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Edipo Re : il complesso ritrovato di Nicola Velotti

Come per “Il Vangelo secondo Matteo” a cui “Edipo Re” si ricollega, in particolare nell’amore e nel gusto degli impasti colti e barbarici e delle contaminazioni figurative e musicali, ogni discorso sulla maggiore o minore fedeltà di Pier Paolo Pasolini al testo letterario, sarebbe inutile.

“Edipo Re” è la trasposizione, sul piano del mito, delle inesistenti ossessioni dell’autore, una sorte di allucinazione drammaturgica e figurativa posta tra un prologo e un epilogo, collocati entrambi nella sfera della memoria. Un mito in cui le lacerazioni e i conflitti personali tendono ad oggettivarsi, attraverso la mediazione ironico – estetizzante di un modello culturale.

Dopo il Cristo de “Il Vangelo secondo Matteo”, anche Edipo è la metafora di una sofferta e scandalosa “diversità”, le cui implicazioni autobiografiche e culturali di stampo decadentistico sono fin troppo scoperte. La metafora, attraverso “l’inchiesta” del protagonista e il “ritmo tragico dell’azione”, appare intimamente ripiegata su se stessa e, come tale, vissuta e contemplata, quanto più l’autore cerca di allontanarla in un tempo senza storia.

Tutti hanno parlato della natura autobiografica di “Edipo Re” e dei problemi di identità che esso pone, che appaiono più numerosi e determinanti, rispetto ai precedenti film di Pasolini.

In un dopo storia ideologico, nuova preistoria, egli è in piena linea con Freud quando afferma: “Nel crollo dei valori, solo la teoria psicologica si è salvata. La teoria dei sogni è pù valida che mai”. 1

Freud gli serve, più che mai, come fidato sostegno per la scoperta dell’inconscio nell’ uomo, gli fornisce uno strumento sicuro di indagine, per addentrarsi in questa “misteriosa religione”, in questa “via regia” verso l’incoscio.

La leggenda di Edipo è assurta a simbolo da Pasolini del suo doloroso turbamento nel rapporto con i genitori, verificatosi in seguito al manifestarsi della sua omosessualità.

Coinvolgendo Freud si può affermare, a questo proposito, che per gli omosessuali maschili c’è stato, nella prima infanzia, un legame erotico assai intenso a una persona femminile, generalmente la madre, provocato o incoraggiato dall’ eccessiva tenerezza della madre stessa, e favorito dall’assenza del padre nella vita infantile. Dato che l’amore per la madre non può partecipare all’ulteriore sviluppo cosciente, il ragazzo reprime questo amore ponendo se stesso al posto di lei, e prendendo per modello la propria persona, fra i cui simili egli sceglie i suoi nuovi oggetti d’amore.

Colui che tramite questa esperienza perviene all’omosessualità, rimane fissato nell’inconscio all’immagine della madre e, rimuovendo l’amore per lei, la conserva nel proprio inconscio, e le resta fedele evitando figure femminili che  potrebbero  invogliarlo ad essere infedele. Da ciò si deduce il motivo per cui l’amore per la madre, un amore viscerale, è posto al centro delle opere di Pasolini.

Ma è soltanto in”Edipo Re” che esso assume le dimensioni, mai prima confessate, dell’incesto e della misoginia. Nessun altro dei suoi film è così angosciosamente storia privata.

Prologo ed epilogo rimandano, anche cronologicamente e geograficamente, alla nascita ed al presente dell’autore. Essi corrispondono ai luoghi della sua infanzia, dove seguì il padre ufficiale dell’esercito, e alle borgate remote, al paese materno, ai campi friulani d’oggi, dove un giorno corsero ragazze e gridarono allegre intorno al bambino.

Il mondo arcaico, in cui la tragedia si svolge ed è ambientata, rappresenta il corrispettivo delle borgate romane tra le quali Pasolini, “feto adulto”, si aggirava alla ricerca dei fratelli. Proprio perché il film è autobiografico, nel senso accennato, Pasolini volutamente insiste sull’ amore di Edipo per Giocasta; analogamente sostituisce Antigone con Angelo: mette un uomo al posto della donna.

Sembra quasi che egli avesse sempre presagito che il cammino che stava seguendo lo avrebbe condotto, presto o tardi, a terribili segreti che aveva paura di svelare pur essendo, proprio come Edipo, fortemente deciso a farlo.

In questo senso anche la fine del film è privata, simbolica, tristissima, senza tuttavia escludere la catarsi. Pasolini è dolorosamente rassegnato, la vita comincia là dove finisce e, al tempo stesso, dinanzi al sesso vissuto come schiavitù colpevole ma fatale e predestinata, la confessione, a suo modo cattolica, costituisce per lui una liberazione dalla colpa.

1 P. Pasolini – “Dialogo I” – in “Cinema e film” n. I 1966 – 1967

 

NICOLA VELOTTI

 

 

 

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