troppo quel che gli dei gli mandano; ed è capace di costruire una barca, di tracciare un solco più dritto di chiunque altro, di lanciare il disco meglio di un giovane fanfarone, di sfidare i giovani feaci al pugilato, alla lotta alla corsa. Sa uccidere, scuoiare, macellare e cuocere un bue e una canzone può commuovere fino alle lacrime. In realtà è abile in tutto; la sua areté è insuperabile. L’areté implica il rispetto per la totalità e l’unicità della vita e, di conseguenza, il rifiuto della specializzazione. Implica il disprezzo per l’efficienza. O, piuttosto, una concezione molto più elevata dell’efficienza, che esiste non solo in un settore della vita, ma nella vita stessa. (Pirsig, 1981, pag. 360-1).

 

Di fatto il termine areté può essere considerato il concetto più importante dell’etica dell’antica grecia. Come detto la parola greca può essere tradotta con diversi termini, generalmente virtù o eccellenza, ma questa questione non è meramente idiomatica, piuttosto sottende una differenza concettuale tra i greci antichi e i moderni occidentali.

Per noi moderni occidentali la vita morale è centrata sul concetto di “buona volontà”. Per i greci la vita morale è centrata su un vasto e complesso quadro che definisce la possibilità di rendere una vita degna di essere vissuta. Questo ampio quadro è inquadrato nel termine aretè, cosicché abilità fisiche o mentali, conoscenze e aspetti caratteriali rientrano nel merito dell’areté.

In definitiva l’areté viene dall’interno di un individuo che esprime nella sua totalità  le proprie caratteristiche, per cui un individuo diviene ciò che è, e lo esprime al meglio delle sue possibilità rendendo la vita degna di essere vissuta.

Ecco cosa insegnavano allora i sofisti: vivere, sentendosi pienamente vivi e partecipi.

 

MICHELE CURCIO

 

Bibliografia

  • AA VV – 101 storie zen – Adelphi, Milano, 1973
  • Abbagnano, Il pensiero greco, in N. Abbagnano  G. Fornero, P. Rossi: Filosofia storia parole e temi; RCS media group, Milano; 2018
  • Renato Barilli, Retorica, A. Mondadori, Milano, 1983
  • Antonio Capizzi (a cura di), I sofisti, La nuova italia, 1996
  • M. Pirsig – Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, Adelphi, Milano 1981
  • Mario Unterstein, I sofisti, B. Mondadori, Milano 1996
  • Mario Unterstein, Fisiologia del Mito, La Nuova Italia Ed., Firenze, 1972

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