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Intelligenza Immunologica di Marco Canzanella

Un’arte difficile è portare aiuto agli altri. Soccorrere va oltre l’ascolto, attività che pare così necessaria, e pure così pallida a volte, così poco costruttiva per l’altro che si torce sotto il giogo di conflitti severi, in taluni casi, e non raramente, incomprensibili. Forse, la cosa migliore, se si desidera volgere alla realtà uno sguardo coraggioso, umano e del tutto privo di altezzosità, è riconoscere il più presto possibile le proprie insufficienze. Ma qui è il punto: ogni individuo è un nodo, un labirinto cioè, un luogo fisico e mentale di attraversamenti, e, in parole semplici, di costrizioni: come riconoscerle? Da dove incominciare per muovere i primi passi verso l’equilibrio, qualunque esso sia? E, infatti, non sappiamo ancora neanche questo: che cos’è l’equilibrio per un essere umano? Un essere umano può aspirare all’equilibrio? Alla quiete, alla pace? La sua natura, glielo consentirà? E che cos’è questa natura? E poi, ancora, continuando, la sua lingua madre gli sarà d’ausilio o no sulla via di questa ricerca? Perché è necessaria questa ricerca, e perché sembra che alcuni non ne abbiamo bisogno? E in tutto questo, non resta con piena evidenza ancora da assodare il ruolo della famiglia, del contesto storico, della situazione familiare, del ruolo, degli altri, del lavoro, della capacità della persona di raggiungere obiettivi, spesso non suoi, ma sui quali misurerà la sua capacità di assumersi come soggetto degno, oppure no?

Troppe domande, si dirà, e, francamente, si dirà bene. La ricerca del bandolo della salvezza, perché di questo si sta parlando, è difficile; in numerosi casi, impossibile. Il desiderio umano, anche quello apparentemente semplice, naturale, non è mai né semplice né naturale. Non sappiamo, e forse non lo sapremo mai, se siamo liberi o no. Non sappiamo come immaginare questa libertà: quante volte una certa immagine di libertà ci fu fatale, siamo palesemente pericolosi a noi stessi, e in questo la natura stessa della libertà sembra tradirci, appare come compromessa da una sua intima frattura, una contraddizione insuperabile. Tutta la scienza del mondo non può donare a un bambino il sorriso cui ha diritto, e tutta la fede del mondo non basta a sostenerci nel lutto, nell’abbandono, nel fallimento nero, tremendo, irreversibile. Ci sono momenti in cui tutti i sentimenti sono volti al negativo, e agire distruggendo ci sembra la sola cosa necessaria; anzi, nemmeno ci sembra, è così e basta.

La società non sembra in grado di aiutarci; al contrario, essa ci incalza coi suoi modelli, ci raffronta di continuo a i suoi ideali attuali di forza, efficienza e successo, e non esita a scartarci col sorriso sulle labbra, se non siamo più in grado di funzionare, proprio così, come prescritto. E il fardello di frustrazioni e lamenti che opprime il cuore di chi ci sta vicino, ci annoia e spaventa, perché è orribilmente tossico, invasivo, violento, contamina e sconocchia come una malattia mortale. Non resta che asserragliarsi in una identità fittizia, fare come la volpe con l’uva, andare avanti come sonnambuli, e soprattutto distogliere lo sguardo dall’amico che cade, dal vicino che muore.

Non sappiamo come dipanare la matassa, ignoriamo perfino se esista il bandolo, se abbia senso la ricerca: tradizioni millenarie, forme di tradizionali, e, oggi, le neuroscienze, la neurobiologia, e, ancora come sempre, la psicologia, l’arte, la letteratura sembrano additarci, se non la soluzione, una soluzione provvisoria, di sopravvivenza, di piccolo cabotaggio, e che tale resta anche nelle vette più alte della creatività, della ricerca e dell’azione: che fare?

In primo luogo, imparare a pilotare la propria mente. Ma occorre comprendere bene subito, che in questo nessuno ci aiuterà, a parte qualche vero maestro, ma, anche in quel caso, dovremo avere già la capacità di riconoscerlo: è necessario il valore per riconoscere il valore, e sentire il danno di non averlo riconosciuto: tutto questo non è insegnato dalla rete, non dai media, non dalla televisione: nessuno di questi soggetti si occupa di voi, e prima lo capirete, tanto meglio sarà per voi.

In secondo luogo, è necessario imparare la complessità, per poi sperimentare la gioia di procurarsi da sé quella semplicità luminosa che ci permette di crescere mentalmente e spiritualmente.

In terzo luogo, non stancarsi mai di domandarsi di che cosa abbiamo bisogno perché è vitale per noi: non ce lo dirà nessuno, perché nessuno può dircelo, ma almeno lo sapremo.

In quarto luogo, comprendere che abbiamo alle spalle una storia, personale e collettiva, che è indispensabile conoscere per dare corpo al proprio avvenire: è assolutamente necessario studiare le storie universali di tutto, arte, letteratura, scienza, religione, insomma di tutto perché tutto ci riguarda: tempo fa imparai moltissimo sul tempo e la velocità dalla lettura di un testo sulla chirurgia del cavallo, e da un altro libro su come si fabbricano le scarpe: attualmente sto leggendo un saggio altamente filosofico sulle carabattole assolutamente prive di pregio che ingombrano i mercatini delle pulci, e ho appena terminato la lettura dell’autobiografia del Mago Zurlì.

In quinto luogo, occorre aver fiducia nel prossimo, ma non bisogna aspettarsi niente da nessuno, non attendere il sorriso di nessuno, sopportare la vergogna in solitudine, imparare a stare da soli prima che la nevrosi o la psicosi prendano in mano la situazione e facciano sul serio, sprofondandoci là dove nessuno può più umiliarci, mistici felici, fusi non già con Dio, ma col cervello rettile, il nucleo più antico secondo il tradizionale modello di MacLean.

In sesto luogo, è altamente raccomandabile, l’impegno della mente, imparare ad attendersi molto dalla propria mente. La mente si offende se non la consultiamo, se tiriamo a campare, ed è per questo giustamente vendicativa. Potete ispirarvi a chi vi pare, da circa diecimila anni vale la pena, su questo pianeta, di chiedere l’opinione di qualcuno che ci sta vicino, ma suggerirei anche di interessarsi a ciò che non è immediatamente a un tiro di mano.

In settimo luogo, bisogna praticare sistematicamente l’odio delle malattie, della nausea, delle dipendenze di ogni genere, della schiavitù dell’ipocrisia (è una grave malattia, compatiamoli gli ipocriti, e diamo loro una pensione sociale); liberarsi dei vizi, delle perversioni, delle voci, delle immagini televisive, delle gazzette spocchiose, degli allestimenti scenici, delle allucinazioni, delle recite a soggetto, delle finzioni, tanto alla verità non crede nessuno, e pochi sanno riconoscerla: dei linguaggi paradigmatici, del bianco e del nero. Insomma, del falso, perché, dopotutto, la paura di essere, è stressante, e io, per me, vivendo, non mi voglio stressare, le emozioni negative mi impediscono di capire e mi fanno fare solo sciocchezze.

 

MARCO CANZANELLA

 

 

 

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