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Nuove prospettive filosofiche per una riflessione sulla musica di Mimma Leone

Se è vero che il ruolo atteso oggi dalla Filosofia comprende la sua eppur naturale capacità di dialogare con tutte le arti, con flessibilità di linguaggio e strumenti espressivi, è altrettanto inevitabile che, seguendo gli sviluppi di una siffatta comunicazione, si possa intravedere il perimetro di un mondo dapprima ignoto, dalla fisionomia trasversale e cangiante.

Negli anni dell’università è quasi accidentale la ricerca di connessioni fra teoria e pratica quotidiana, allorquando serve a rendere lo studio più concreto e il percorso accademico piacevole. Ma quello che succede dopo è molto più accattivante, se resta vivo l’interesse pragmatico per la più inutile e necessaria delle discipline, se resta accesa quella fiammella della conoscenza che si autoalimenta con la creatività. Ascoltare un brano musicale è un’azione ricorrente nella vita di ogni giorno, ma la musica non ha, di per sé, un livello semantico familiare, per raggiungerci deve perciò trovare un piano universale che permette, tramite l’ascolto, di giungere oltre passandoci attraverso, per intonazioni e accenti. Il dialogo, in questo modo, diventa interessante e gli interlocutori possono incontrarsi sul territorio delle assonanze.

Vladimir Jankélévitch affermava che la musica condivide con l’esistenza la stessa valenza oscillatoria, assumendone il profilo di fuggevolezza e, al contempo, di eternità che ne rafforza l’incertezza e l’imprevedibilità. Talmente lontano dall’astrazione concettuale e dall’idealità metafisica di molti filosofi che l’avevano preceduto, tanto da fare dell’ascolto una pratica costante (diresse per molto tempo i programmi di Radio-Toulouse Pyrénées), Jankélévitch dedicò la propria vita al tentativo di rendere l’ineffabile dello stesso vivere. Non a caso la musica, come esperienza ogni volta nuova, senza linearità, imprevedibile, invisibile e dunque difficilmente descrivibile come forse solo Dio può essere, è dotata di una potenza talmente onnicomprensiva da portarci a un passo dall’abisso, nella sua estinzione che ha sede nel silenzio. Dal movimento, quindi, alla stasi, fino alla morte.

E se i riferimenti del filosofo appartenevano al filone artistico russo-francese tra fine Ottocento e Novecento, oggi possiamo azzardare il cambio di prospettiva provando a rimodulare il pensiero di Jankélévitch anche senza oltrepassare i confini del territorio italiano. Conferme e smentite, a seconda dei punti di vista, sono riscontrabili nel lavoro “Inspiration”, dei pianisti Paolo Paliaga e Roberto Plano, dove la disciplina del pianoforte classico di Plano muove ad arginare l’anima jazz dei tasti di Paliaga, in un contrasto che sa diventare armonia nel gioco delle parti, orientato a inaugurare un genere. “Shared Souls” è un altro ascolto per-formativo: la musica per immagini di Francesca Badalini e Antonio Zambini riscopre il valore della rivisitazione e dell’interpretazione in un recupero del passato che include l’esperimento e l’innovazione, in un salto temporale ad indagare fotogrammi persi o non ancora ammirati. Dalla musica da grande schermo al raccoglimento introspettivo: quest’ultima dimensione sembra suggerire ”High winds may exist” del versatile flautista Fabio Mina, nella sua ricerca fatta di vertigini e vibrazioni nate dall’incontro fra elettronica e natura; un lungo viaggio dentro e fuori se stesso, dove il vento ha modellato le note diventando il vero direttore d’orchestra.

Ma ogni suono, anche il rumore bianco, include già la sua assenza. Il silenzio è pausa necessaria, e poi cessazione. La musica sembra riempire il vuoto; nell’esecuzione appare improvvisata, opera di artisti ben allenati che afferrano lo strumento e producono note danzanti in grado di scomporre e destrutturare suoni e linee melodiche, dove anche la ripetizione sembra contingente e il cambio di passo s’inventa ogni volta, come in ogni processo creativo che non può far altro che sorprendere, ovvero sconvolgere.

Tre esempi da cui si possono sviluppare altrettante riflessioni per non far ammuffire l’eredità di pensatori che nella musica hanno saputo intravedere l’ignoto. Tutto e niente quindi, come per Jankélévitch.

MIMMA LEONE

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